Salvate il rispetto, salvate l’amore

Sedici anni, lo stomaco in preda al tipico formicolio del primo amore, un amore che l’ha scaldata per un anno, facendole tremare il cuore giorno dopo giorno.
Un cuore che non batte più.

Noemi Durini, col suo dolce sorriso e il suo amore incondizionato, è morta tra le mani del mostro di cui era innamorata. Un mostro che le ha regalato l’illusione di toccare il cielo con un dito, portandola sempre più in alto, verso nuvole di zucchero filato, come un sogno ad occhi aperti.
È proprio da lì che il mostro l’ha buttata giù, con gesti ripetuti per mesi interi: picchiata, aggredita verbalmente, con le ali tappate.

La splendida Noemi è morta a colpi di sassi, in una campagna sperduta.

Trascinata per due metri, forse tre, è rimasta coperta dai massi per chissà quanto tempo. Davanti ai suoi occhi, ormai spenti, il volto che aveva baciato infinite volte in quei 365 giorni d’amore: il suo fidanzato.
Cosa avrà pensato in quei pochi istanti prima del colpo? Cosa avrà pensato quando, accanto al mostro che aveva amato, si era trovata in aperta campagna? Si sarà rassegnata all’idea di morire? Avrà lottato in quei pochi istanti? Avrà pensato alla sua famiglia, ai suoi amici, a quei giorni in cui pensava che tutto potesse andar bene?

Forse avrà pensato: «Ci siamo, è andata così. Tutti lo sapevano e nessuno ha fatto niente.»

Perché è così che è andata esattamente.
Tutti lo sapevano, ma nessuno ha fatto niente. Noemi si è confidata con la madre, una mossa intelligente da parte di una ragazzina che forse amava davvero sé stessa e la propria vita. Insieme, hanno sporto denuncia, hanno parlato dell’atteggiamento turbolento del ragazzo.
Nessun provvedimento.

Adesso è troppo tardi. È sempre troppo tardi, in queste tristi storie.
Noemi giace in una bara bianca, pura come la sua anima, quella di una ragazza che ha amato sinceramente e con una semplicità unica, tipica dei primi amori e dell’adolescenza.
Le è costato la vita.

Ma quante volte ancora dovremmo sentire queste parole?
Quante volte ancora un amore malato, che riesce a plagiare le menti più pure, deve vincere sulla sincerità di un sentimento genuino?
Quante Noemi devono morire ancora? Quante altre persone, come Valentina Pitzalis, devono trovarsi faccia a faccia con la morte e restarne segnate per sempre?

Io non mi do pace e nessuno dovrà averne finché si sentiranno notizie del genere.
Bisogna farsi avanti, farsi ascoltare, urlare a squarciagola cosa si affronta, battere i pugni davanti ad un tribunale, insistere, mostrarne i segni, superare la paura e il trauma.
Anni fa avrei potuto essere io, ma adesso potrebbe essere chiunque. L’idea che anche un’altra ragazzina di sedici anni abbia dovuto affrontare queste cose, uscendone sconfitta, mi darà il tormento per anni.
Ed io non mi darò MAI pace.
Reggetevi forte, state in piedi, affrontate tutti questi Schiocchi di petto, a testa alta. Parlatene a voce e testa alta, ma parlatene.

Salvatevi, prima che sia troppo tardi.⁠⁠⁠⁠

Di Paolo Costa

Ufficio nonsense

Anno 2005. In un ufficio a Palermo. Settimana di Ferragosto.

Entro di botto in una stanza, i miei colleghi J. e K. sono alla medesima scrivania a controllare alcuni dati: “Scusate cercavo H.”
K.: “Non c’è, sarà andato a cagare”
Io, osservo meglio l’ambiente: “Questa stanza è grande, se si alzano due muri vicino le finestre si può ricavare una cabina bagno viso che H. ed J. cagano in continuazione”.
K.: “Ma invece non ti sembrerebbe il caso di aprire giusto quella finestra che è sempre chiusa, cu stu scuru?” ed indicando J. “Capisco che lui ha l’anima dark”
Io: “No guarda lascia perdere, almeno manteniamogli l’anima dark, visto che da quando si è fatto zito porta t-shirt che pare un vecchio”
fantozzi
K. “Un vecchio in pigiama, parino i maglietti ca usu io ri nuotte. E tu “rivolto a J ” dormi nudo la notte?”
Io: “Per favore favore finemula ca poi vi immagino nudi sul letto”
J.: “Io dormo con i pantaloncini e la maglietta, per esempio per ora ne ho una dei Metallica”
K.: “Iu haiu un pigiama, della fila, uno pantaloncini rossi e maglietta bianca, uno pantaloncini blu e maglietta blu con una fascia grigia…”
Io:” Matri mia parinu i pigiami ri Raimondo Vianello”
K.: “I pigiami di Raimondo Vianello? Talè ca stasira mi fazzu a foto e ta mannu”
Ancora aspetto…

L’uomo vitruviano (de noartri)

“Stamattina la sfango”. Giuro che l’ho pensato.
Perchè quando salgo sull’autobus la situazione è a dir poco paradisiaca, forse complici i dieci minuti di anticipo con cui sono riuscita ad uscire da casa.

Mezzo semi vuoto, posti, svariati posti a sedere a disposizione, corsa regolare, aria condizionata a manetta tanto da rendere possibile l’effetto “vento tra i capelli”.
Posso dirmi soddisfatta. Mi siedo e, addirittura allungo le gambe.

Invece no: sale lui.

Un metro e sessanta non di più, esile, chiaro di carnagione, capelli ed occhi, con un vestito gessato secondo le tonalità dei colori della terra, così assurdi che secondo me i pantaloni e la giacca glieli ha cuciti la mamma.
Quale commerciante distribuirebbe mai un obbrobrio simile?

vitruviano

A parte il pugno negli occhi anche l’agire è tutto un programma.
Decide infatti, nonostante sostegni liberi a iosa, di non appoggiarsi da nessuna parte e mantenere l’equilibrio nel corso della marcia in autonomia: gambe divaricate, braccia leggermente discoste dai fianchi, sguardo dritto.

Ma che ci deve fare l’uomo vitruviano?

E così, fra un avanti ed un indietro ondeggia sotto ai miei occhi per dieci minuti buoni, fino a quando, miracolosamente scende, alla mia stessa fermata, ed ha la decenza di sparire.

L’autobus è mio (come la piazza)

Ieri in autobus, che è sempre un luogo foriero di immense stranezze, entro e trovo già abbarbicato ad un passamano un tizio.
Apparentemente è un turista: shorts color sabbia, sandali scuri ai piedi, cappellino con visiera, occhiali da sole, zainetto di quelli pratici.
Subito dietro di me una signora arranca un po’.
Saliamo dalla parte anteriore, perchè  lì di solito c’è più spazio di manovra ed è più semplice obliterare, salvo che la macchinetta per timbrare stavolta è solo in fondo all’autoveicolo.
La donna contro ogni aspettativa e in qualche maniera mi supera e chiede all’uomo di passare.
Lo fa con cortesia e a bassa voce.
autobus-roma
Lui, con accento e sopracciglio inarcato perfettamente milanese: “Scusi perché, a che le serve?”
Lei, anche un po’ stupita: “Devo fare il biglietto”
Lui, sprezzante verso l’ignoranza meridionale e come se non parlasse con un’indigena spiega: “Il biglietto si acquista fuori, negli appositi chioschi “
Lei affina il concetto: “Fare nel senso di convalidare, devo andare alla macchinetta in fondo”.
Lui, allora, nella sua migliore espressione hitleriana: “E perché per passare deve invadere il MIO spazio?”
Lei non ne può più. La vedo mentalmente mettere le mani ai fianchi alla maniera delle assittate in pizzo meridionali che stanno per suonarle di santa ragione a chi si para per davanti e sbotta: “Picchì lei u spazio s’accattò nsiemmula o bigghiettu! Giustu è?”
Quello sgrana gli occhi.
Lei sgomita e passa. Sipario.

Assittarsi in pizzo è universale

Tutte le volte che salgo in autobus assisto a qualche pezzo di vita degli altri.
Un paio di giorni fa stavo sulla 101, percorrendo la direttrice di Via Libertà quando, aperte le porte posteriori all’altezza della fermata di piazza Politeama, scorgo vicinissimo quasi sotto lo scalino di uscita un uomo, dai tratti asiatici tipici del sud est, in bicicletta.
Faceva come a fermare la macchina, tanto da farmi pensare “O mamma, questo vuole caricarsi qui dentro con tutto quello che ha appresso”, invece una manciata di secondi dopo vedo spuntare dietro di lui una donnina giovane, di  non più di ventidue o ventitré anni, forse anche meno, dalla pelle scura e i tratti delicati.
E’ vestita tutta colorata e porta i pantaloni, una tipica casacca lunga e ha il capo coperto da un hijab che la rende affascinante.
Lo sguardo, nocciola, è basso, lo si vede appena appena attraverso le ciglia.
La ragazza, un po’ affannata, inizia a salire le scale e lui intanto le rivolge tre frasi nella lingua originaria.
Il tono, severo e direttivo, non lascia adito a molti dubbi.
Devono essere ordini di condotta del tipo: “Non perdere tempo”, “Non dare conto agli sconosciuti per strada” , “Stai attenta a quello che combini”.
Lei sussurra un assenso, o così sembra dal tono, e circospetta si accomoda su un sedile accanto ad un altra donna.
Le porte si chiudono, il bus parte e la ragazza sparisce alla vista dell’uomo.
Finalmente sola, e per questo libera, lei solleva la testa e, novella Magda, sospira e alza gli occhi al cielo: assittarsi in pizzo è universale!
pakistan_donna

Santuzza day (15 luglio 2009)

Ieri e oggi Palermo commemora la donna più importante: Rosalia Sinibaldi, una nobile che nel XII secolo, sfuggendo alle profferte amorose di un invadente principotto, chiese ed ottenne l’eremitaggio sul monte Pellegrino, la bassa collina che sovrasta la città.

Fu la fanciulla che, tre secoli dopo, già salvata Bivona nel 1375, fece in modo che Panormo scampasse alla Peste. Correva l’anno 1624, gli abitanti morivano come le pere ed un passaggio delle sue spoglie fu sufficiente a respingere totalmente il morbo.

Rusulia

La prodezza le valse il titolo di patrona e le diede modo di scalzare ben altre quattro protettrici: Caterina, Ninfa, Agata e Oliva che tutt’ora campeggiano ai canti di città nelle nicchie monumentali ma che, nelle ambascie di quei giorni, non risposero mai alle invocazioni dei fedeli.

La santuzza, così viene chiamata, è commemorata due volte all’anno, in luglio, con il mitico festino -panem et circenses delle cui beltà scrisse anche il grande Goethe- e con l’acchianata di settembre, pellegrinaggio all’eremo sul monte per chiedere grazie e rendere omaggio per quelle ricevute.

Dal 1625 le reliquie vennero poste all’interno di uno scrigno in argento e vetro, custodito all’interno del Palazzo Arcivescovile, e furono portate in processione per ricordare il miracolo compiuto, inaugurando una tradizione che in più di tre secoli ha subito ben poche interruzioni.

Il rito incontrò diverse variazioni nel tempo. In partenza consisteva in un breve tragitto commemorativo dal Palazzo stesso alla Cattedrale, poi divenne sempre più complesso, arricchendosi della presenza delle confraternite, di ulteriori passaggi e di carri in numero variabile, da quattro piccoli ad uno ma grande e trionfale.

Ancora oggi è un evento fondamentale per la palermitudine e presenta alcune tappe obbligate, dalla tradizione e dalla fama giunta anche ai turisti, come la visita alla cattedrale, la passeggiata per il cassaro e l’attraversamento di porta Felice verso il mare incontro ai fuochi d’artificio, nel simbolismo del cambiamento benefico dell’abbandono dell’oscurità, della malattia e della morte e dell’incontro con la luce della vita.

La processione è accompagnata almeno nel tratto centrale dalle grida:
“Uno. Notti e ghiornu farìa sta via!
Tutti. Viva Santa Rusulia!
U. Ogni passu ed ogni via!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nni scanza di morti ria!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nn’assisti a l’agunia!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Virginedda gluriusa e pia
T. Viva Santa Rusulia!”
ed ogni tanto il grido “E chi semu muti? Viva viva Santa Rusulia”.

I molti, dopo averlo visto, ricordano più che altro le acrobazie della vera e propria rappresentazione teatrale che, in particolare dagli anni Novanta, narra la pestilenza a Palermo e che ha fatto il giro del mondo.

Gli estimatori sanno però che il vero spettacolo sono i fuochi belli, coinvolgenti, emozionanti.

I disegni di luci in aria, così incredibilmente vicini da dare allo spettatore quasi la sensazione che alcuni tizzoni ardenti possano precipitare sul pavimento da un momento all’altro, cullati dalla musica che ne dirigono il procedere verso l’alto, sono stati e saranno sempre la vera espressione poetica del gaudio panormita.

Io, lui e le batterie

“Buongiorno, mi occorrono una confezione di batterie stilo, una di mini stilo e una piatta da 3 volt”
“Stilo o mini stilo?” Il tabaccaio scandisce la “O” e mi guarda sospettoso, dall’alto verso il basso, dove evidentemente mi colloca.
“Stilo e mini stilo” rimarco la “E”
“No perché tante volte si confondono”

38;39;250;250

“Io non le confondo” specifico “E la piatta da 3 volt, per favore”. Mi faccio seria, mi atteggio con l’espressione della persona che sa quello che dice.
“Per quella mi fai visionare quella vecchia, che non ti serve più, oppure mi porti l’elettrodomestico”
“E perché?”
“Perché ce ne sono di tre spessori e ti puoi confondere”
“Scusa me le fai vedere?” Insisto.
Le prende e me ne mette tre davanti: “Allora questa è la più spessa, poi c’è questa sottile e quella ultra sottile”
Prendo tra le mani la più consistente: “E’ questa, la compro”
“Sei certa?” di nuovo mi relega con gli occhi da Suor Gray che rimprovera Candy Candy “Attenta che una volta aperta la confezione non si può restituire”
“Grazie al cazzo” mi limito a pensare e gli porgo i danari per pagare.
Il reggiseno non mi impedisce di scegliere le batterie. Cretino.

Denti perfetti

Sono fissata con i denti delle persone. Ossessionata dai miei.
Non so perchè. Eppure mia zia me lo diceva sempre che “Cu s’innammura ri capiddi e denti s’innamura ri nenti”*
Forse dipenderà dalle perle perfette che sembrava avere in bocca mio padre – erano finti ma da bambina non potevo nemmeno immaginarmelo – o per il trauma che ho subito dopo la caduta dei miei primi.

A quattro anni avevo un’arcata perfetta e bianchissima, invece mia madre badava che li avessi soprattutto dritti.
Fu uno shock per me vedere crescere il primo dente nuovo: forma, colore, aspetto e inizialmente anche funzione non erano quelli che avevo sperato nell’attesa. Era più grande degli altri e mi dava fastidio.
Ecco perchè San Nicola mi aveva portato i soldi sotto la tazza capovolta: per risarcirmi del danno!

E come se non bastasse una caduta dalle scale qualche mese dopo me ne ha leggermente sbeccato uno, con nessuna conseguenza meccanica, tanto che il medico non volle intervenire.

denti

Comunque sia oggi sono una fan di tutti quei siti che ti dicono come mantenerli al meglio o al meno peggio.
Ho scoperto così oltre la salvia, il limone, il bicarbonato,  e che qualcuno – ma non io che me la faccio sempre un po’ sotto – usa sconsideratamente l’acqua ossigenata.

Infine ovviamente il dentista che ti cazzìa per il limone e il bicarbonato…

By the way, sappiatelo: se scopro che non ve li lavate mi assetto proprio in pizzo.
Quindi, nel caso non sia così, statemi alla larga per favore. Grazie assai.

 

*Chi si innamora di capelli e denti si innamora di niente

Il nuovo Governo sarà avatar ma è legittimo

Un Governo in Italia si dimette quando viene meno il rapporto fiduciario con il Parlamento.
Nel “caso Renzi” quindi non sussistevano nemmeno le condizioni perchè accadesse.
Un responso non gradito da parte del Referendum non costituiva motivazione per aprire la crisi.
Il Premier uscente lo ha fatto, onore al merito e rispetto per la coerenza mostrata.
Il Presidente della Repubblica, una volta preso atto e ascoltati leader di partito, capigruppo e presidenti delle Camere, in genere può agire scegliendo di precorrere una tra diverse strade:
il rinvio alle camere per la verifica della sussistenza del rapporto fiduciario in entrambi i rami del parlamento (ma non era questa l’evenienza); il Governo-bis: con nomina di un nuovo governo, presieduto dallo stesso Premier,  con eventuali modifiche della compagine ministeriale; l’individuazione di un nuovo leader all’interno della stessa maggioranza; il Governo del presidente con una personalità di forte caratura istituzionale che viene designato; il Governo Tecnico, costituito da esperti in materia politica, ma estranei alla vita politica in quanto tale; le elezioni anticipate con lo scioglimento delle camere.

Sergio Mattarella ha pertanto agito in piena legittimità, dopo avere accertato l’indisponibilità di Matteo Renzi a dare vita ad un Governo bis.

Non andiamo dicendo in giro che questo Governo è illegittimo perchè non eletto dal popolo. Sarebbe un artificio retorico volto alla più pura delle demagogie qualunquiste.

Il Premier incaricato Paolo Gentiloni

Il Premier incaricato Paolo Gentiloni

Quello nominato oggi è la perfetta risultanza di tutto quello che è accaduto negli ultimi anni a partire da un Parlamento la cui elezione è sancita come regolare anche dalla Corte Costituzionale.

Non facciamo che qualcuno ha pensato che votare “No” al referendum portasse in automatico allo scioglimento delle Camere?
Sia perchè la crisi è stata aperta da Renzi solo per una ragione di personalizzazione del risultato referendario, sia perchè si tratta solo di una delle possibilità che ha davanti un Presidente della Repubblica per risolverla.

Prima di parlare informiamoci.
Basta leggere Wikipedia per comprendere che alcune aspettative sono del tutto irrealistiche e ingenue.

I difensori dei diritti umani

Certe volte accade per ragioni meramente dettate dal caso, altre per convinzioni politiche, culturali ideologiche o per il luogo in cui si è nati o si è vissuti. Essere o diventare difensori dei diritti umani è però sempre una condizione che permea l’esistenza di chi vive secondo la convinzione per cui “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” deve essere una realtà e non una irraggiungibile utopia.

Non è necessario esperire condizioni estreme di violazione per essere una di queste figure: Amnesty International, con la sua memebrship, gli attivisti e i gruppi locali ne costituisce ad esempio una intera comunità.

Difensore dei diritti umani è dunque una persona che, individualmente o insieme ad altre, agisce per promuovere o proteggere i diritti umani. I difensori dei diritti umani (in inglese Human Rights Defenders, acronimo HRD) sono quelle donne e quegli uomini che agiscono altresì in maniera pacifica.

HRD è stato il leggendario Martin Ennals, segretario generale di Amnesty International dal 1968 al 1980, nonchè fondatore di Article 19 e International Alert, ma è molto facile che lo siano semplicemente persone comuni che talvolta incontrano abusi sulla propria strada.

Una di queste è stato per esempio Padre Pino Puglisi, che con la sua educazione ai diritti, naturalmente inscritta nell’ambito della sua missione e vocazione religiosa, è riuscito davvero a danneggiare la cultura mafiosa a Palermo, un’ altro è il ricercatore Flaviano Bianchini, biologo italiano che ha portato alla luce, nei primi anni del duemila, e denunciato la questione della contaminazione delle acque del río Tzalá nel dipartimento di San Marcos, in Guatemala, unitamente alla grave violazione dei diritti perpetrata contro le popolazioni che vivevano e vivono ancora in quella zona.

Amnesty International in Sicilia, riconosce il valore delle persone che vivono proteggendo la vita degli altri e per questa ragione dedica loro ogni anno un premio nella settimana in cui cade non solo il 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma soprattutto il 9 , ricorrenza della Dichiarazione sui diritti e le responsabilità degli individui, dei gruppi e delle istituzioni sociali per promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti. Questa infatti costituisce una pietra miliare nella lotta per una migliore tutela di coloro a rischio di conduzione di attività legittime a favore dei diritti umani, ed è il primo strumento dell’ONU che riconosce l’importanza e la legittimità del lavoro dei difensori dei diritti umani, così come il loro bisogno di avere una protezione migliore.

L’iniziativa si chiama Forum dei difensori dei diritti umani e cresce piano piano negli anni.

Si tratta di una, e mano a mano che il tempo passa, ad oggi ben quattro conferenze premio che hanno come obiettivo quello di portare all’attenzione pubblica le questioni specifiche rispetto alle quali gli e le HRD prescelti nutrono il loro principale interesse, affiancando le loro esposizioni con quelle di esperti di Amnesty International e non.

A Palermo si svolge così il 13 dicembre 2014 la conferenza per Stefania Erminia Noce, attivista dei diritti delle donne, femminista convinta, originaria di Licodia Eubea morta per mano del fidanzato, insieme al nonno che cercava di proteggerla, a dicembre del 2011.

Premiazione alla memoria di Stefania Erminia Noce

Premiazione alla memoria di Stefania Erminia Noce

La sua morte non è stata inutile perché la giovane ha contagiato, mentre era in vita, tutto un paese che si è costituito nell’associazione SEN (acronimo del suo nome e cognome) che promuove continue attività contro il femminicidio e la discriminazione di genere, e dopo la sua scomparsa, Serena Maiorana, giovane giornalista autrice di “Quello che resta. La storia di Stefania Noce” dedicato alla biografia della studentessa tragicamente scomparsa.
I premi, assegnati a Stefania e Serena, sono affiancati a quello conferito a Rosa Lunetta, una vivace signora di 89 anni che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, a Palermo, apre le porte a uno sparuto gruppuscolo di univesitari e liceali per scrivere lettere di protesta per le violazioni dei diritti umani come indicato su dossier inviati dal Segretariato Internazionale di Londra.
In questo modo Rosa Lunetta dava l’avvio ad Amnesty International in Sicilia.

Ad Agrigento, il 19 Dicembre dello stesso anno il Gruppo 283 realizza la conferenza premio che vede come protagonista Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, il dicottenne che perde la vita il 25 settembre 2005 in circostanze misteriose e ripetutamente insabbiate , dopo l’incontro fatale con le volanti Alfa 2 ed Alfa 3 della Polizia di Ferrara.
L’iniziativa prevede anche la presentazione dio“Una sola stella nel firmamento. Io e mio figlio Federico Aldrovrandi” un libro di Francesca Avon, edito da Il Saggiatore, che con lucidità al neon racconta fase dopo fase la tragica scomparsa del ragazzo e la reazione dei suoi genitori ad un mondo di provincia omertoso e silenzioso.

Presso il polo di Trapani dell’Università degli studi di Palermo, sempre il 19 Dicembre, Amnesty conferisce il premio Human Rights Defenders a Dacia Maraini per la sua opera letteraria permeata di concetti volti alla tutela dei diritti.
L’appuntamento costituisce l’occasione per presentare l’ultimo libro della scrittrice “Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza” e per discutere di diritti delle donne nel contesto di un corso di tre incontri riservati agli stidenti ma con un’apertura alla cittadinanza in occasione dell’appuntamento di chiusura.

In gennaio è infine prevista la tappa di Catania. In questo incontro viene presentato il caso di Stefano Cucchi, morto durante un fermo di Polizia a Roma. Premiata la sorella Ilaria e presentata la campagna internazionale di Amnesty contro la tortura.

La convinzione, in base alla quale l’organizzazione ha sviluppato e moltiplicato le iniziative del Forum, è quella che il valore paradigmatico del premio, attraverso il racconto della storia delle persone coinvolte in fatti gravi ma contro i quali si può e deve reagire al fine di non permettere alcuna faglia nel sistema della tutela dei diritti, sia evidente ed inestimabile.

E’ per questo che l’associazione continua a realizzarle, per alimentare un continuo arricchimento delle persone e del proprio territorio nello sviluppo di una cultura sana di reciproco rispetto e protezione.

Da “Voci, anno 1. num 1.” Rivista aperiodica di Amnesty Sicilia
Per ulteriori info www.amnestysicilia.org

 

Copyright © 2017 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.