Noi siamo le canzoni

Starlight (Muse)
Non ha voluto elettrizzare la mia vita, pretendeva che la sua lo fosse da me, senza disponibilità a ricambiare.
Non ha condiviso questo nè altro.
notaHome (Depeche Mode)
Risuona tra stanze inondate di accecante luce bianca, in un mattino di primavera, a tutto volume. La respiro con chi, in una maniera o nell’altra, continua ad essere e sarà per sempre la mia casa: “Thank you for showing me…”. Lo so.
Ne ascolto emergere le note dall’oscurità molle del desiderio notturno con chi al contrario non sarà mai dimora, mai rifugio rassicurante, sempre frustrazione di un’assenza che si protrae senza soluzione di continuità.
L’ultimo bacio (Carmen Consoli)
Il lamento, la culla, le braccia e l’abbandono di una vita. Moltiplicato per tre.
Let the sunshine (colonna sonora del musical Hair)
L’amore era convinto, almeno fino a prova contraria.
Risate su ceste piene di ciliegie rubacchiate a ridosso di una strada provinciale.
True colors (versione di Cindy Lauper)
Notti di Agosto ad essere un’ altra senza diventare l’altra.
Notti di Luglio buttata per terra, su un balcone in bilico, a bere Gin Tonic.
Ogni canzone è almeno una persona, certe volte due o anche tre.
Ogni canzone è un momento, talvolta un periodo.
Tutto insieme io.

Alle porte del cielo. La morte in musica.

Chi non la conosce?

Intendo “Knockin on heaven’s door”, la famosissima canzone di Bob Dylan che fotografa il momento della morte di un sceriffo, colonna sonora del film “Pat Garrett & Billy the Kid”
Rivisitata da un sacco di band e solisti, la cover più famosa è forse quella dei Gun ‘N Roses.

la locandina del film

la locandina del film

Per tantissimi è quasi un manifesto di pacifismo in musica.
Ma non è vero. E’ solo la descrizione di un uomo che sta lasciando questo mondo.
Un distintivo, una targetta, un preconcetto categorico quello sono e si attaccano a qualasiasi persona, suo malgrado.
Queste quattro parole riassumono in musica semplicemente il momento topico di un’esistenza:

Mamma toglimi questo distintivo
non posso più usarlo
si sta facendo scuro, troppo scuro per vedere
mi sembra di bussare alle porte del cielo

Busso alle porte del cielo

Mamma seppellisci le mie pistole nella terra
non posso più sparare
quella lunga nuvola nera sta scendendo
mi sembra di bussare alle porte del cielo

Busso alle porte del cielo.

 

Elettronic is my music

Immagino che, esattamente come accade per il cibo, tutti i gusti, anche quelli estetici e artistici, siano in qualche maniera condizionati dalle prime esperienze vissute.
Per farvi un esempio io non amo particolarmente la musica italiana, né melodica.
Mi piacciono produzioni marcatamente strutturate, rock o anche meglio con forti accenti elettronici.
Penso che effettivamente ci sia un filo che unisce le mie attuali preferenze ai primi ascolti da bambina.
A quattro o cinque anni, infatti, avevo dei vicini di casa universitari.

Correva il 1979 e imperversava il doppio LP di “The wall” dei Pink Floyd.
In pratica un pomeriggio sì ed uno no mi ritrovavo attaccata alle cuffie del Technics che sparava a palla “We don’t need no education…” dentro le mie piccolissime orecchie, che venivano così plasmate, direttamente dal piatto dove roteava il vinile.
L’imprinting è stato così significativo da farmi preferire con il tempo anche versioni più strutturate di pezzi già di per sé non certo morbidi, penso ad Enjoy the Silence dei Depeche Mode, uno dei miei gruppi preferiti, nella versione riarrangiata in chiave ancora più energica dai Lacuna Coil o una interpretazione di “Lost on you” e trovata per caso su Youtube.

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