Lei è una camminatrice

Esce dal centro di un fascio di luce quasi a sottolineare con il suo movimento elastico la discesa da Radicofani lungo la vecchia Cassia.
Nelle guide si scrive che sia il tratto più bello della Francigena, con colline fin dove arriva lo sguardo, la Rocca e lì, il Monte Amiata, immutabile.

E’ energica, dinamica, un mostro di simpatia.

Io mi seggo per terra, non sostengo tutta questa luminosità e già non sopporto lei e la sua evidente e stupida ingenuità. Poi sono stanca e sudata.

camminare

E’ bassa, con le gambe asciutte e i piedi piccoli. E’ una camminatrice.
Bionda, come solo certe bionde sono, quasi lavate in candeggina.
Non ha ombra di trucco sul viso e i capelli, più che acconciati, sono coltivati a partire dalla testa.
Rugosa, tutta, nonostante non sia vecchia. Anche le labbra sono tracciate dal sole e dal vento e sono bilanciate da un naso a proboscide.

Ma del naso non le tange. Sì perchè lei è una camminatrice.
E che fa? Cammina.

Farebbe tutto camminando. Se avesse potuto, sulla Francigena avrebbe partorito pure i suoi due figli, come le vacche che di tanto in tanto incrocia sulla via o presso uno stagno.

E’ tutta natura!

Da qualche settimana lui cammina con lei. O lei con lui. Che importa?
Il sorriso sottile si è fatto più ebete e solo all’apparenza più disteso.

Quel vago segno di contentezza sparirà quando lui andrà via perchè ha cambiato hobby.
Ridi, ridi pure cretinetti. Che per farti tornare in te ci vorrà un litro di Amaretto di Saronno o di qualche altro liquore del Varesotto.

Beffarda e assittata sul pizzo della strada mi giro per un rumore improvviso: il Monte Amiata è franato.

 

La pollastrella. Favola della buona notte.

pollastra

Qualche anno fa i coniugi “Pollo” avevano difficoltà ad avere prole.
Questo perchè la signora in particolare era un po’ attempata, e se è vero che “gallina vecchia fa buon brodo” questo non vuol dire che le venisse semplice far l’uovo!

Dopo qualche anno a tribolare tuttavia il buon Dio graziò i due e venne al mondo da un ovetto scuro e anche un po’ miserrimo una pollastrella, tutta nera, arruffata e un poco bruttarella. Cuore di mamma e di papà, adorata come principessa, crebbe credendo di esserlo per davvero e per tutto il creato! Altezzosa e capricciosa ogni cosa buona era convinta fosse a lei dovuta, veniva accontentata e cresceva imbelle e prepotente al tempo medesimo, convinta d’esser addirittura una importante personalità destinata alla rivoluzione.

Qualche anno passò e, perchè imparasse a viver la vita, preoccupato dalla piega assunta dalla figlia, papà gallo portò la pollastra ad istruirsi e pretese che frequentasse coetanei con cui girare il mondo. Che finalmente non si sveltisse un po’ e comprendesse la sua infima altezza nel mondo? D’altro canto chi è ciascuno di noi al cospetto dell’Universo? Doveva pur apprenderlo anche lei in qualche maniera!

Ella però era abituata ai vezzi di casa, e continuava a confondere capricci e necessità, questioncelle con problemi, a travisare le gentilezze che le si usavano per compatimento, con considerazione dovuta se non addirittura guadagnata, in virtù di cosa poi non si poteva certo immaginare!

Si lamentava per un nonnulla, non prestava orecchi, restava senza cuore al cospetto dell’anima altrui, in questo modo opponendosi a tanti, in pratica contrastando il mondo, e risultando difficile e maldestra nei rapporti, insoddisfatta ed indesiderabile e tanto cattiva.

Un bel giorno, durante una gita con alcuni che non le andavano punto a genio, si trovò stanca, e infine sola perchè nessuno, essendo lei impudente e dispettosa, voleva aiutarla a tornare a casa presto e svelto che moriva di sonno.

Una compagna, d’animo buono seppur imprudente, vedendola più confusa che persuasa, pensò di aiutarla a diventar un po’ più grande, e le offrì consigli non richiesti su come prendere la via più breve ed agevole affinchè potesse ritrovare casa in tutta libertà. Ciò apparve oltraggioso alla sedicente regale pollastra: lei principessa, sarebbe dovuta essere accompagnata in carrozza, se non addirittura a braccio, e pertanto si rivolse alla già ex amica con grande rabbia e raccapriccio!

Andò via convincendosi tra sè e sè e sbraitando di aver ragione e per molti mesi lo professò nel suo pollaio ed in quelli dei vicini, senza ammettere che aveva solo avuto paura di affrontar la via in solitudine perchè non le era mai occorso e che non era stata in grado di riconoscerlo all’amica e di chiederle di restar con lei per timore che la deridesse per la sua inettitudine.

Disse a coloro che incontrava sulle aie tante malignità per nascondere il suo vero animo e tanto fu impudente che quasi intervennero i gendarmi.
Questi poi vendendo la faccenda e studiandola come davvero di poco conto la archiviarono con un risolino sotto al becco.

Ma si sa, il carattere prevale, e col tempo la pollastrella si trovò sempre più arruffata e indispettita, perchè nessuno fu in grado o comunque volle intervenire, e infine sempre più sola: anche i più arrendevoli, quelli più disposti a dir sempre di sì, alla lunga si stufarono.

Morale della favola: se un amico o un’amica  invece che trattarti come un pennuto incapace, ti considera come uno in grado di volare, prova a pensare che possa essere vero,  usa la sua fiducia in te e librati invece di lasciar le zampe sepolte nella sabbia delle tue paure.

 

 

Sopravvivere a un sogno aggrappata a una ringhiera

Siamo a casa.
E’ un appartamento che mi succede di vedere in sogno molto spesso.
Piccolo e arredato con mobili molto moderni, scuri, laccati, di gran gusto e molto funzionale.
Quella che si dice una bomboniera, però avanguardistica.

Non ne sono certa ma forse è casa di mia sorella Carmela. Comunque mi sento a mio agio.

Per qualche motivo esco e capisco di essere a Siracusa. Nella piazza dove si affaccia l’appartamento c’è la fossa archeologica del Tempio di Apollo, con tutte le grate intorno a protezione.
Mi avvicino per guardare ancora una volta nella vita il monumento, sebbene siano solo dei resti, mantengono ancora la loro maestosità.

Mentre sono appoggiata con le mani sulla ringhiera, alta che finisce ben al di sopra della mia testa, ha inizio un fortissimo terremoto. Vengo sbattuta di qua e di là, che manco in un incontro di wrestling, ma aggrappata al metallo della recinzione riesco a superare indenne il momento.

Eventi che terrorizzano anche in sogno

Eventi che terrorizzano anche in sogno

Rientro in casa sconvolta. Mia sorella sorridendo mi annuncia che si trattava della famosa e attesa catastrofe di magnitudo 7.2, ma che tanto l’epicentro era nell’entroterra siciliano. Mi preoccupo, penso ai miei amici che abitano lì vicino perchè deduco che si tratta della zona del Belice.
Lei invece minimizza perchè a quanto pare non c’è stato nemmeno danno alle cose.

Dopo tre secondi bussano alla porta e, commenta Carmela con un “c’era da aspettarselo”, è mia sorella Rosa Rita. Lei è da sempre terrorizzata dai sismi, era ovvio che sarebbe corsa da noi insieme al marito.

Inizio a rilassarmi con la famiglia intorno.
Un mio amico fraterno si materializza davanti a me senza bussare alla porta.
“Ma dov’eri durante la scossa?”. “Aggrappata alle grate, qui fuori” rispondo.
E lui biascicando “O mio Dio, se si fosse aperto il pavimento saresti caduta giù”.
Mi sono svegliata con il senso di terrore di chi è appena scampato alla morte.

 

Ventrité anni

“Ho ventritré anni”, la sento dichiarare a qualcuno con smaccato accento a cantilena.
Ma sei brutta lo stesso, penso. Sì, perchè ne esistono anche di giovani. Befane intendo.

Eppure in un contesto di ignominia estetica, concentrandomi solo sulle sue labbra e sul loro movimento, arrivo a trovare la bocca addirittura piacevole.
Sarà che scandisce bene le parole e per questo la pelle le si tira a sufficienza a renderle i canotti ben tumidi e lucenti.

la bocca tumida e lucida nascondeva una befana

la bocca tumida e lucida nascondeva una befana

Forse lei è convinta di essere belloccia.
Sarà che qualche mese prima aveva una ventina di chili in più addosso e ora può sfoggiare con maggiore agio un cappottino tre quarti nero che dovrebbe riuscire a darle l’aria elegante che non comunica per sua natura.
Sarà per il modo in cui mi guarda.
Saluta con affettata discrezione gli altri presenti e si siede nella fila davanti alla mia.

Lui arriva subito dopo. Lo stesso cappotto tre quarti.
Deve essere il tratto distintivo dell’assimiliazione tra i due.
Mi vede e sbianca. Attende un po’ per avvicinarmi.
Una volta accanto a me pilucca i pallini di lana dal mio golf beige.
Gli tremano vistosamente le mani.
Lo trovo detestabile e lo ignoro.

Quando odio qualcosa o qualcuno semplicemente me ne tengo alla larga e non investo energie, nemmeno in un sogno come questo.

Si siede accanto a lei. Sanno già entrambi che è un vuoto a perdere.
I chili torneranno e lui da dove è venuto, lasciandola sola con le sue illusioni cui il tempo rivelerà l’essenza capricciosa.
Mi dispiace tanto bambina, ma per giocare a fare la signora devi esserlo almeno un po’.

La befana dai capelli rossi (o viola)

E poi c’è lei. La befana più antica, dai capelli rossi (o viola). Quella che c’era prima e che ti coglie durante la pennica pomeridiana che non capisci esattamente se stai sognando o se ti è entrata in casa e si è messa davanti al tuo divano. Così, solo per infastidirti.

E’ la più truzza e orrenda di tutte. Sebbene oggi abbia un taglio corto color carota, e un’apparenza un po’ più ripulita, in un passato nemmeno troppo lontano si faceva fotografare mentre scuoteva una testa dalla folta chioma prugna. Quasi una Carrà rivisitata con occhiali da sole mosconi.

E’ una di quelle che ti dice che se si vede la chiappa non sono short ma mutande, che annuncia fiera al mondo di essersi rifatta le tette che ora sono alte e sode. E’ volgare, frequenta persone volgari e porta volgarità nella vita di chi frequenta. L’ha portata anche nella mia in qualche maniera e ogni tanto torna per riportarne un po’, ma senza una reale consapevolezza: è la sua essenza, le viene spontaneo.

rossa

befana volgare e triste

E’ una allegra a tutti i costi. Ma allegra non è.
E’ una che crede alle erbe e spera nelle cure a base di aloe vera.
E’ una che oggi è depressa e domani felice per poi tornare ad essere triste e malata del suo niente.

Una che ha l’aura disperata anche quando ride con i seni che traboccano fuori dal vestito.
Che non inganna nessuno.
Che la vedi lì che non basta a se stessa, figuriamoci agli altri.

E allora a lei cosa dovrei dire?
La compatisco, povera anima, dalle fessure degli occhi semichiusi e lascio perdere.
La sua volgarità, la sua finta allegra, il suo baratro – lontanti – non mi sfiorano.

 

Non sarò il meglio perchè insomma guardami. Ma neanche il peggio perchè insomma guardati

“Non sarò il meglio perchè insomma guardami, ma neanche il peggio perchè insomma guardati”
Son trasalita a sentire questa frase.
Un’altra befana, ho pensato, che palle, ma tutte a me?
Per ora non faccio che sognarne una dopo l’altra, deve essere un problema psicologico.
Quando ho fortuna dimentico queste fasi oniriche, ma se mi capita di avere iella, come in questo caso, poi mi ricordo.

Questa befana però è bionda. Finta bionda,  con delle meches anni novanta e un taglio di capelli da quarantenne che non invecchia mai. Un po’ truzza, più giovane della precedente ma non certo meno befanesca.

Ha un naso non pronunciato, eppure grande, un po’ gonfio.
Le narici occupano mezza faccia insieme ai labbroni tinti di rosa sulla pelle abbronzata, imperfetta e un po’ bucherellata.

come alcuni fotografi amatoriali

come alcuni fotografi amatoriali

La incontro in via del Corso, all’altezza del negozio monomarca della Fossil, con una macchina fotografica semi professionale che le pende al collo. Deve fare parte di uno di quei gruppi amatoriali dove, in dieci o dodici per volta, si mettono tutti insieme a scattare una palla di Natale per ritrarsi nel suo riflesso.

“Non ti credere di essere l’unica vittima d’inganno”
Ma che vuole questa? Manco posso farmi una passeggiata in santa pace adesso.
“Guarda lo so” le rispondo “la prima sei tu, infatti non capisco come hai fatto a trovami, perchè io so di te e di altre, ma non pensavo che tu sapessi di me”
“Ehhhh la verità viene sempre a galla, prima o poi, non ne sei tu la depositaria, ma il tempo galantuomo”

Sarai befana, ma intelligente. E mi fai pure simpatia anche se hai interrotto la mia passeggiata notturna.
Se ti conoscessi nella realtà, ti offrirei pure un caffè.

 

 

 

La befana vien di notte

E’ notte quando incontro la befana israeliana.
E’ brutta ma non troppo: il viso leggermente irregolare, i denti un po’ sovrapposti tra loro, due canini lievemente sporgenti.
I capelli nerissimi, salvo la ricrescita bianca.
E’ sciatta: indossa un paio di pantaloni a fantasia ed una t-shirt rosa più larga sulla pancia, rigonfia di un parto ormai lontano negli anni. Un paio di sandali da donna anziana completano il quadro.
Sulla testa un grande punto interrogativo sospeso.

Sorride. Mi parla leziosa, agitando leggermente le manine davanti a sè.
Aspira le sillabe, scandendo bene le parole.
E’ un’insegnante di quelle che insegna perchè non avrebbe saputo fare altro.
Si vede dalla presunzione malcelata dai suoi modi solo apparentemente amorevoli e dagli occhi fondi di furbizia.
Mentre ciancia inclina la testa, ora a destra, ora a sinistra, come a fare la comprensiva.

Le sue parole sorridenti sono pietre.
E’ venuta a prendersi il mio amato.
Lo ha scritto anche su Facebook, dove ha lanciato strali contro i musulmani palestinesi.

tu sarai una befana ma io sono una strega

tu sarai una befana ma io sono una strega

Lui appare alle sue spalle.
Non ne vedo il volto, ma deve essere davvero un cretino, perchè si mette a fare l’idiota con lei sebbene io sia lì e me ne accorga con tutta evidenza.
E’ insinuante e insincero nei modi con entrambe, lo capisco da una specie di balletto che inscena saltellando.
Forse si tratta di un diversivo per distrarci.

La guardo e dico: “Ma non te lo eri preso l’anno scorso? Perchè non te lo sei tenuto? E soprattutto, perchè non te lo tieni?”

Mi sveglio con un sussulto. Sto ridendo di cuore.
Una risata, cosciente, li manda in fumo: tu sarai una befana, ma io sono una strega.

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