L’amore è fatto di letto e bollette

“Ed è per questo che ti amo”.
Butti la frase lì, quasi per caso, in piena notte, nel bel mezzo di una conversazione che racconta d’altro.
Come un’affermazione di nessuna importanza.
Io, forse contrariandoti ma pazienza, decido di attendere senza manifestare alcuna reazione.
Aspetto di vedere se ci sarà un seguito che, in cuor mio, so già che non arriverà.

Quale effetto pensi di provocare in me?
Si tratta solo di parole.

L’amore, quello reale, è fatto di un singolare ed equilibrato miscuglio tra camera da letto e bollette da pagare.
E’ da lì che viene il collante: dall’intimità e dalla complicità nella quotidianità più noiosa della vita.
Lo so perchè lo vedo in quelli che funzionano.

E allora quella frase, in me, se non è seguita da fatti, ha la stessa valenza di una battuta in un film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

Se vuoi un minimo di credibilità dovresti semplicemente avere un po’ di pragmatismo.
Non parlare. Se vuoi, fai.
Se non vuoi, non fare. Non è obbligatorio.
Ma non dare fiato alla bocca senza un reale motivo.

Fare il barbiere era una disgrazia. A volte mortale.

Fino al boom economico degli anni Sessanta, fare il barbiere era una disgrazia.
Questo perchè gli uomini comuni tagliavano e sistemavano i capelli tendenzialmente due volte all’anno: a Natale e a Pasqua. Chi praticava il mestiere, dunque, non poteva contare su entrate stabili e significative.
Viveva sostanzialmente in povertà.

Mio nonno Totò, non a caso, pur padroneggiando la tecnica, saltò da un’attività all’altra, aprendo anche una latteria a Mondello, e riuscì ad esercitare solo quando mia madre stava per sposarsi, assicurandole così un bel matrimonio.

Sempre per queste ragioni, le madri della prima metà del ventesimo secolo si opponevano con tutto il fiato in corpo alle relazioni tra le figlie e i giovani barbieri, perchè queste le avrebbero condannate ad un destino in cui l’unica speranza sarebbe stata quella di mangiare ogni tanto una sarda già leccata per molto tempo.

Allo stesso modo fece la cognata di mia nonna Rosa.
Quando seppe che la figlia voleva un tale “Giovanni”, il picciotto del barbiere del quartiere, il suo no fu irrevocabile.
A nulla valsero le preghiere della ragazza, a nulla le minacce di scappare e di disonorare la famiglia.
Alle brutte la giovane venne chiusa in casa per evitarle di far danno.

Il suo sembrava un mantra: “A Giovanni vogghiu”.
Ma la madre rispondeva pronta e più caparbia di lei: “Meglio morta che maritata ad un barbiere!”

E così fu.

La ragazza, a cui era affidato il compito di fare la spesa e di lavare i piatti, taciute le richieste per un po’ e tranquillizzati i familiari sul fatto che i suoi sentimenti fossero venuti meno, riuscì ad acquistare ed ingerire una dose sufficiente di stricnina da causarsi la definitiva uscita di scena.
Durante le lunghe ore di agonia, tra gli spasmi per l’irrigidimento progressivo, non rivelò mai chi le aveva venduto la sostanza, nè il pentimento della madre, usato come estremo tentativo, la salvò.

E Giovanni? Mia zia Maria che aveva saputo la storia da mia nonna Sisidda, non me lo disse mai.
Mi raccontò solo che Rosa, dopo vent’anni, piangeva ancora al pensiero che sarebbe bastato semplicemente permettere a quell’adolescente di amare chi voleva.

 

 

Assemblea della Notte e delle Stelle

Torno su queste sponde per parlare e viaggiare in lungo e in largo, cullato dalla sicurezza che mi farà bene, perché la casa di Assittata è un posto terapeutico per la mia anima rattoppata. Ma questa volta non la farò breve, e trascinerò chiunque lo voglia in un circolo vizioso.

Ebbene, va così: ogni sera resto seduto sul balcone per almeno un’ora o due, col naso all’insù e gli occhi fissi su una vasta tela blu scuro puntinata da luci che sogno continuamente di toccare con mano.
Il silenzio che mi circonda e il buio che si riflette un po’ ovunque, con quel suo fare intrusivo, mi spingono a riflettere. È come se tutta questa oscurità strisciasse con fare viscido e attento nella mia mente, prendendo per mano un filo sottile che mi conduce tra ricordi e riflessioni, su eventi passanti e sul latte ormai versato da tempo, o sul latte che fui costretto a mandar giù mal volentieri.

Sfido la notte a danzare con me guardandomi negli occhi, asciugandomi le lacrime con i suoi spifferi gelidi e conducendomi tra le nebbie più fitte della mente. Il tempo scorre senza farsi sentire, anche quando mi si accappona la pelle scossa da brividi di freddo, un chiaro segnale per dirmi che è il momento di rientrare e mettermi a letto. Non lo faccio, ovviamente. Mi perdo tra le mille strade dei momenti che mi piacciono meno, ma su cui rifletto molto.

Quindici anni, l’età in cui l’amore si fa vivo per la prima volta con quell’idea un po’ stupida del farsi belli per qualcun altro, così da convincerlo che siamo degni di essere amati e guardati e desiderati. L’età in cui amiamo chiunque, ci innamoriamo e piangiamo, ma non lo facciamo mai con e per noi stessi. Ci affidiamo agli occhi degli altri per trovare un senso a qualcosa che, sin dal principio e fino alla fine, sarà nostro. Il corpo, la mente, il rispetto, la dignità. Quante cose cadono davanti al primo amore? Quante cose vengono messe da parte, anche quando permettiamo a qualcuno di colpirci ripetutamente urlandoci contro e infamandoci, trasformandoci in nullità vaganti che non potranno mai riscattarsi perché convinte del fatto che sia quello il giusto modo di amare? Che siano quelli gli unici occhi che ci abbiano mai visto davvero? Quante volte ci nascondiamo dietro la porta di un bagno, convinti che è solo un momento di rabbia e che passerà donando semplicemente il proprio corpo all’altra persona, per compiacerla e farle capire che siamo lì, sempre e comunque, sottomessi come mai prima d’ora?

Sedici anni, isolati e distanti dagli amici, con gli occhi coperti da quello spesso velo chiamato “amore”. È già passato un anno, il freddo inverno è andato via e si ritorna all’estate, a quella casa sul mare isolati da tutti e quelle serate casuali in cui si parla e si gioca a fare l’amore, ancora troppo piccoli e ingenui per capire cosa fosse davvero. Rassegnati forse all’idea che è una vita giusta, quella in cui si litiga e ci si urla contro, sentendosi ripetere: «Se fossi lì ti darei due schiaffi».

Diciassette anni, l’idea che forse potremo salvare la persona che ci sta accanto, che forse ci ama o forse no. Allunga le mani verso qualcun altro, lo provoca e lo stuzzica, ma ti consoli all’idea che ogni sera torna da te. Per te è amore, per te è sincero, per te sarai sempre l’unica luce dei suoi occhi nonostante tutto, nonostante il fatto che per lui sei “poco interessante” e “poco stimolante”. Torni a quando avevi quindici anni e ti fai bello, con quei pantaloni attillati, con l’atteggiamento un po’ sbarazzino per provocarlo e risvegliarlo, per fargli vivere qualcosa che non c’è mai stato.
Te ne renderai conto a vent’anni, quando sarai lontano da lui ormai da due anni, col tuo riflesso allo specchio a gridarti che sei patetico per aver rovinato la vita ad altre persone, ancora troppo spaventate per guardare i tuoi occhi tristi, quelli che hanno sempre evitato perché troppo pieni di ricordi.

E mentre la notte rispecchia il tuo stato d’animo, alzando una bufera di vento ostile che scuote le fronde degli alberi che hai davanti al balcone, pensi e ripensi a cos’è andato storto. Come ti sei sentito, quando non capivi e ti convincevi delle cose sbagliate, solo perché i libri che leggevi ti dicevano che poteva andare meglio e che avresti vinto qualsiasi battaglia per amore?
Come ti senti, adesso che ne parli liberamente, con la consapevolezza che gli uomini si spaventano terribilmente se messi di fronte a realtà così dure? Consapevole del fatto che ti vedranno sempre come una vittima, come un possibile nemico, sempre ostile verso gli uomini e con problemi mentali, tra ansie e paure? Come pensi di poter andare avanti a conoscere qualcuno, quando li vedi approfittare della situazione e sparire, perché sei troppo complicato da capire e frequentare?
La notte ti guarda e sai benissimo come ti senti, di fronte a pesi così grandi. Sei solo ed hai paura, tremi un po’ ed hai le mani fredde, con nessun posto in cui scaldarle se non tra le tue stesse gambe. Ridi e rifletti, capisci che è questo che sarà, perché gli uomini hanno paura e tremano tanto quanto te, ma tu hai passato di peggio e l’hai passato da solo. Guardi ogni singola stella e ti senti più forte, perché dopotutto cadiamo tutti ma torniamo a splendere, stiamo sempre in piedi e il mondo non si ferma per noi. Perché non provare a splendere, allora?

Il buio è uno spettacolo pazzesco, per chi lo sa vivere pienamente.
Tiri un sospiro di sollievo ed esci dal tunnel di pensieri e ricordi. In bocca un sapore amaro, dovuto alla piena consapevolezza che sei vicino alla realtà, al capire che non hai bisogno di nessun altro per stare bene e vivere a testa alta. Non hai bisogno di coccole, di sentirti dire che sei bello, che qualcun altro ti proteggerà, che “io non sono così” e “io non lo farei mai ad uno come te”.

Non hai bisogno di andare alla ricerca di qualcuno che non abbia paura di quello che sei, perché ti guarderai allo specchio e non ti sentirai più patetico né in colpa per quello che è successo. Ti sentirai già in salvo, al sicuro dai tuoi quindici e sedici anni, al sicuro da chi si allontana dai tuoi occhi tristi.
Il vento attorno a te si fa più forte, spingendoti a prenderlo come una metafora: sono passati gli anni, sei sempre più grande, e sarai sempre più forte di ciò che credi.

Le ore son trascorse ormai e il freddo ti penetra nelle ossa, ma sei finalmente soddisfatto, perché hai pianto e singhiozzato e ti sei fatto forza da solo, stringendoti da solo e riscaldandoti da solo. Sai che ci saranno notti difficili e giornate pesanti, ma ricordi i tuoi quindici anni, ricordi i tuoi diciassette e ti guardi adesso che ti avvicini ai ventuno.
La notte non fa più così paura, il freddo non è più fastidioso, la pelle che si accappona ti ricorda che sei ancora vivo e ti lascia un messaggio fondamentale.
La vita è tua e non la regalerai più a nessuno.
Torni in camera e ti chiudi la finestra alle spalle. Il mondo fuori trema e si scuote al vento, ma tu sei ben saldo sui tuoi piedi e cammini da solo, seppur in ciabatte e col pigiama. Sai che è pur sempre un buon inizio.

Un tè con un’Amica con il colera nel cuore

E comunque si, vivere la vita serena, aggiungo e cerco di sottolinearLe.
Perchè per quanto possano farci rabbrividire le classificazioni è inutile negarlo sono utili -nella misura in cui ogni essere umano rientra in una categoria. (Anche le donne hanno le loro. Badate bene!).

Decidere di dare fiducia ad un “mentitore ufficiale”-a questa categoria appartiene, “iddu” [lessico di assittata in pizzo] – da un lato è un atto di estremo Amore totale, dall’altro è un gioco al massacro, invalidante quindi, per noi. Donne emancipate-intelligenti-sessualmente disinibite. Che poi l’essere tutte queste cose a volte ci porta addirittura ad autoconvincerci che “Con noi sarà diverso”.
Ed è li, in sostanza, l’errore più grande che possiamo commettere.
Peccare di onestà intellettuale. Perchè il fatto stesso che -seppur magari a grandi linee- apparteniamo alla categoria alfa delle donne, abbiamo già la consapevolezza che ne esistano altre di donne emancipate-intelligenti-sessualmente disinibite. Ed anche più di noi, talvolta.

Indi: Lui -homo lupus in fabula- potrebbe incontrarne una. Un’altra. Che potrebbe diventare te. Esattamente come tu sei diventata qualcun’ altra. Oppure si, potrebbe accadere che la incontra ma non la riconosce e quindi continua a vivere (in)felice e (s)contento al tuo fianco. In perenne ricerca.

Ma questo è un dubbio troppo grosso. È un’ ansia umanamente incontrollabile con cui pensare di poter convivere il resto della tua vita.

E tu, Cara Amica mia, con il cuore in frantumi, oggi, ti sei salvata.

Di Rossana Campaniolo

Il perdono e le sue condizioni

L’essersi amati, di qualsiasi genere d’amore, se è corrisposto a verità, dovrebbe sempre presupporre la possibilità di salvare un rapporto personale.

A meno che non si sia superato un punto di non ritorno, ferendo i sentimenti dell’altra persona, ingannando la sua buona fede, ledendo la sua dignità.

Certo, il perdono è una gran possibilità.
Lo è a maggior ragione per chi lo esercita, perché alleggerisce l’anima dal dolore che si è subito, immotivatamente e talvolta passivamente, come qualcosa che colpisce improvviso e inaspettato, punizione immeritata per un male non agito.

Tuttavia per riuscire a scusare una mancanza grave, tanto da mettere a rischio non solo i sentimenti, ma anche la considerazione e la credibilità degli altri, sono necessari due presupposti.

Il primo è che il perdono venga concesso dopo che è stato chiesto. Perché è la domanda che rende reale tutto.
Non si può graziare chi non vuole esserlo.
Il secondo è che chi ha bisogno di essere nuovamente accolto cambi il suo comportamento.
E questa è la condizione imprescindibile.
La richiesta esplicita potrebbe anche rimanere nascosta e non essere formulata se ci fosse un effettivo e stabile cambiamento di condotta.

Quando qualcuno vuole scusarsi, o si riavvicina in qualche modo per cercare di recuperarmi, io semplicemente aspetto.
Se nell’attesa non scorgo alcuna mutazione rispetto a prima, mi dispiace ma non ho davvero cosa farci.

Seduto

La luce filtrava abbondante attraverso le tende.
La camera ne era piena e riverberava del verde acqua delle pareti.

Lui era seduto, le gambe leggermente divaricate, su una grande poltrona di vimini bianca ai piedi del letto.
Era coperto da un asciugamano alla vita.
I capelli, scuri, gocciolavano ancora di acqua.

Le sopracciglia da diavolo, un po’ aggrottate, si distesero quando gli occhi incontrarono le sigarette.
Si alzò, le prese. Girò un po’ su se stesso: gli mancava l’accendino.
Trovò anche quello e tornò a sedersi.

Stavolta distese le gambe.

Diede fuoco al tabacco.
Di profilo, aspirò il fumo.
Gonfiò il petto come a goderne ed espirò lentamente, spingendo le labbra leggermente in fuori.
Guardava qualche punto indefinibile della parete, forse pensava.

Si girò e mi fissò: “Ah ma sveglia sei?”
“Sì”
“Usciamo. Non voglio cenare, ma vorrei…”
“…un gelato” completai io la frase.
“Esatto. Un gelato”

 

TRENTA GIORNI DI OCCHI CIELO -CHIUSI

“Non è stato un sogno!” -Continuo a ripetermi.

“Voi l’avete visto? È stato reale?” -chiedo a due delle mie amiche. E le fisso.
Una abbassa lo sguardo e si rattrista -sempre un pò, quando pongo interrogativi simili. L’altra si incazza ed inveisce contro.
Le Mau, simili ma diverse, continuano a sostenermi.

 

Io mi sento infettata di tristezza, invece.
E la sensazione di poter infettare chi mi circonda mi fa desistere. Da qualunque cosa.

Resto a casa. Immobile.

Ho comprato un anello, in questi giorni. È marte -il pianeta. Perchè è lì che sono stata, e del resto vorrei tornarci. Oppure no. Non lo so. Anzi si, non voglio ritornarci.

Ero – e lo sono tutt’ora – una Penolope moderna in attesa del suo marziano intelligente, quando mi sono ritrovata a tu per tu con un paio di occhi -cielo!, solo un pò più grandi dei miei.
Sono stati i primi cinque minuti di conversazione a convincermi:
“A quasi trentanni, deve trattarsi di persone comode per decidere di uscire, perchè le baratto con il divano di casa!” – ha affermato lui.
“Uuh..che meraviglia!” -ho esclamato io.

Ho sempre creduto che le persone siano delle porte, e che ogni incontro genera delle variabili che vale la gioia di vivere. Tanto più, se dall’altra parte, c’è un marziano. Poi se intelligente e bello, non può che far bene.

E noi, in effetti, ci siamo fatti bene – letteralmente.

Ci siamo intuiti, prima di raccontarci.
Ci siamo sorPresi.
Ci siamo inclusi. Che è quanto di più marziano possa esserci su questa terra: Scambiarsi gli odori – condividersi punti di visti, nuovi e diversi, in uno spazio e tempo che fino a poco prima si autodeterminavano in forma singolare, l’unica possibile e capace. Io prima di te.
Coniugarsi in Che facciamo? – Cosa mangiamo? – Dove andiamo? – Ci piace? -“Dobbiamo parlare”.
Cosi da non poter più realmente tornare indietro perchè qualcosa è accaduto. Accade sempre.

Tutto ciò comporta sicuramente dei rischi -lo so bene!- Ma questi ci sono sempre, che non vivere per paura di scottarsi alla fine non ti salva, comunque. Ed allo stesso tempo crea inevitabilmente delle responsabilità. Entrare ed accomodarsi nel divano della mia vita è un privilegio, quindi. E non perchè io sia una persona comoda. Anzi. Spesso sono pungente e brutale. Non ho timore ad affermare me stessa. Un pò naif ed un pò rottermeier. E quando mi fido, lo faccio consapevole che la delusione possa esser sempre a portata di un caffè. Caldo, versato addosso. Accidentalmente, oppure.
Insomma, ho impiegato tutti i miei anni per esser esattamente cosi come sono.
Chi mi conosce, o semplicemente legge, sa che io destrutturo ogni cosa. Arrivo fino al midollo; talvolta distruggendola. Ed a pensarci bene, io questo sogno, divenuto termine di paragone, devo cancellarlo. Per andare avanti. Per ricominciar-mi. Daccapo.

Non sono una scrittricescrittrice. Sono scrittriceblogger che si racconta. A volte imparo. Altre insegno -dicono.

Oggi questa è una lezione autodidatta!

Di Rossana Campaniolo

Tanto valeva infilarsi nel letto

Arrivai davanti alla porta in punta di piedi.
Girai circospetta la chiave nella serratura, al rallentatore.
Non volevo che si sentisse lo scatto.
Silenziosamente entrai e fui investita dall’aria pesante che solo la moquette riesce a far patire alle narici.

Alzai lo sguardo.

Giaceva sul letto avvolto nelle coperte fino alla vita.
I drappi delle lenzuola candide davano alla massa del corpo una tridimensionalità quasi ellenistica e riportavano alla memoria volumi e bellezze studiati in gioventù.

Il torso emergeva al di fuori di tutto quel biancore.
Mi voltava le spalle.
Un raggio di luce fendeva l’aria, colpiva la scapola destra, leggermente più pronunciata rispetto alla sinistra, e formava un’ombra che si allungava fino alla schiena.
Un altro breve e flebile lampo saliva invece per sfumarsi alla base della nuca che avevo afferrato di continuo nella notte.
Da quell’incavo partiva la testa rasata.

Chissà quali pensieri ci sono dentro. Mi chiesi. Chissà quanti.
Oppure c’era il vuoto? Forse questa era l’ipotesi più realistica. Forse la migliore.
La peggiore sarebbe equivalsa alla solitudine della domanda: rimanere o andare via?

In attesa della risposta tanto valeva spogliarsi.
E infilarsi completamente nuda nel letto.

Mi manchi

Mi manchi,” fu tutto ciò che scrissi.

Frase insulsa, no? Senti la mancanza di qualcuno e hai voglia di stare in sua compagnia, così glielo dici senza problemi. Alla fine, sono soltanto due parole, è questo che ripeti a te stesso prima di inviarle.
Il messaggio viene frainteso quasi nello stesso istante in cui gli occhi scorrono su quelle lettere in nero.
“Mi manchi.”

E la persona in questione si sente subito importante, quasi fondamentale, e sappiamo tutti quanto gli uomini si spaventino davanti ad un peso così enorme come quello dell’esserci e del significare qualcosa per qualcuno.

Triste. Pensateci meglio anche voi. Non è triste, adesso, avere paura di pronunciare il semplice desiderio di passare pochi minuti in compagnia di una persona che ci fa stare bene?
Quando, esattamente, siamo diventati delle creature anaffettive con la costante paura di significare forse troppo e di non esserne all’altezza?
Quando ci siamo trasformati in esseri dai dubbi sentimenti e dai facili fraintendimenti?
Quando abbiamo smesso di goderci l’amore, l’affetto, la sana amicizia, i momenti vissuti istante per istante, le follie estreme e le risate più semplici?

Quando, un semplice “mi manchi”, è diventato strumento di paure così grandi da far chiudere una persona nel gelido silenzio del distacco?

Me lo chiedo, e intanto invio il mio “mi manchi”.

Perché io, a stare chiuso e freddo e vuoto, non riesco. Perché io ho bisogno che il mondo si svegli e torni a scaldarsi.
Perché io voglio i miei istanti con una persona a cui tengo, soprattutto quando mi manca e ne avverto il peso dell’assenza.

Avete “le amiche”? E io vi archivio!

Cari uomini, sappiatelo.
Quando vi sento dire “di solito esco con qualche amica” o cose simili, vi ho già archiviati nei materiali di risulta emotiva della mia vita. Peggio ancora se non lo dite ma vi vedo farlo in presa diretta o via social.

Perchè secondo me le eventualità, che non mi voglio trovare a gestire nè a contrastare, sono tre: siete gay, siete femminari, siete amiciari.

Se siete omosessuali, alzo gli occhi al cielo. Permettetemelo. Siete bellini e mi piacete magari, ma la vostra disposizione affettiva mi impedisce di concupirvi. Questa reazione assittata è un modo come un altro per farmene una ragione.

Se siete donnaioli, e le amiche vi servono all’uso – passatemi la crudezza linguistica – allora non investo su di voi nemmeno il nanosecondo necessario a sollevare le pupille.
Mi precipito subito ad anni luce di distanza mentale perchè siete degli insicuri cronici.  E le mie paturnie mi bastano ed avanzano da sole.  Impossibile per me decidere di caricarmi in collo pure quelle altrui, non ho la forza.
Siete la peste e io vi scanso.

Se siete amiciari,  cioè vi attorniate di tante confidenti con cui avete rapporti platonici, avete un problema che può essere reversibile, ma con grande impegno e convinzione.
Per risolverlo dovete partire dall’amissione della sua esistenza e dalla sua conoscenza.

Che vuol dire? Intanto individuatevi.
Se avete molte amiche con cui ruotate le uscite e che di tanto in tanto accorpate in sottogruppi di due o tre spendendo serate, pomeriggi e in genere tempo libero, e siete dei single eterosessuali indefessi, fate parte di questa categoria.
Siete schermati, cioè.

Siete uomini con presenze storiche, stanziali nella vostra vita dai tempi del liceo o dell’università, vicine di casa, compaesane del periodo in cui eravate studenti fuori sede.
Sono lì da dieci o venti anni e, andando a ritroso nel tempo, non c’è stato capodanno, ferragosto, compleanno in cui almeno una di loro non vi fosse accanto. A tenervi la candelina.

E’ così? Perfetto!

Sappiate che queste donne, da voi inconsciamente indirizzate, stanno sopperendo a tutti i bisogni di affettività femminile di cui potreste sentire la necessità.
Sappiate però che in contemporanea vi stanno privando del sesso, e soprattutto dell’amore, quello rovente intendo, che potreste avere con qualcun altra se non ci fossero sempre loro, lì, a tenervi il cuore nello scaldavivande.
Sappiate che vi siete condannati alla tiepidezza sentimentale, alla negazione perenne del fuoco della passione perchè non avete predisposto uno spazio nella vostra anima da colmare di gioia.
Sappiate che state facendo tutto da soli.

Forse pensate che questo potrà tenervi al sicuro dalle scottature.
E’ falso perchè verrà per forza un giorno in cui dovrete rinunciare a chi vi farà girare la testa, e possibilmente tutto il resto del corpo. E’ la vita.

Accadrà, di tanto in tanto succede anche voi e ne siete consapevoli, che una donna veramente interessante si affaccerà all’orizzonte. Ma le sarà davvero difficile avvicinarsi. Dovrebbe superare tutti questi ostacoli, tutti questi “surrogati di lei” che hanno il sapore finto del cioccolato di scarsa qualità.
Quale dovrebbe essere il valore aggiunto di stare con voi? Frequentare anche tutta la combriccola?
E se ne andrà, delusa e deludente.

Guardatevi dentro. Vi è già successo.
Quindi state attenti, lo dico per voi.
Uscite da questa zona confortevole, prima che ne capiti un’altra e un’altra ancora e poi sia troppo tardi.
Soprattutto se l’altra sono io.
Altrimenti sarete archiviati anche voi, senza pietà nè rimpianto!

Ah e un’ultima questioncella: state accorti a quell’amica, proprio quella lì, la più presente.
Lei vi sta aspettando al varco e saranno dolori quando scoprirà che, come tutte le altre, “è come una sorella”.
Che vi piaccia o no.

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