Tu corri intorno al tavolo

Comunque sia, a proposito di quello che vi ho raccontato, c’è da ammettere che anche mia madre “rompeva cose”.
Per esempio, una volta, nel tentativo di inseguire mia sorella Carmela perchè chissà che aveva combinato, provò a darle un colpo di cucchiaio di legno.
Ma lei, agile come un’ancidda,  la scansò e il manico si spezzò rovinosamente sulla barra divisoria del lavello della cucina.

In genere però mia mamma si limitava ad inseguire senza dare seguito e questo era anche colpa di papà che aveva insegnato a tutti la tecnica.

L’aveva ideata lui stesso da bambino, per sfuggre ai suoi, e suggerita a colei che sarebbe diventata Ziuccibus,  sua sorella Maria: “Quando la mamma ti vuole prendere a legnate, tu scappa e corri  intorno al tavolo, che lei poi si stanca e la smette.”
Ma lei era sempre stata fissittuna, imbranata c’era nata, e anche da ragazzina, si incastrava da sola in un angolo e mia nonna gliele suonava.

Allo stesso modo mia sorella Rosa Rita, la maggiore di noi tre: si bloccava e piangeva.
Invece Carmela no.
Lei riusciva a scappare e allora mia madre doveva tirarle qualche cosa appresso e la rompeva di regola.

Lo sbarco sulla luna a casa mia

Era il 20 Luglio 1969.
Mia sorella Carmela aveva tre anni ed io non ero ancora venuta al mondo.

Sembrava un angelo, nevvero?

Credo che sia nata con la passione per la musica nel dna, infatti già a quel tempo possedeva una chitarra che, sebbene giocattolo, avrebbe lasciato il segno sulle sue attitudini e i suoi gusti da adulta.
E un ricordo indelebile in tutti noi, anche in me, sebbene non esistessi ancora nemmeno nei pensieri familiari.

Ne era orgogliosa. Non faceva altro che suonarla. Anche quella sera.

Nostro padre, dal canto suo, si era piazzato davanti alla televisione in bianco e nero con grandi aspettative.
Si, perchè in quelle ore si attendeva proprio l’ atterraggio del primo uomo sulla luna.

Non oso immaginare l’interesse e l’ansia che l’umanità tutta, i miei genitori compresi, doveva provare e questa unione universale intorno ad un evento che andava oltre il pianeta terra e che doveva precorrere in un certo qual modo quel senso di globalità che per prima ha provato la generazione dei millennial ben cinquantanni dopo.
Deve essere stata una sconvolgente ispirazione collettiva del futuribile.

Ma a lei, bambina, non interessava.
E fu così che si piazzò davanti a mio papà, imbracciando lo strumento.

“Drang, drang, drang” grattava le corde “guarda papà”
“Carmela, finiscila per favore”
“Drang, drang, drang” ancora “guarda papà”
“Carmela, ti ho chiesto di smetterla per favore”
“Drang, drang, drang…”

Mio padre si alzò dalla poltrona “Vediamo questa chitarrina…”
Mia sorella sorridente gliela porse.
E lui la ruppe. Con una ginocchiata: “Domani te la ricompro”

Perchè racconto questo?
Perchè l’episodio insegnò a tutte le figlie, me inclusa, che nei momenti topici non bisogna distrarre l’attenzione e serbare un po’ di silenzio. E attendere che alcuni eventi si compiano.
Ed è quello che sto facendo.

Un tè con un’Amica con il colera nel cuore

E comunque si, vivere la vita serena, aggiungo e cerco di sottolinearLe.
Perchè per quanto possano farci rabbrividire le classificazioni è inutile negarlo sono utili -nella misura in cui ogni essere umano rientra in una categoria. (Anche le donne hanno le loro. Badate bene!).

Decidere di dare fiducia ad un “mentitore ufficiale”-a questa categoria appartiene, “iddu” [lessico di assittata in pizzo] – da un lato è un atto di estremo Amore totale, dall’altro è un gioco al massacro, invalidante quindi, per noi. Donne emancipate-intelligenti-sessualmente disinibite. Che poi l’essere tutte queste cose a volte ci porta addirittura ad autoconvincerci che “Con noi sarà diverso”.
Ed è li, in sostanza, l’errore più grande che possiamo commettere.
Peccare di onestà intellettuale. Perchè il fatto stesso che -seppur magari a grandi linee- apparteniamo alla categoria alfa delle donne, abbiamo già la consapevolezza che ne esistano altre di donne emancipate-intelligenti-sessualmente disinibite. Ed anche più di noi, talvolta.

Indi: Lui -homo lupus in fabula- potrebbe incontrarne una. Un’altra. Che potrebbe diventare te. Esattamente come tu sei diventata qualcun’ altra. Oppure si, potrebbe accadere che la incontra ma non la riconosce e quindi continua a vivere (in)felice e (s)contento al tuo fianco. In perenne ricerca.

Ma questo è un dubbio troppo grosso. È un’ ansia umanamente incontrollabile con cui pensare di poter convivere il resto della tua vita.

E tu, Cara Amica mia, con il cuore in frantumi, oggi, ti sei salvata.

Di Rossana Campaniolo

Il perdono e le sue condizioni

L’essersi amati, di qualsiasi genere d’amore, se è corrisposto a verità, dovrebbe sempre presupporre la possibilità di salvare un rapporto personale.

A meno che non si sia superato un punto di non ritorno, ferendo i sentimenti dell’altra persona, ingannando la sua buona fede, ledendo la sua dignità.

Certo, il perdono è una gran possibilità.
Lo è a maggior ragione per chi lo esercita, perché alleggerisce l’anima dal dolore che si è subito, immotivatamente e talvolta passivamente, come qualcosa che colpisce improvviso e inaspettato, punizione immeritata per un male non agito.

Tuttavia per riuscire a scusare una mancanza grave, tanto da mettere a rischio non solo i sentimenti, ma anche la considerazione e la credibilità degli altri, sono necessari due presupposti.

Il primo è che il perdono venga concesso dopo che è stato chiesto. Perché è la domanda che rende reale tutto.
Non si può graziare chi non vuole esserlo.
Il secondo è che chi ha bisogno di essere nuovamente accolto cambi il suo comportamento.
E questa è la condizione imprescindibile.
La richiesta esplicita potrebbe anche rimanere nascosta e non essere formulata se ci fosse un effettivo e stabile cambiamento di condotta.

Quando qualcuno vuole scusarsi, o si riavvicina in qualche modo per cercare di recuperarmi, io semplicemente aspetto.
Se nell’attesa non scorgo alcuna mutazione rispetto a prima, mi dispiace ma non ho davvero cosa farci.

Scontrino is the new memory

“Ma tu sei una di quelle che si conservano i biglietti dei musei, degli aerei o dei treni, per questioni di affetto?”
“No, lo trovo inutile. Quello che serbiamo nel cuore non può essere cancellato o rinforzato da un pezzetto di carta”
“Ah quindi non sei una sentimentale di questo genere…”

Mentivo inconsapevolmente. Oggi me ne sono resa conto.
E faccio ammenda per questo oppure accetto allegramente un nuovo dato sulla mia personalità: fate voi perchè comunque la sostanza non cambia.
Sono una specie di accumulatrice seriale di ricordi sotto mentite spoglie.

Se mi aprite le borse, i cassetti, le cartelline per archivio, troverete una infinita quantità di documenti di natura amministrativa, completamente inutili al raggiungimento di un ordine delle mie finanze.
Oggi me ne sono trovata tra le mani tantissimi: scontrini, ricevute, fatture.
Cose che risalgono anche ad anni e anni fa.

E per ciascuno ho ricordato perfettamente quello che ho fatto, le persone con cui sono stata, le loro storie, le emozioni e i sentimenti provati e se mi ero trovata a mio agio o meno.
In certi casi a vedere i numeri, mi è venuta voglia di tornare in alcuni luoghi o rifare alcune esperienze.
Come per esempio quella di un pomeriggio di Febbraio del 2015, rammentata grazie ad uno scontrino fiscale di un salumiere, vicino casa mia, dove ho comprato del formaggio. Ma solo io so perchè e soprattutto per chi.
E mi è salita la nostalgia.

In pratica ho scoperto il mio oggetto della memoria.
Lo scontrino fiscale è il mio nuovo album dei ricordi.
Fotografie, biglietti d’auguri, ingressi ad eventi, no.
Quello per me sarebbe troppo ordinario e del resto si sa quello di normalità è solo un cliché a cui sfuggire.

Broccolo affucatu

Momento “Mastru Chef: anche se è da tempo che non abbiamo più il piacere di leggere il mio maggior competitor (Rino Liguoro, dove sei finito?) inauguriamo la stagione con lui, il RE della tavola autunno-invernale.

Il broccolo affucatu, il cui olezzo è inimitabile (per fortuna), distinguibile, caratterizzante come niente e nessuno mai. Anche se non ti fossi accorto che l’inverno è arrivato, il broccolo affucatu ti riporta immediatamente in te.

Prima di gustarlo con soddisfazione, raccomando di aromatizzarlo (nel caso ce ne fosse ancora bisogno) con una manciata di ginepro in bacche e pepe rosa appena macinato.

Salare solo ed esclusivamente con fiocchi blu di Cipro (ovviamente le ultime tre prescrizioni sono delle sonorosissime minchiate).

E’consigliato indossare mascherina, come quella che usano i giapponesi quando il livello delle polveri sottili nell’aria si innalza pericolosamente.

Di Cristina Accardo

Nonno Totò

Quando arrivavo a casa sua era sempre la tarda mattinata.
Di regola mentre mi avvicinavo al portone, guardavo da sotto in su, verso il balcone.
Da dietro i vetri prima mi sorrideva.  Poi, dispettoso, mi faceva le boccacce e marameo con le mani aperte ai lati delle orecchie enormi.

Salivo gioiosa e affannata le due rampe che mi separavano da lui per acciuffarlo, ma non riuscivo mai a trovarlo.
Si nascondeva, e giocava a scappare tra una stanza e l’altra per non farsi prendere.
Se era in giornata mia nonna lo copriva e lo aiutava, per poi di regola tradirlo e farmi intendere a cenni dove potevo sorprenderlo.

Un giorno mi impuntai con mia madre. Potevo avere quattro anni o poco più.
Avevo visto al mercato un paio di zoccoli estivi con la fibbia rossa e lucidissima.
Li volevo disperatamente. Erano la cosa più bella su cui avessi mai posato lo sguardo!
“Non se ne parla neanche” aveva sentenziato lei.
Erano di legno, rumorosi e troppo alti. Volgari insomma. Immettibili.

Invece una volta entrai a casa sua e li trovai lì, in bella mostra, sul letto. Tutti per me.
A nulla valsero le proteste di mamma. Me li mise ai piedi in quattro e quattr’otto.

Il massimo era però quando mi lasciava giocare con i suoi occhiali da vista con le lenti sfuocate e bluastre.
Li indossavo e guardavo attraverso. Il mondo era fiabesco, senza nemmeno una linea curva.
E tutto andava bene!

 

 

Seduto

La luce filtrava abbondante attraverso le tende.
La camera ne era piena e riverberava del verde acqua delle pareti.

Lui era seduto, le gambe leggermente divaricate, su una grande poltrona di vimini bianca ai piedi del letto.
Era coperto da un asciugamano alla vita.
I capelli, scuri, gocciolavano ancora di acqua.

Le sopracciglia da diavolo, un po’ aggrottate, si distesero quando gli occhi incontrarono le sigarette.
Si alzò, le prese. Girò un po’ su se stesso: gli mancava l’accendino.
Trovò anche quello e tornò a sedersi.

Stavolta distese le gambe.

Diede fuoco al tabacco.
Di profilo, aspirò il fumo.
Gonfiò il petto come a goderne ed espirò lentamente, spingendo le labbra leggermente in fuori.
Guardava qualche punto indefinibile della parete, forse pensava.

Si girò e mi fissò: “Ah ma sveglia sei?”
“Sì”
“Usciamo. Non voglio cenare, ma vorrei…”
“…un gelato” completai io la frase.
“Esatto. Un gelato”

 

Raccontare del Me Egoista di Ora

Mi sveglio, controvoglia. È mattina e devo farlo, nonostante l’ira mi esca dalle narici e dai fori delle orecchie. Siedo di fronte allo schermo del mio fidatissimo portatile, rattoppato come possibile qua e là, per evitare che mi abbandoni con l’andare degli anni.

Scrivo finalmente di me stesso, ma non di quella parte che ho lasciato trapelare per tutti questi mesi. Lascio fuori il cuore infranto, l’animo polemico, il mio cervello trasandato sempre in viaggio e quel sedere che tengo sempre poggiato in pizzo alle mie diverse sedie.
No, questa volta scriverò esclusivamente di me stesso per come sono, perché ho imparato che a volte l’esperienza porta all’egoismo, che non è poi così tanto sbagliato come si pensa.

Parlando di egoismo, temo sia proprio questi a spingermi a stare sulle mie e dare poca confidenza alle persone, costringendomi a sentir ripetere di continuo le solite domande: «Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa? Ma sei arrabbiato?»
I fraintendimenti, le domande così stupide o scomode, mi indispongono parecchio.
No, non ce l’ho con nessuno e nessuno mi ha fatto niente, anche quando mi è stato fatto più del non-necessario.
Ma la risposta è sempre NO.

Sono un ragazzo piuttosto tranquillo, che con difficoltà riesce ad arrabbiarsi e infastidirsi, e questo mi ha sempre fatto apparire come un cretino di fronte agli altri, forse per il semplice fatto che lascio passare gesti e offese più pesanti perdonando anche chi non lo merita.
Sono egoista, e sarà vero che probabilmente sono un cretino, e forse faccio bene a ripetermelo davanti allo specchio. Eppure, sorpresa delle sorprese, lo faccio per il mio quieto vivere. Lascio che le parole degli altri mi scorrano addosso e resto indifferente, così da poter mantenere un rapporto civile che non pesi né a me né a loro.
Questo è puro egoismo, sì. Lo faccio per me stesso e nessun altro.

Spesso, per le cose che faccio e le risposte che do, mi sento dire giocosamente: «Come fai a dormire la notte?»
Testa sul cuscino, gambe piegate, le mani tra le cosce.
Dormo così la notte e torno a dormire così anche nel pomeriggio, quando il lavoro del mattino mi stanca e voglio riposare giusto un paio d’ore, per dare la giusta carica alle mie energie. Come dovrei dormire, altrimenti?

Le mie cattive risposte e i miei atteggiamenti non mi solleticano affatto, perché sono sceso a patti con me stesso e non mi lascerò più portare il peso dell’ennesima maschera solo per compiacere persone che non lo meritano affatto e che pretendono un dito, una mano, un braccio e poi tutto te stesso, incluso il cuore che non hai più.
“Parlare chiaro è soddisfazione”, questo è stato il mio mantra per tutta l’estate.
Se qualcuno si sente particolarmente offeso o deluso da ciò che ho da dire, assumo un atteggiamento del tutto diverso, volto al semplice compito di far capire che non sono una persona cattiva come vogliono dipingermi
pressoché ovunque, ma che sono una persona diretta e sincera, che sono i due valori che ormai non esistono più.

E quando mi dicono: «La smetti di fingerti così cinico e cattivo?»
Alzo gli occhi al cielo e sventolo una mano per chiudere lì la conversazione e spostarci sulle cose più sciocche. Una battuta, un commento sul meteo, sui programmi in televisione. Ormai alla gente interessa soltanto questo, niente di più.

Ma, cari miei, il cinismo nasce dalle delusioni, così come la cattiveria nasce dai rapporti giusti intessuti con le persone sbagliate. È tutto un ciclo che si ripercuote sulla stessa, identica persona: me.
Non si finge cinismo, se non con le solite stupide frasi che troviamo ovunque su Facebook, condivise anche dalle ragazzine di tredici anni che non hanno ancora avuto la sfortuna di assaporare i pugni duri della vita.
No, il cinismo lo si acquisisce con gli anni, con i colpi e i calci, con gli occhi aperti e sanguinanti, stanchi di vedere quello che si è visto e di passare ciò che si è passato nel tempo. Chi offende la grande virtù del cinismo confondendola con qualcosa di “falso” è uno sciocco e non merita il mio tempo, né una mia spiegazione.

Potrei continuare a parlare di me in questi termini all’infinito, ma credo di aver dato tutte le informazioni necessarie per starmi alla larga e guardarmi con occhi diversi.
Sono troppo duro? No, semplicemente egoista nel giusto.

TRENTA GIORNI DI OCCHI CIELO -CHIUSI

“Non è stato un sogno!” -Continuo a ripetermi.

“Voi l’avete visto? È stato reale?” -chiedo a due delle mie amiche. E le fisso.
Una abbassa lo sguardo e si rattrista -sempre un pò, quando pongo interrogativi simili. L’altra si incazza ed inveisce contro.
Le Mau, simili ma diverse, continuano a sostenermi.

 

Io mi sento infettata di tristezza, invece.
E la sensazione di poter infettare chi mi circonda mi fa desistere. Da qualunque cosa.

Resto a casa. Immobile.

Ho comprato un anello, in questi giorni. È marte -il pianeta. Perchè è lì che sono stata, e del resto vorrei tornarci. Oppure no. Non lo so. Anzi si, non voglio ritornarci.

Ero – e lo sono tutt’ora – una Penolope moderna in attesa del suo marziano intelligente, quando mi sono ritrovata a tu per tu con un paio di occhi -cielo!, solo un pò più grandi dei miei.
Sono stati i primi cinque minuti di conversazione a convincermi:
“A quasi trentanni, deve trattarsi di persone comode per decidere di uscire, perchè le baratto con il divano di casa!” – ha affermato lui.
“Uuh..che meraviglia!” -ho esclamato io.

Ho sempre creduto che le persone siano delle porte, e che ogni incontro genera delle variabili che vale la gioia di vivere. Tanto più, se dall’altra parte, c’è un marziano. Poi se intelligente e bello, non può che far bene.

E noi, in effetti, ci siamo fatti bene – letteralmente.

Ci siamo intuiti, prima di raccontarci.
Ci siamo sorPresi.
Ci siamo inclusi. Che è quanto di più marziano possa esserci su questa terra: Scambiarsi gli odori – condividersi punti di visti, nuovi e diversi, in uno spazio e tempo che fino a poco prima si autodeterminavano in forma singolare, l’unica possibile e capace. Io prima di te.
Coniugarsi in Che facciamo? – Cosa mangiamo? – Dove andiamo? – Ci piace? -“Dobbiamo parlare”.
Cosi da non poter più realmente tornare indietro perchè qualcosa è accaduto. Accade sempre.

Tutto ciò comporta sicuramente dei rischi -lo so bene!- Ma questi ci sono sempre, che non vivere per paura di scottarsi alla fine non ti salva, comunque. Ed allo stesso tempo crea inevitabilmente delle responsabilità. Entrare ed accomodarsi nel divano della mia vita è un privilegio, quindi. E non perchè io sia una persona comoda. Anzi. Spesso sono pungente e brutale. Non ho timore ad affermare me stessa. Un pò naif ed un pò rottermeier. E quando mi fido, lo faccio consapevole che la delusione possa esser sempre a portata di un caffè. Caldo, versato addosso. Accidentalmente, oppure.
Insomma, ho impiegato tutti i miei anni per esser esattamente cosi come sono.
Chi mi conosce, o semplicemente legge, sa che io destrutturo ogni cosa. Arrivo fino al midollo; talvolta distruggendola. Ed a pensarci bene, io questo sogno, divenuto termine di paragone, devo cancellarlo. Per andare avanti. Per ricominciar-mi. Daccapo.

Non sono una scrittricescrittrice. Sono scrittriceblogger che si racconta. A volte imparo. Altre insegno -dicono.

Oggi questa è una lezione autodidatta!

Di Rossana Campaniolo

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