A Giada. Ovunque sia andata.

È dì qualche giorno fa la morte suicida di Giada, studentessa dell’università di Napoli, in scienze naturali, che inevitabilmente ha catturato la mia attenzione, per un’infinità di motivi che proverò a spiegare. Di Giada sappiamo poco. Niente, mi viene da dire. Non sappiamo cosa realmente provasse-pensasse-sognasse-e benché meno perché abbia effettivamente deciso di farla finita. Dai giornali apprendiamo che avesse mentito su tutta la carriera universitaria. Così, è nel giorno della non-laurea, senza discutere, in silenzio, che sceglie di lanciarsi dal terrazzo della facoltà.
Ed è sempre dalla stampa che sappiamo che Giada avesse due genitori. Un fratello. Un fidanzato e tanti parenti arrivati a Napoli proprio per assistere alla sua presunta discussione.
Giada non è la prima, ma vorrei che fosse l’ultima. Ed allora, se potessi parlare con Giada le racconterei di quella volta in cui al liceo, in maniera totalmente impunita, dissi alla mia professoressa di filosofia ‘Non è una laurea che fa di lei una buona insegnante’. Inutile dire che la faccenda mi costò una punizione, in qualche modo, sproporzionata -da parte di mamma, che mi ha insegnato il rispetto, e, quindi anche il rispetto dei ruoli, che io avevo travalicato. Ma nonostante tutto, non ho mai smesso di sostenere il mio pensiero.

Badate bene, credo che sia necessario avere delle competenze ,ed, ancora di più, acquisirle tramite uno studio costante ed approfondito, se e quando, però, decidiamo di inserirci nel mondo del lavoro et simili. Ma una laurea non è la nostra carta d’identità. E non deve esserlo.

Sono all’ultima materia del mio luuuungo corso di laurea, a volte difficile piano di studi, e so di aver risposto più volte alla domanda ‘E la laurea?’ anziché ad un sincero ‘Ross. Come stai?’.
Non conosco le ragioni per cui sussista questo anomalo attaccamento morboso alla mia carriera universitaria, e poco mi importa. Ma conosco a menadito l’ansia presame, la paura di non farcela. Perché si sa l’esame è anche sempre un po’ di culo!

Io, però, ho avuto la fortuna di condividere ‘gioie e dolore’ e con Rachele, mia collega-coinquilina e con la mia famiglia, sempre pronti a supportarmi e sopportare me e tutte le mie lacrime. Uuh, quante ne ho versate. A mo’ quasi di rito propiziatorio.

I genitori, i miei, quelli di Giada, i vostri, radici e pilastri portanti della vita di ogni figlio-a, che mai vorremmo deludere. E sono certa che neppure Giada avrebbe mai voluto. Al punto tale da preferire di lasciarsi morire, che sopportare la delusione-sofferenza negli occhi di chi le ha sempre voluto bene, e che lei, invece, aveva ingannato.

Questa storia, quindi, ci insegna che condividere non è facile, ma necessario. Talvolta. Che un ‘Come stai?’ non ci salverà la vita, ma fa un sacco bene. Che le scelte che facciamo non sono irrevocabili. Che si può cambiare idea. E che il ‘cambio variabile’ non è necessariamente un fuori strada, ma a volte, può esser la strada giusta.

A Giada, ovunque sia andata.

Di Rossana Campaniolo

Il mondo dietro una maschera gialla!

Quando siedo in casa Assittata, è difficile trovare qualcosa che mi trattenga dal riflettere a lungo e sfogare i miei pensieri su fogli di pixel bianchi.
Tra queste pareti volano pensieri e accuse, disgusti e complimenti di ogni tipo, consigli e pratiche vanità davanti allo specchio.

Parliamo di noi stessi, degli altri, dei luoghi che abbiamo visto e quelli che non vorremo più vedere, della realtà che ci circonda e di quella che creiamo noi per stare bene.

Oggi farò una cosa che non era successa prima su questi sfondi: vi parlerò di un esperimento sociale che ho avviato tre mesi fa, in silenzio e nascosto agli occhi di tutti, e che ho chiuso non pochi giorni or sono.
Ho usato una “dating app” per la prima volta, e assieme a voi ne analizzerò le varie sfaccettature, che hanno portato una persona tranquilla come me all’esasperazione e al più profondo orrore.

La realtà delle “dating app” esiste e si fa sentire, nonostante la gente tenda a tenerle nascoste e vergognarsene, non parlandone mai con amici o familiari e arrossendo quando se ne menziona anche solo il nome.
Si finge di non conoscerle o non ricordarne il marchio, e quando di fronte ad una determinata persona X viene posta la domanda: “Ma come l’hai conosciut*?” si tende ad inventare una storia del tutto nuova, o dare la colpa al più comune Facebook.
Eppure ho provato per la prima volta Grindr, un’applicazione d’incontri tra omosessuali, e non ne ho provato alcuna vergogna. Sarà perché non ho mai dato un peso concreto ad uno strumento simile, sarà perché son sempre stato schietto e sincero in ogni cosa della mia vita, ma non vedevo il motivo di così tanto imbarazzo.

E così, davanti ai vostri occhi, apro l’applicazione e ve ne descrivo i meccanismi, vissuti giorno dopo giorno per quasi tre mesi interi.
Clicchiamo sull’icona con la maschera gialla, che ormai vedo contro le palpebre ogni volta che chiudo gli occhi inorridito. Sulla home, sentiamo già che qualcosa puzza di marcio: volti, petti scoperti, sederi nascosti sotto ai jeans, profili senza immagine. Sono ovunque e si delineano poco a poco mentre scorriamo la lunga lista di contatti che, per fortuna, si ferma senza dare l’occasione di vedere altro.
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma non lasciatevi ingannare, perché nei prossimi punti vi elencherò cosa non va con un’applicazione che ormai è ritenuta qualcosa di fondamentale nella vita di quasi ogni omosessuale, considerata uno strumento necessario per “trovare qualcuno o riconoscere chi è cosa intorno a noi”.

1) HIGH SCHOOL NEVER ENDS
Così cantavano i “Bowling for Soup” e così va, più o meno, il magico mondo su sfondo nero di Grindr. Sembra di essere tornati tra i corridoi di un comune liceo americano, quelli stereotipati che vediamo sugli schermi quando seguiamo una banale serie televisiva o un film comico. L’unica differenza è che Grindr è la realtà, ed è una di quelle realtà fatta di gerarchie e scale sociali.

Abbiamo l’utente più famoso, che è normalmente il più bello e quello con i pettorali sempre in mostra, che ha la chat intasata di messaggi e “tap”, una sorta di adesivo che ci si invia l’un l’altro per dire: “Ehi, sono qua e ti trovo carino/scopabile, calcolami e andiamo!”
Lui comanda tutto e tutti, è conosciuto in lungo e in largo, e quando lo rifiuti o ti metti nei casini con lui sei automaticamente segnato. Puoi contare i tuoi giorni, perché dirà ai suoi amici in palestra o a chiunque sarà la sua prossima vittima che “c’è questa troia pazza che se la tira, ma non vale niente”. Vi stupite di come vadano le cose?

Maddai, è semplice gerarchia, forza!

In netto contrasto con questo tipo di utente, abbiamo gli sfigatelli, che poi sono le persone più comuni e discrete, quelle che preferiscono stare sulla loro e parlare con pochi utenti, fidandosi di ancor meno gente. Ovviamente passano in sordina e non avranno mai un’occasione da parte di nessuno, anzi se possibile saranno le prede più facili da ingannare, quelle a cui dirai qualsiasi cosa pur di aggiungere un’altra tacca alla tua cintura penosa di conquiste.
I poveri sfigatelli, che tanto sfigati poi non sono, sono i tipici utenti che preferiscono entrare su Grindr una volta ogni cento anni, pur di conservare la loro dignità ed evitare l’ennesima presa in giro da chi, su quello sfondo nero, fa da padrone e gioca con le carte più sporche che ci possano essere.

In fondo alla scala sociale abbiamo gli utenti più grandi, quelli che vanno dai quarant’anni a salire. Un po’ come i contadini nel medioevo, questi utenti vengono usati al momento del bisogno, per racimolare un po’ di soldi con del disgustoso sesso a pagamento o quando finiscono le scorte di utenti da manipolare.

In mancanza di carne fresca, va sempre bene tappare qualsiasi buco capiti a tiro, soprattutto nelle ore notturne e nelle fasi più improbabili della giornata, nei luoghi più sudici che sanno di trasgressione.
Siete perplessi? Eppure questo è il meccanismo base. Andiamo avanti.

2) VENDESI AL MIGLIOR OFFERENTE
Questo è un altro dei tasselli fondamentali delle regole non scritte che caratterizzano Grindr. In fondo, non è un caso che chiunque stia su quell’applicazione si lamenti di essere trattato come “carne da macello”, salvo poi comportarsi come se fosse peggio che un prodotto in vendita e pronto per essere concesso a tutti.

Eppure, applicazioni come Grindr non sono altro che una vetrina linda e pinta, in cui gli utenti si mettono in mostra provando a dare il meglio di sé, così da farsi comprare dal miglior acquirente nei dintorni.

Il kit del perfetto maiale al macello include:
– una foto profilo, che l’utente medio preferisce perfetta e impeccabile, possibilmente col fisico in mostra così da poter far capire agli altri che ne varrà la pena;
– una descrizione non troppo dettagliata, ma possibilmente interessante, così da ingannare anche le menti più innocenti e spingerle ad entrare in contatto con l’utente in questione;
– informazioni base come l’altezza e il peso, le preferenze sessuali e la cerchia a cui si appartiene, per delimitare il campo pur restando aperti a chiunque;
– extra come il profilo Instagram o Facebook, giusto per mantenersi social e alzare il numero di seguaci da tutto il mondo.

Con tutto il materiale a disposizione, l’utente medio può entrare senza problemi nel magico mondo di Grindr, e verrà quasi subito attaccato e bombardato di messaggi, finché il suo profilo non “passerà di moda” e sparirà tra il resto dei prodotti.
Curioso, vero? Sembra proprio di stare al supermercato. Eppure, tutto questo è ancora niente.

3) MAMMA, HO PAURA DELL’UOMO VERO
Se i primi due punti ho avuto modo di analizzarli da lontano, quest’ultimo ha purtroppo coinvolto anche me in prima persona, contro la mia volontà. Sembrerebbe un brutto vizio degli utenti di Grindr, ma io ritengo che sia soltanto una più comune paura, quella di trovare dietro la foto profilo una persona vera.

E con “vera” intendo una persona in carne ed ossa, con un cuore ed una mente, con una bocca per parlare, con un paio di occhi più o meno profondi per guardare e analizzare la situazione, con delle mani che possano stare al gioco o rifiutarlo di colpo.

Ma soprattutto, sembrerebbe che gli utenti di Grindr abbiano paura di trovare una persona che sia totalmente Umana, e non soltanto una bambola gonfiabile con cui parlare del nulla finché non si arriva al dunque, solitamente consumato sul letto di una stanza stretta o su una macchina al freddo di un parcheggio qualunque.

C’è qualcosa che gli utenti su Grindr notano in un’altra persona, ad un certo punto, ed è la stessa identica cosa che li spinge a sparire dopo la prima sera. Credo stia tutto negli occhi o nei dialoghi, quando si fanno troppo insistenti o presenti, quando si parla troppo e di troppe cose. È come se, con i dialoghi, si varcasse una soglia che rovina il rapporto sessuale consumatosi successivamente, spingendo uno dei due a tagliare i ponti sparendo nel nulla.
Da qui nasce il più comune “incontro-da-una-botta-e-via”, quello più semplice in cui non ci si conosce e non si parla più di tanto, se non limitandosi alle domande più educate tra “come va” e “che hai fatto oggi”. Niente che possa effettivamente cogliere l’interesse dell’altra persona.

C’è tanta paura tra gli utenti di Grindr, che può andare dalla paura di accettare il fatto di aver conosciuto un altro essere umano, alla paura di aver conosciuto effettivamente un uomo. Quest’ultima è una cosa che molti, anche su Grindr stesso, faticano ad accettare ritenendola inconsciamente contro natura e rifiutando qualsiasi tipo di legame affettivo con una creatura dello stesso sesso.
È triste, e penso che a questo punto vogliate fermare quest’analisi, troppo sconvolti da come funziona questo mondo nascosto nelle tasche dei jeans di milioni di persone al mondo.
Potrebbe mai essere peggio di così? Risposta ormai ovvia: sì.

4) IL PESO DI UN LEGAME
Confesso: questo è il punto che mi urta di più, ossia la costante paura che gli utenti di Grindr hanno di legarsi ad un’altra persona, nel modo più dolce e tenero possibile. Frequentando un’applicazione del genere, vi rendereste
conto che c’è una sorta di odio profondo, quasi malato, anche solo al sentir nominare la parola “relazione”.
E quando arriverete ai famosissimi “profili di coppia”, vi accorgerete che è lì che sta il problema di fondo: nessun utente di Grindr sarà mai disposto a rinunciare alla propria libertà sessuale, in cambio di qualcosa di stabile che potrebbe sfociare nella monotonia. È molto più facile trovare la novità in un corpo nuovo, e per questo nessuno vorrà mai legarsi troppo ad una persona.

La stessa cosa accade nella più comune frequentazione: due persone escono assieme per una settimana o due, magari arrivano anche ad uscire assieme per un mese, ma uno dei due manterrà sempre i contatti con chiunque gli capiti a tiro.
Questo è il perfetto esempio del fenomeno più tristemente diffuso su Grindr: la mancanza di rispetto e di sincerità, gli uni con gli altri, ma soprattutto verso sé stessi.
Non so quanto di tutto questo sia più o meno grave, ma purtroppo è un problema presente e credo che sia stato questo a spingermi a concludere in fretta il mio esperimento, per non andare ad incappare in qualcosa di ancor più grande e triste.

Sembra quasi che il mondo umano, a livello interiore, stia andando a rotoli e nessuno potrà mai farci niente. Le “dating app” sono una realtà insistente e, di questo passo, non tramonteranno mai.
Neanche in un futuro in cui si potrà stare tranquilli già solo essendo sé stessi in totale libertà.

Di Paolo Costa

LIBERO: Rispettare con Cura!

Guardo il mio riflesso allo specchio, ormai mio amico dopo anni di incomprensioni e rivalità, dopo aver postato una foto del mio addome scoperto su uno dei classici social ormai in voga negli ultimi anni.
L’immagine impressa sul vetro mi comunica che qualcosa non va: ho l’espressione corrucciata, anche se è passata soltanto un’ora dalla pubblicazione.
Sono preoccupato, a tratti agitato, ma il motivo di fondo è presente e si fa sentire.
Sono consapevole di cosa mi aspetta, so con certezza quale uragano sta arrivando, quale piaga umana si abbatterà su di me questa volta: l’etichetta, tanto semplice quanto disumana, tipica malattia della società.

Uomo, donna, grassa, magro, troppo alto, troppo basso, brutto, vecchio, troppo piccolo, troppo grande, etero, frocio, battona, maschiaccio, effeminato, secchione, sfaticato, santarellina, figlio di papà.

Nessuno è mai una Persona, nessuno è mai Umano.
Eppure siamo un sacco di cose messe assieme e non lo sappiamo neanche con certezza, dal momento che chiunque ci incontri per strada affida a noi un’etichetta nuova di zecca senza il nostro consenso. E poi in un giorno qualunque basta una semplice foto come quella di oggi per esporre gli altarini, da sempre coperti miseramente da belle facce e grandi sorrisi.

“Eppure il corpo ce l’hai”, “hai la faccia per certe cose”, “chissà quanti ne tieni sotto al letto”, “che cattivo ragazzo che sei”.

Educatamente ringrazio, perché apprezzo la fiducia che ripone certa gente in me, pensando che io abbia successo con gli uomini tanto quanto io ne abbia nella letteratura e nella traduzione. La fiducia, seppur sbagliata o in piccole dosi, è sempre da apprezzare di questi tempi, per cui chino la testa e sorrido. “Che ingenui”, penso tra me e me allontanandomi.

Quanto può essere facile considerare una persona promiscua, quando questa ha la semplice sicurezza in sé che gli permette di poter sfoggiare una parte del proprio corpo, senza scadere nel volgare o nel provocante?
Quanto può dar fastidio, agli occhi degli insicuri, vedere un uomo o una donna vivere liberamente la propria sessualità, con il giusto rispetto verso il proprio corpo e con la giusta attenzione, data anche dal potere di scegliere con chi andare e chi evitare? Quanto bisogna tirare la questione per le lunghe, prima di capire che ci sono etichette che pesano e marchiano la pelle delle persone, quasi come fossero lebbrosi?

Basta una parola sbagliata alla persona giusta, o la parola giusta alla persona sbagliata, e ci si vede privati della libertà di girare in città senza sentirsi additati e percepire i bisbigli della popolazione pseudo-pudica, che si lascia cadere dalle labbra sporcaccione commenti indecenti come: “che troia, un ragazzo del genere sarà un maniaco, un maiale”.

Eppure le etichette sono come le scarpe: tutti ne abbiamo un paio e spesso sono scomode, si rovinano o soffocano il piede. Cosa serve a capire che non bisogna mai scambiare la libertà di vivere con qualcosa di inutile come un’etichetta? Perché porre dei limiti alla società? Perché si sente il bisogno di raggruppare chiunque sotto una determinata categoria, che pesa tanto quanto il far girare una voce sbagliata o un commento di troppo, che spesso viene frainteso?

Io non me lo spiego e intanto medito, nella speranza che un giorno la gente possa capire quanto sia sbagliato il diffondersi di questa vera e propria peste dell’anima e della mente.
Controllo il mio telefono un’ultima volta e ignoro i messaggi sporcaccioni di chi sente il dovere di prendersi la libertà di avanzare certe proposte, come se fossi disposto ad andare con chiunque solo perché “troppo espansivo” ai loro occhi maliziosi.

Il mio riflesso mi sorride adesso ed io gli parlo. Confesso, è vero che ho tante etichette addosso, ma forse l’unica che affiderei a me stesso è quella con su scritto a caratteri cubitali: “LIBERO”.
Così come sono libero di scegliere chi rifiutare e chi frequentare, perché amo me stesso e ho un rispetto enorme per la persona che sono.

Ed io mi amo così tanto da permettermi di mostrare il mio addome e andarne fiero senza rimpianti.

Nata e cresciuta a Trapani. Con Trapani.

Sono nata e cresciuta a Trapani. Ed una volta raggiunta la maggior età ho scelto di restare. Quindi, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e ho frequentato a Trapani, polo distaccato. Questo mi ha dato l’opportunità di vivere la cittá quotidianamente, a tutto tondo. E cosi, ho avuto modo di constatarne la sua evoluzione.

Ho ricordi, risalenti a più di un decennio fa, di un centro storico cittadino assopito. Più precisamente, abbandonato. Saracinesche di negozi abbasate per sempre. E strade ricche di arte e cultura desolate.
Oggi, invece, è proprio un piccolo fiore all’occhiello. Almeno per me. E non solo, lo so. Poi io mi ci perdo, alla ricerca della mia casa ideale, dalla quale studiare e conoscere la storia che si racchiude nella parte più antica della città.

Le luci dei negozi restano accese fino a tarda sera, e la gentii pullula. In estate, poi i turisti raddoppiano le presenze. Questo è quello, almeno, che è accaduto fino a qualche mese fa.

Da domani, invece? Che ne sará di Trapani? Il rischio è, già temuto mesi fa a causa di un ballottaggio elettorale inusuale con un solo candidato conclusosi con il commissariamento del comune, quello di una regressione del territorio. Sotto ogni profilo. Infatti, è notizia dell’ultime ore la scelta amministrativa, del commissario in carica, di non aderire all’accordo co-marketing. Dal quale deriverà un danno incommensurabile per il turismo, attività principe del territorio. È sicuramente indiscusso l’indotto economico apportato dal vettore Raynair in città e provincia. Ma tale scelta, danneggia anche un apporto di tipo lavorativo a 360 gradi. La campagnia area, oggi esclusa, ha condotto luminari della medicina – emeriti relatori specializzati sulle più disparate tematiche. Insomma, è un bagaglio cosi enorme che la Città, noi cittadini non possiamo permetterci di perdere.

Lamentarsi sono certa non serva, ma alzarsi quantomeno dal divano ed iniziare a far ascoltar le proprie ragioni, se non sufficienti quanto meno necessarie, ritengo possa esser un punto di partenza. O ri-partenza.

Di Rossana Campaniolo

Regali e assittamenti in pizzo

Lo so che non è educato reagire male in determinate circostanze, ma una delle evenienze che mi fa assittare in pizzo maggiormente è quella di ricevere un regalo, di compleanno o natalizio, completamente distonico con la mia personalità.
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Badiamo bene, non mi interessa se sia riciclato o meno, ma quanto sia effettivamente adatto a me.
In realtà non so come la pensino gli altri ma sono essenzialmente due i fattori che mi fanno pensare che un interlocutore possa avere un minimo di attenzione nei miei riguardi: alle brevi, quando ci si conosce da poco, ricordarsi bene la connessione tra la mia faccia ed il mio nome di battesimo, a lungo andare l’impressione di avere carpito in qualche modo i miei gusti in generale.
Ieri ho investito due ore del mio pomeriggio ad acquistare un dono di per una mia cara amica.
Non sono certa che sia quello giusto. Tuttavia sono sicura che lei rivedrà nell’oggetto che le porterò un poco di se stessa per alcune caratteristiche.
Capirà che ho fatto qualcosa in più che pensarla.
Comprenderà che provato, nel mio microscopico, a darle una piccolissima felicità e il suo ricordo nel tempo che passa.
Ecco questo dovrebbe essere un dono: una dichiarazione di quella considerazione che ti fa capire che chi ti ha preparato il regalo un po’ di bene te lo vuole.

La polizza la fa e la riceve chi ama

Partiamo dal presupposto che della storia delle polizze mi interessa abbastanza poco. Se fosse falsa sarebbe uno dei tanti teatrini strumentali intorno alla Raggi, se fosse vera, costituirebbe l’ennesimo episodio di malaffare di un partito in Italia, un paese il cui problema principale, non dimentichiamocelo mai, è e resta la corruzione, con tutto il suo portato culturale.

Posto che bisognerebbe capire più che altro come mai Romeo  vada in giro ad accendere assicurazioni in favore di Tizia, Caia e Sempronia, ma tant’è, questa notizia mi ha fatto venire in mente un episodio del passato. Una delle dimostrazioni di amore più disinteressato mai ricevute.

Mia nipote, al tempo dell’aneddoto bambina, oggi giovane donna, è sempre stata una grandissima fan del danaro.
Non ha mai perso un’opportunità per battere cassa, per intenderci. E nessuno di noi può tuttora sfuggirle se lei ha deciso che qualcuno in famiglia, con particolare riferimento a sua madre, deve erogare.
In quel tempo, possedevo alcune sostanze ereditate dai miei genitori – oggi andate bellamente in fumo –  che mi permettevano di operare qualche investimento.
Mi proposero di attivare una polizza assicurativa sulla vita.
Potevo avere 22 o 23 anni. Sebbene giovane  e soprattutto molto inesperta avevo compreso che lasciare dei soldi a marcire, senza movimentarli, non avrebbe giovato a nessuno. Così accettai.

polizza
Dovevo individuare un beneficiario, e così pensai proprio a questa nipotina, secondogenita di una delle mie sorelle, una dei tre bambini di casa: gli altri due, primi nati, avrebbero avuto forse più possibilità di lei, un benefit avrebbe potuto farle comodo negli anni a venire. Pertanto mi decisi e indicai il suo nome, con tanto di commozione della funzionaria della banca: in caso di mia prematura scomparsa lei avrebbe intascato.

Passati un paio di anni, diventata lei più grandicella, decisi di informarla.
Ebbe una reazione di netto rifiuto: “Io non voglio dei soldi pevchè tu muovi”, e mi lasciò là, piacevolmente sorpresa: “Mi ama” pensai.
Di quel tesoretto nulla è più rimasto, a causa della crisi.
Anzi fu una delle prime linee di risparmio della mia vita ad andare in fumo, con sua grande soddisfazione.

Tuttavia la morale del ricordo è chiara. Ama chi la polizza la fa. Ama chi la polizza la riceve.

Ovviamente si fa per celia…

Un plauso a lei. Santa donna.

E comunque un plauso a lei, lì, sfuocata sullo sfondo e con lo sguardo preoccupato.

Perchè ha dovuto sostenere le ambizioni di lui.
Ha dovuto sopportare gli occhioni e le ciance intorno a Maria Elena Boschi, campionessa di emendamenti costituzionali e mossettine televisive.
Ha dovuto subire gli attacchi perchè, da first lady, si è assentata dal lavoro per doveri di Stato.
Perchè è stata criticata solo per il fatto di averlo un lavoro.

Santa donna!

Santa donna!

Un plauso a lei che adesso lo raccoglie pure con il cucchiaino.
Santa donna, che pazienza che ci vuole.

 

 

E’ che non mi sono fidata di Renzi

Ho votato no.
Non ho mai concepito l’espressione della mia preferenza come un segnale politico all’attuale governo.
Non penso che un referendum abbia valenza elettorale, quindi trovo illogica l’interpretazione dei risultati come letti dal premier.
Altrettanto lungi da me l’intenzione di manifestare l’appartenenza ad un partito o ad un movimento del fronte che si opponeva alla proposta.

L'amaro volto della sconfitta

L’amaro volto della sconfitta

Ero consapevole che, una volta emerso un risultato negativo, se Renzi avesse deciso per le dimissioni, questo non avrebbe cambiato una realtà, e cioè che il Partito Democratico, in quanto forza di maggioranza, sarebbe stato incaricato di formare un nuovo governo, seppur di scopo.
Ero consapevole quindi, che le elezioni anticipate non sarebbero state prese in considerazione. Non in prima battuta e non come soluzione immediata.

Una cosa è certa però. E’ stato un voto che ha palesato la mia mancanza di fiducia per un quesito referendario contenitore, dove si trovava di tutto e di più, messo lì, appiccicato insieme, ed appellato come “cambiamento” senza distinguo, senza priorità, senza chiarezza.
Quello sì che era un’accozzaglia.
E di fronte al caos, si può reagire solo con uno stop.

Non è tutto oro quel che luccica nè cacca ciò che puzza

La bufala dei Simson

La bufala dei Simpson

Secondo una breve e convincente analisi di bufale.net  queste immagini non furono mai realizzate nel 2000, ma dopo che si è saputo che Trump sarebbe stato candidato alla Casa Bianca.
E’ tuttavia innegabile una certa capacità precognitiva da parte della satira e di Groenig & Co. se pensiamo alla puntata sul futuro di Bart dove il bambino oramai cresciuto vede la sorella diventata il primo Presidente degli Stati Uniti donna – e quindi non Hillary – alla prese, in una riunione, con il default lasciato dal predecessore, proprio lui, Trump.

Dalla sua elezione è stato un susseguirsi di deliri collettivi, molti dei quali a sfondo comico, sempre come se nessuno se lo aspettasse davvero.

E ora? Ci si chiede.

Ora si va avanti accettando il risultato dell’investitura democratica di un Presidente scelto mediante elezioni e individuato con primarie anche come candidato.
Non è che la democrazia deve piacere solo se ritorna il risultato gradito.
Bisognerà farlo ridimensionando anche le proprie aspettative negative – gonfiate da una campagna lunga e difficile – e rimettendo i piedi un po’ per terra, senza farsi trascinare dalla psicosi mondiale in corso.

Il Presidente degli Stati Uniti, per quanto sia potente, non può fare esattamente tutto quello che vuole, nè in ogni caso mantiene tutto quello che promette.
E’ sufficiente pensare alla mai avvenuta chiusura della prigione di Guantanamo, assicurata illo tempore dal Premio Nobel per la Pace Barack Obama.

Non siamo di fronte ad una replica di Ronald Reagan che, sì, venne eletto da repubblicano in una fase di profondo malessere degli USA, ma militava in quel partito da quaranta anni ed era stato già governatore della California.
Siamo certamente di fronte ad un conservatore anni Venti, che ripiegherà fortemente sulle politiche interne, nel male, per esempio rendendo difficilissime le condizioni di vita e di ingresso dei migranti, ma forse anche nel bene, fermando la delocalizzazione delle imprese che ha già provocato la perdita di lavoro per tanti Americani.

Insomma, questo è il risultato.
Poco si può fare se non stare a guardare cosa succederà, rammentando che però il grande entusiasmo per chi finisce a Dicembre il proprio mandato non ha prodotto i risultati sperati e quindi non è detto che il mondo sia di fronte alla tragedia che teme.

Serbiamo un attimo di realismo.

Virginia Raggi, i frigoriferi, la comunicazione

Mi corre l’obbligo di ammetterlo fin dalla premessa: Virginia Raggi mi sta un po’ sugli zebedei.

Sarà che non riesco a comprendere appieno il movimento da cui proviene e anzi che ne ho un po’ paura, sarà che il clima sociale in cui si muove sembra analogo a quello in cui nacque e si sviluppò il fascismo, sarà che trovo presuntuosa la sua fiducia nel proporsi per amministrare Roma, che è un immenso brulicare di problemi, criticità e disservizi, sarà che ha le orecchie a sventola che mi ricordano quelle del buon Giulio. Sarà.

Eppure certi giornali non li capisco.

Comprendo che siamo analfabeti dell’immagine ma avete notato le foto che le testate usano quando si tratta di parlare di lei?
Per esempio questa:

Virginia Raggi

E’ sufficiente darle un’occhiata.
Virginia Raggi, sindaco di Roma Capitale, è oggettivamente una bella donna, giovane, proporzionata, dai lineamenti regolari. L’unico difetto che ha sono appunto le orecchie, da lei costantemente e saggiamente coperte con i capelli.

In questa immagine non solo le orecchie sono belle in evidenza ma la figura, forse carpita in un momento di stanchezza, lascia trasparire una forte tensione, quasi rabbiosa.
L’utilizzo delle luci e la gamma dei blu, un colore freddo, così alzata, aiuta a dare un’immagine ancora più fosca alla donna.

Ora chiosare questo artificio grafico con un titolo che inizia con l’espressione “Senza polemiche”, come ha fatto Huffington Post a suo tempo, per poi aggiungere che il sindaco Raggi era assente ai funerali delle vittime del terremoto di Agosto è immediatamente traducibile nella più comune delle manipolazioni di un giornale per colpire un’area politica strumentalizzando la parte destra del cervello, quella delle emozioni, invece che sollecitare la razionale sinistra.

Ancora oggi i quotidiani, on line e non, riportano una profusione di articoli sulla questione dello smaltimento dei rifiuti ingombranti della città. Badiamo bene, il tema è serissimo, tanto da sconcicare la Commissione Antimafia.

E La Repubblica che fa? Dedica uno spazio all’ironia dei social su quanto è accaduto:

Ironia...

ironia…

Si tratta ovviamente di uno humor indirizzato a lei che viene identificata come piccola, incompetente e un po’ scema.

Però io sono convinta che, se si vuole essere credibili quando si critica una rappresentante, che ci piaccia o no, così importante si deve prestare attenzione ad un solo aspetto: ad essere rigorosi e, in questo modo, non scadere nella qualità dei messaggi, nei toni e nelle modalità espressive.

Finché articoli e sostegni alla comunicazione che la riguardano avranno questa impostazione non saprò decidermi se è meno affidabile lei o i giornali che ne narrano le vicissitudini come fossero le avventure di Pollyanna.

 

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