Io odio i matrimoni

Io odio i matrimoni. Mi fanno assittare in pizzo assai.
Non parlo dell’istituzione. Quella mi sembra più che legittima se non altro dal punto di vista legale e sociale.
Parlo delle cerimonie. E per diverse ragioni.

La prima: poi tanto si separano.
Orbene ammettetelo, quante volte siete andati ad una cerimonia letteralmente bardate come i cavalli per una parata convinte, anzi direi convintissime, che il legame sarebbe durato da Natale a Santo Stefano? A prescindere poi sappiamo che la fatica organizzativa sarà vanificata nella metà dei casi, secondo statistica.

La seconda. Il regalo.
Ma che cazzo. Voi vi sposate. Voi sarete felici. Voi vorrete festeggiare. E devo pure pagare?

La terza: il vestito
E’ un problema. Sempre. Il costo, lo stile, in dipendenza dai posti in cui si andrà e dal trend degli altri invitati e, naturalmente, dal fatto che nessuna donna vorrebbe riciclare l’abito elegante. Quindi è sempre un danno che si aggiunge alla beffa (del regalo ovviamente)

La quarta: i tacchi.
No, no e poi no! I tacchi non li porto e non voglio portarli. Tranne ai matrimoni. Lì mi sento costretta da obblighi morali, quasi dalla pubblica decenza. E vi odio per questo. A sera – perchè più le scarpe sono alte maggiore è il numero di ore necessarie da starci su – non ho più le dita e le piante dei piedi. Siete da denuncia.

La quinta: il clima. Troppo caldo. E vi sposate tutti d’estate. Che è Febbraio vi fa schifo?
Viste le gran rotture almeno maritatevi quando si possono aggiungere vestiti addosso. Oltre la nudità, all’aperto, con le zanzare, l’umidità e il sushi di benvenuto accompagnato dai cockatil aperitivo, proprio non possiamo andare.

La sesta: è un rebus geografico.
E’ sempre distante. Da casa tua. Da casa loro. E tra la chiesa e il luogo del rinfresco ci vogliono le ORE. Sempre che questi luoghi si trovino. Gogle maps spesso smentisce e ti indica trazzere chiuse o che sbucano sul nulla.
E vogliamo mettere le meravigliose salite transitabili solo a piedi?

La settima: il wedding sola.
Si tratta di quello che ti aspetti in grande stile, per cui ti azzizzi tutta super wow, tacco 12. E poi ti trovi all’agriturismo dello zio Peppe. Con i ciottoli e la terra, sui sandali gioiello. E naturalmente il riso al pesto.

Insomma, chetatevi.
Non vi sposate. O se lo fate. Non invitatemi.

di Azzurra La Fata

Kentia (Cefalù)

Sabato scorso sono stata invitata a pranzo da una mia amica che mi ha portata a Cefalù, una cittadina che tra storia e mare è tra le mie, e ho scoperto le sue, preferite.

La giornata è stata piacevole a prescindere, e sono rimasta abbacinata dall’affetto di questa giovane donna.
La sua risata e la sua intelligenza mi avrebbero fatto digerire anche i sassi, ma non ce n’è stato bisogno.

Kentia è in centro città ed offre uno spazio piuttosto vasto. La caratteristica principale della location è la grande terrazza sul mare. Ventilata, luminosa, ariosa, con un arredo moderno e curato. Questa già darebbe il senso di per sè per un passaggio, ma pensare di ridurre il ristorante alla sua affacciata sarebbe un grave errore.

Il servizio è stato ottimo: puntuale, attento, ma mai invadente.
Immediata la risposta alla chiamata. Nessun tipo di sbavatura.

E abbiamo mangiato bene.

Insieme abbiamo ordinato un antipasto che porta il nome del locale.
L’introduzione si è presentata come un piattone con un misto di pesce: sarde fritte “allinguate”, insalata di polpo, salmone e pesce spada affumicato. A questo sono stati aggiunti due classici involtini di melanzane.

Successivamente la mia amica ha ordinato il pesce spada alla messinese, molto morbido e ben condito. Io ho optato per un calamaro alla griglia. La semplicità del piatto non ha inficiato la sua bontà, nè la sua presentazione, davvero molto particolare, con un gioco di incastri delle chele con il corpo centrale.

Due caffè sono stati la degna conclusione.

Ha pagato la mia amica, ad occhio e croce so che ci siamo attestate intorno alle 25/28 euro a persona alla luce delle bevande: acqua e un calice di vino.

La valutazione è che ci ritornerò certamente.

Location, 8/10
Servizio, 7/10
Presentazione piatti 7/10
Gusto e qualità, 7/10
Rapporto qualitá e prezzo, 7/10

Totale: 36/50

 

 

 

Negazionisti fantastici e dove trovarli

L’EPISODICO: “si è trattato di un caso isolato”. Lo dicevano anche della mafia. I mafiosi.

Il RELATIVISTA: “è un reato come gli altri, perché dovrebbe essere più grave?”. Perché lo dice la legge, non belzebù e nemmeno i comunisti: aggravante per motivi razziali. Il motivo storico nemmeno vale la pena di citarlo.

Il BENALTRISTA: “ci sono ben altri problemi in Italia, perché ci occupiamo solo di questo?”. Di solito chi lo afferma non si occupa nemmeno degli altri problemi, a meno che non lo riguardino. Ma la cosa divertente dei razzisti è che, a differenza degli altri criminali comuni, tendono ad organizzarsi e a fare squadra, fondare partiti, governare. Di solito non finisce bene.

Lo SCIENTIFICO: “non puoi dimostrarmi il legame tra quello che dice Salvini e questi episodi”. E tu saresti chiamato a sfoderare statistiche criminologiche e giudiziarie, grafici e altro. Poi guardi la sua bacheca dove scrive che tutti gli immigrati sono delinquenti e l’omosessualità è innaturale e ti accontenti del dato percettivo: “guarda, non ho le prove, ma secondo me poco poco scemo lo sei”.

Il SERENISSIMO: “non so, non sono problemi miei, è roba lontana”. Niente da fare, tocca lavorare pure per loro.

Il COSPIRATORE: “questo fenomeno è sempre esistito ma purtroppo se ne parla solo adesso”. Si riferisce a sé stesso e alla visibilità che Facebook gli ha dato.

Il FILOSOFO: “è un problema ben più grave, non puoi ridurlo all’indignazione e basta”. E tu te lo immagini chino a studiare libri sul tema, pronto a illuminarti. E invece niente.

Il COLPEVOLISTA: “la colpa è della vittima/dell’immigrazione incontrollata/del PD”. Dello stronzo che ha sparato, offeso, ingiuriato, mai.

Il MA-ISTA: “è stato razzismo, ma…” una variante additiva di quelli sopra. Fa finta di riconoscere il fenomeno ma in fondo non lo fa: si sa infatti che nelle regole della lingua conta quello che viene dopo la virgola, non quello che viene prima.
(Simone Samuele Rizza).

Non mi sono mai fatta rincorrere. Non rincorro

Che peccato!
Si, proprio così. Che peccato!
La sensazione di esser reciprocamente incuriositi, l’un l’altro, a conoscerci, io ce l’ho avuta fin da subito. E mi era piaciuta.
Poi, senza riuscire a percepire un valido motivo, in poco meno di quarantott’ore, suppongo lui abbia pensato (male!) che io dovessi rincorrerlo. Forse, in qualche modo, involontariamente, gli ho fatto credere che l’avrei realmente fatto? Saantìddddio. Quanto di più sbagliato! Mi sono chiesta e risposta, al contempo. Mettendomi, ancora una volta, in discussione.

In generale, non credo che le persone debbano rincorrersi. Adoro, invece, quando scelgono di conoscersi. Occhi che si scrutano. Mani che si sfiorano. Corpi che cercano di prendere le misure. Ognuno nel microcosmo dell’altro.

Non mi sono mai fatta rincorrere. Al massimo, anzi, spessisssimo, ho deciso di non esserci. Perché si, sono così: brutale e diretta. Senza mezze misure, affermo me stessa.
E pressoché per le stesse ragioni, non ho mai rincorso. Nessuno.
E mi preme sottolineare che non ho alcuna intenzione di iniziare adesso. Honestly!
Non ne sarei neppure capace. Questo è quel che so.
So anche però, concedetemelo, che vale sempre un po’ di gioia conoscere un omuncolo, quando, anche solo all’apparenza, sa di marziano intelligente.
Ed a sto giro di pianeta, i piccoli ma fondamentali segnali sono stati: La sua capacità di seguire i miei voli pindarici. Che ammetto, esser cosa fastidiosa, quasi-quanto-un-lavoro-forzato. E la mia risata imbarazzata ma spensierata, quando parla e gesticola.
OVVIAMENTE non so a cosa tutto ciò avrebbe potuto portare. Forse ci saremmo sfanculati, ugualmente, dopo un paio di giorni. Oppure, magari no. Non lo so. Davvero!
Ma so per certo che sarebbe stato comunque mooolto interessante scoprirlo.

Di Rossana Campaniolo

Restaci

Ho amato il tuo modo di camminare, dalla prima volta. Mi attrae come una calamita.

Lì per lì sembra un po’ baldanzoso, come se volessi contrastare il mondo con coraggio.
Un inaspettato velo di incertezza però tradisce poi la consapevolezza dell’assunzione dei rischi che la vita comporta. Così l’incedere risulta in bilico, tra attacco e difesa.
Rispecchia quello che è il tuo modo di essere secondo me: un po’ sospeso, volontariamente irrisolto.

Oggi ti guardo camminare ancora una volta e si svela ai miei occhi un nuovo e indesiderato aspetto di questa tua essenza e sottolinea beffardo la mia stoltezza.

E’ un’apocalisse.

Lì, al centro del marciapiede, occupi tutto lo spazio possibile, senza se e senza ma
Starti a fianco semplicemente non è praticabile.
Nulla di personale ma non ne lasci modo.

Non te ne accorgi nemmeno: continui a parlare, di te, e ad infilare un passo dopo l’altro.

Non ti rendi conto che gironzolo a destra prima, a manca poi del tuo baricentro, che provo a collocarmi, dall’uno o dall’altro lato.
Non lo vedi. La mia necessità non è nella tua capacità di osservazione.
Non è che non ti importi, non è semplicemente nei tuoi orizzonti.
La relazione di complice prossimità non può essere presa in considerazione, io non posso essere presa in considerazione, niente e nessuno può essere preso in considerazione, a parte te stesso.

Nella tua vita, come in questo marciapiede, a passeggiare ci sei soltanto tu.
Chi vuole può percorrere un tratto parallelo al tuo, ma sarebbe comunque altro percorso.

Tu sei tu e nessun altro più e non è previsto diversamente.

Lo sai che ti dico? Restaci, miope e stolto che non sei altro.
Io me ne vado altrove, alla ricerca di uno scambio autentico. E alla pari.

E’ complicato

“Certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano…”
Le canzoni di Antonello Venditti non mi piacciono, “Amici mai” non costituisce eccezione.

Eppure questa canzone descrive lo stato emotivo di molte persone nella realtà: si sono lasciate  senza lasciarsi e si vivono come un reciproco rumore di fondo emotivo sempre presente.

Parlo di quegli ex che, se li guardate con attenzione, quando si incontrano casualmente, si guardano di sottecchi un po’ malinconici, anche una volta che si sono voltati reciprocamente le spalle e anche se sono in compagnia di un nuovo amore.

Sembra questo, almeno inizialmente, il concetto che passa nel film “E’ complicato”, i cui protagonisti sono Meryl Streep e Alec Baldwin, Jenny e Jake che, divorziati, si ritrovano casualmente per una notte folle, con annesse conseguenze: lui è risposato e nonostante questo riallacciano la loro relazione, tra momenti esilaranti ed equivoci tipici della commedia americana.

In realtà, esattamente come accade nella vita, l’assenza prolungata, o comunque le tante piccole assenze nella relazione generano uno spazio emotivo in lei che, senza alcun preavviso, viene riempito dall’architetto che le ristruttura casa: Steve Martin.

Vabbè se volete andate a vederlo. E’ su Netflix.

Comunque la grande verità è che le relazioni, anche quelle che non finiscono, in realtà finiscono. Quando si presenta l’occasione. Se si vuole ricomporre qualcosa che si sta rompendo o, peggio, si è già rotto è bene farlo il prima possibile o potrebbe essere troppo tardi.

 

 

 

Fratelli Unici

Immaginate di essere un fratello minore scapestrato, di un medico di successo e tutto d’un pezzo da cui avete sempre voluto attenzione.
Immaginate che vostra cognata si sia trovata a non riceverne più nemmeno lei, da un marito freddo e distante.
Immaginate di avere tradito con lei la fiducia di lui e che, dopo una inevitabile separazione e dopo anni in cui non avete scambiato nemmeno una parola lui ha un incidente, perde la memoria, regredisce allo stato di un fanciullo ottenne e vi venga affidato ob torto collo.

Metteteci un po’ di ironia, di confusione, di voglia evidente di riparare al male fatto e il piatto è servito.

Con leggerezza viene affrontato un tema familiare e sentimentale ricorrente: ferire chi non ci concede più le sue attenzioni e così annichilisce il nostro amore e la nostra dignità.

Il messaggio fondante del film è in sostanza “Scusa se non ti ho abbracciato”.

Se ad interpretare la trama sono due bonazzi come Raoul Bova e Luca Argentero meglio per tutti.

Il film è disponibile su Netflix.

 

Niente etichette

Non definisco i rapporti.
Non è più l’epoca in cui cercare una nicchia precostituita dentro cui trovare il senso di me.
Attraverso la fase della vita in cui non ne ho più bisogno per essere.
Ho necessità possibilmente di un po’ di felicità e di gustare le relazioni che il mio percorso mi ha, bontà sua, concesso, sperando in qualche nuova gratificazione futura, lavorandoci un po’ su e tagliando qualche ramo secco.

Uno dei doni più importanti dell’esistenza, forse il rapporto fondante della mia età adulta, lo descriverei così, come la ricetta di un cocktail: una parte di amicizia sincera, una di sesso godurioso, una di amore profondo ed una di libertà assoluta.

Il riposo dentro lo shaker del tempo ha fatto sì che, con gli anni, e per periodi più o meno lunghi, risaltasse una componente piuttosto che un’altra, senza che cambiasse mai la sostanza, rendendo però impossibile la definizione.

Ho così imparato che senza etichetta è meglio.

Vivamus atque amemus.
Questo basta.

 

A Giada. Ovunque sia andata.

È dì qualche giorno fa la morte suicida di Giada, studentessa dell’università di Napoli, in scienze naturali, che inevitabilmente ha catturato la mia attenzione, per un’infinità di motivi che proverò a spiegare. Di Giada sappiamo poco. Niente, mi viene da dire. Non sappiamo cosa realmente provasse-pensasse-sognasse-e benché meno perché abbia effettivamente deciso di farla finita. Dai giornali apprendiamo che avesse mentito su tutta la carriera universitaria. Così, è nel giorno della non-laurea, senza discutere, in silenzio, che sceglie di lanciarsi dal terrazzo della facoltà.
Ed è sempre dalla stampa che sappiamo che Giada avesse due genitori. Un fratello. Un fidanzato e tanti parenti arrivati a Napoli proprio per assistere alla sua presunta discussione.
Giada non è la prima, ma vorrei che fosse l’ultima. Ed allora, se potessi parlare con Giada le racconterei di quella volta in cui al liceo, in maniera totalmente impunita, dissi alla mia professoressa di filosofia ‘Non è una laurea che fa di lei una buona insegnante’. Inutile dire che la faccenda mi costò una punizione, in qualche modo, sproporzionata -da parte di mamma, che mi ha insegnato il rispetto, e, quindi anche il rispetto dei ruoli, che io avevo travalicato. Ma nonostante tutto, non ho mai smesso di sostenere il mio pensiero.

Badate bene, credo che sia necessario avere delle competenze ,ed, ancora di più, acquisirle tramite uno studio costante ed approfondito, se e quando, però, decidiamo di inserirci nel mondo del lavoro et simili. Ma una laurea non è la nostra carta d’identità. E non deve esserlo.

Sono all’ultima materia del mio luuuungo corso di laurea, a volte difficile piano di studi, e so di aver risposto più volte alla domanda ‘E la laurea?’ anziché ad un sincero ‘Ross. Come stai?’.
Non conosco le ragioni per cui sussista questo anomalo attaccamento morboso alla mia carriera universitaria, e poco mi importa. Ma conosco a menadito l’ansia presame, la paura di non farcela. Perché si sa l’esame è anche sempre un po’ di culo!

Io, però, ho avuto la fortuna di condividere ‘gioie e dolore’ e con Rachele, mia collega-coinquilina e con la mia famiglia, sempre pronti a supportarmi e sopportare me e tutte le mie lacrime. Uuh, quante ne ho versate. A mo’ quasi di rito propiziatorio.

I genitori, i miei, quelli di Giada, i vostri, radici e pilastri portanti della vita di ogni figlio-a, che mai vorremmo deludere. E sono certa che neppure Giada avrebbe mai voluto. Al punto tale da preferire di lasciarsi morire, che sopportare la delusione-sofferenza negli occhi di chi le ha sempre voluto bene, e che lei, invece, aveva ingannato.

Questa storia, quindi, ci insegna che condividere non è facile, ma necessario. Talvolta. Che un ‘Come stai?’ non ci salverà la vita, ma fa un sacco bene. Che le scelte che facciamo non sono irrevocabili. Che si può cambiare idea. E che il ‘cambio variabile’ non è necessariamente un fuori strada, ma a volte, può esser la strada giusta.

A Giada, ovunque sia andata.

Di Rossana Campaniolo

A casa tutti bene

Ci sono nomi che creano aspettative. E lo sa bene, chi di professione ha scelto di fare il regista. Ed è esattamente quello che fa Gabriele Muccino, quando sceglie il cast del suo ultimo film. Tutti nomi che recano una certa carica di destino. ‘A casa tutti bene’, dunque.

Mi metto comoda ed aspetto.
Che poi è quello che faccio sempre quando temo ma spero, fino all’ultimo, di non esser delusa.

E Muccino, esattamente come da manuale, mi ha sedotta ed abbandonata. Naufragar nell’aspettative deluse, sotto ogni profilo.

Non c’è storia.

È una mera-fedele riproduzione di uno spaccato di vita, della borghesia italiana. Perlopiù concentrati ad apparire che viversi. Conoscersi.

Tutto è rimasto in superficie.

Non si è arrivati ad un rapporto madre-figlia viscerale. Nè ad un Amore follemente passionale. E neppure ad una vera e propria tragedia. Che come ha ben sdrammatizzato il mio Amico Pi seduto alla mia destra, è stata questa poi la vera tragedia, per me. Che ho imparato a smettere di essere anaffettiva. Che piango e rido in egual misura. Perché di piangere e ridere ne ho, addirittura, necessità.
Che sono diventata più brava a condannare che assolvere. Che non mi perdono. Che destrutturo, e spesso distruggo, in nome della verità – che è sempre una ed assoluta. Ed io mi sento esattamente così. Assoluta.

Peccare di pathos, quindi, è la colpa più grande di questa numerosa, ma neppure tanto caotica, famiglia italiana. Simile a molte, ma non di esempio. Voglio sperare.

Ps. È entrato nella mia lista dei perdibilisssimi, di default. Grazieaddio!

Rossana Campaniolo

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