“Dovremmo essere tutti femministi” – Recensione di Paolo Costa

“Femminismo”, questa è la parola chiave del breve discorso che Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana di gran successo, ha tenuto nel dicembre del 2012 per TEDxEuston.

In poco tempo, il suo discorso si è ampliato, diventando un libriccino di appena 50 pagine e dal formato talmente comodo da rendere impossibile il non portarlo sempre con sé, per ricordare a noi stessi giorno dopo giorno cosa dovrebbe voler dire vivere in un mondo in cui, finalmente, alle donne vengono riconosciuti tutti i diritti.
O quasi.

D’altronde, tramite esempi spinosi ma reali, con spaccati di vita quotidiana, Chimamanda racconta di quanto sia difficile e scomodo vivere come una “donna” in una società che ha soltanto finto di evolversi.

Sto parlando di “Dovremmo essere tutti femministi”, edito da Einaudi Editore e disponibile praticamente ovunque e in qualsiasi formato, digitale o cartaceo che sia.

Il piccolo volumetto è corredato da termini semplici e capitoli brevi, quasi istantanei, in cui Chimamanda riflette su cosa voglia dire crescere come una donna accusata di essere femminista, come se fosse qualcosa di negativo, ed essere minacciata o avvertita per questo motivo. Narrando della condizione delle donne nigeriane, Chimamanda spinge anche noi lettori di tutto il mondo a riflettere e aprire gli occhi su situazioni quotidiane che potrebbero sfuggirci, nascondendo un atteggiamento totalmente irrispettoso verso la figura Umana femminile.
Umana, sì, con la lettera maiuscola.

Chimamanda parla anche di questo, dopotutto: cosa voglia dire crescere come umani, rispettare i diritti di ognuno, non calpestare mai nessuno ed educare alla piena e sincera umanità.
Se siete persone intelligenti, amerte queste 50 paginette e le scolpirete nella vostra mente a chiare lettere, perché dopotutto, dovremmo essere tutti femministi e Chimamanda ce lo insegna con parole semplici, che scavano a fondo nelle nostre menti e lasciano un messaggio chiaro ed eterno.
Leggetelo e non ve ne pentirete.⁠⁠⁠⁠

Di Paolo Costa

Meglio un rospo arrapato che un principe attempato

“Una come me quando gli ricapita?” – è quanto di più intellettualmente disonesto possa partorire la mente. Di una donna.
E questo lo sa bene, anche, Bianca Pes -protagonista del nuovo romanzo di Maurizio Macaluso.
Di lei dicono sia una donna: Inquieta e disinibita. Mentre la raccontavano, come una donna che ama trasgredire, single per scelta, ma se vuole un uomo se lo prende -riporto fedelmente- io cercavo di intuire cosa potesse accomunarmi a lei, oppure. A tratti tanto diversa da me.
Ebbene si, Bianca è presente a se stessa. Esattamente come me. E di me dicono, anche, che io sia, talvolta, brutale con chi ha bisogno di compassione ma maestra con chi ha bisogno di una lezione. Io, invece, mi sento sempre cosi irrequieta. imperfetta. Fratturata. E da sempre cerco di mettermi a posto, indi. Se da un lato mi affascina l’effetto sliding doors della mia vita, dall’altro cerco di fare pace con tutti i possibili “Come sarebbe andata se..”. Arrivo fino alla fine, quindi. In fondo. Al midollo di tutto.

Maurizio, attraverso la voce di Ornella Fulco, ci fa entrare nel mondo di Bianca. Una parte di universo parallelo – quasi. Costruito su misura, in un momento in cui -dopo anni di cronaca giudiziaria- ha avvertito l’esigenza di un pò di leggerezza.
È un diario che fa la somma di tanti racconti. Di tante donne, che l’autore ha incontrato..ascoltato..Letto.

Bianca è leggera, in effetti, ma non superficiale. Arriva all’inizio di ogni incontro “spogliata”, senza pretese e pregiudizi. Non costruisce un rapporto, lo vive. Che poi è la forma di libertà massima per poter esser se stessi.

Non è presuntuosa. Ma provocatrice.

“Meglio un rospo arrapato che un principe attempato” è l’esasperazione di una consapevolezza. Nitida. Mi confessa, Maurizio.
Il principe azzurro non esiste, cosi come ha ben spiegato la psicoterapeuta, intervenuta, al debutto di Bianca in società. Alto, occhi azzurri e capelli biondi è solo una proiezione. Talvolta della disney.Talvolta delle madri.
Esistono le relazioni, però.
Esistono le persone. Che si incontrano. E poi, magari scontrano. Ed è altrettanto chiaro che tutto ciò implica una certa quantità di rischi. Ma questi ci sono sempre e non è certo facendo di tutto per non correrli che poi non ci si brucia.
Rinunciar-si non è sinonimo di tutelar-si. Non con le persone, quantomeno.

Incontrarsi.Intuirsi. Riconoscersi. Fa bene, invece. Letteralmente.
Io lo so. L’ho vissuto. E non smetto di dirlo al marziano intelligente, arrivato nella mia vita per caso, con occhi cielo e capelli cenere. Ma questa è un’altra storia di cui magari tornerò a parlarvi..intanto, però, vi consiglio un “a tu per tu” con Bianca. L’Amica che vorresti, se non ce l’hai. La donna che temi, se tua rivale.⁠⁠⁠⁠

Di Rossana Campaniolo

Io viaggio da sola

Lo ammetto, è successo anche per “Io viaggio da sola” .

Quando ho acquistato questo libro, della giornalista Antonella Perosino, sono stata molto attratta dalla copertina.
Mi succede spesso. Entro in libreria, con lo sguardo che vaga. Poi, come se possedessi i neuroni di un bambino di setto o otto mesi, attratta dai colori afferro un testo.
Solo quando ho il volume tra le mani leggo il titolo, leggo le note della quarta di copertina, che spesso recano inutili dichiarazioni di giornali o note biografiche di scrittori non ancora noti e per questo irrilevanti e poi compro, sempre, condizionata dalla prima impressione.
Nel caso specifico mi ha ammaliata la figura di una giovane donna in viaggio, ritratta probabilmente in una noiosa pausa aeroportuale. Appoggiata ad una grossa valigia, la ragazza sembra guardarsi intorno senza uno scopo reale.
A me è successo tantissime volte di trovarmi in questa stessa posizione.
Mi sono sorte alla mente parole di libertà e di indipendenza, non so perchè ma ho inferito, solo dalla foto, il racconto di un percorso di emancipazione e tutto questo mi ha spinto ad acquistare il libro letteralmente di corsa.
Volevo assaggiare questa sfida e sentirla mia.
copertina del libro io viaggio da solia

copertina del libro io viaggio da solia

Il cattivo segno è però giunto arrivata a casa: appena l’ho aperto, questo è avvenuto l’anno passato, l’ho abbandonato alla decima pagina. Non c’era nulla che mi spingesse ad aprirlo.
Anche negli ultimi tempi, sebbene mi sia messa di buona volontà: nel mese di agosto l’ho ripreso più volte e più volte posteggiato, fino ad arrivare alla fine.
Il testo non è di difficile lettura, anzi, è scorrevole, ben strutturato e lineare.
Ma non è attraente, per nulla.
E’ una specie di insieme di consigli, per carità ragionevoli, su come vivere il viaggio per una donna che decide di farlo da sola a partire dall’esperienza personale dell’autrice.

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