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Ho imparato che

Ho imparato a riconoscere i miei errori. Per la maggiore di valutazione. Ho acquisito la capacità di riconoscere quando arriva il mio momento di chiedere scusa. Ma non so ancora come si faccia -concretamente- tutto ciò. Ed allora scrivo. Ho scritto quando ero dispiaciuta per aver alzato la voce contro la persona sbagliata. Ho usato la penna quando, magari, avrei dovuto abbracciare. Magari!

Ho sempre usato le parole, insomma. Perchè credo che -se le usi con onestà- corrispondano meglio a ciò che dicono. Non mi nascondo dietro alle parole, anzi, tutt’altro. Emergo. Con le parole, ancora prima di esprimere un pensiero, affermo me stessa. Che è quanto di più coraggioso riesca a fare. Adesso, perlomeno.

È mercoledi, fine pomeriggio. Ho viaggiato in pullman, che in Sicilia non è esattamente sinonimo di comodità. Mi sono ingozzata di sushi. Mi sono persa dentro zara e ritrovata davanti ad uno spritz. Tutto molto bello, davvero. Tutto emotivamente sensibile, però!

Ero stanca ma felice. E toh, poco dopo sono stata superficiale (ma questo l’ho capito qualche giorno più tardi!).
Al centro di piazza Castelnuovo, diffusamente conosciuta come piazza Politeama, c’è un albero di Natale. Alto e pieno di roba. Troppa! -Ho esclamato.
Ho storto il naso, e sono passata oltre.

Sono tornata a casa.

È qualche giorno dopo, invece, di sabato, quando il karma -perchè esiste e con il passare del tempo me ne convinco sempre più- mi mette a tu per tu con un articolo di Marcello Mussolin. Èd è esattamente in quel momento che mi sento stupida. Anche Marcello è andato al politema. Ed al contrario di me, si è soffermato. Ha iniziato a fotografare l’abete e scatto dopo scatto ha letto dei nomi. Aurora, Dimitri, Melissa…Tutti bambini che su quei rami, forse non perfettamente belli ed armoniosi, hanno appeso la loro speranza. Di guarire dal cancro.

Ebbene si. Non è un addobbo comunale. È qualcosa di più. Di diverso. È l’abero della vita -di questi piccoli pazienti del civico di Palermo- che sta attraversando una bufera fortissima di vento. Ed io, come nessun altro passante distratto – tanto quanto me- abbiamo il diritto di schernire.

Mi sono sentita tremendamente in colpa per non aver dedicato la giusta attenzione, ed è per questo che ho promesso di tornare a Palermo e lasciare un biglietto ad Aurora, Dimitri, Melissa, Rinaldo..È il mio modo di chiedere scusa. Ad ognuno di loro. Ma è anche il mio modo per ringraziarli. Perchè il loro coraggio di non arrendersi è per me una lezione. Di vita. E buongusto!

Di Rossana Campaniolo

La Trapani di Giada la scalmanata

Lungo tutta la mia permanenza in Casa Assittata ho taciuto su molti aspetti della mia vita, lasciando sottili spiragli insignificanti che hanno permesso a poche informazioni di trapelare, quasi invisibili, tra una riflessione e l’altra.

Non ho parlato delle mie amicizie, quelle poche ma essenziali che si contano sulle dita di una mano o due, ed ho nascosto la parte migliore della mia splendida famiglia. Una delle tre, perché di famiglie ho avuto la fortuna di averne tre, tutte assolutamente valide e sullo stesso piano. Ho avuto una fortuna infinita, da questo punto di vista, ed ogni volta che mi trovo a rifletterci sopra mi si scalda il cuore, ma decido di tacere e tenermi quel calore tutto per me.
Spesso sono egoista anche in questo, ma lo dico con un sorriso.

Soltanto oggi colgo l’occasione di aprirvi una piccola porticina nella mia vita, quella che mi circonda, che sta alle spalle del lupo solitario e dell’anima pensierosa che avete visto fino ad ora. L’amica e collega Rossana, che è “assittata” accanto a me da prima che io arrivassi in casa e che mi ha aperto le porte accogliendomi, ha buttato giù un pensiero sulla nostra città: Trapani, l’estrema punta della Sicilia occidentale.

Ho vissuto anch’io a Trapani, per diciotto anni, mentre al mio diciannovesimo anno decisi di lasciarla per qualcosa di più grande e mi trasferii a Palermo. Non bastò affatto. Al mio ventesimo anno già compiuto, scappai da Palermo e dalla Sicilia, andando verso una nuova terra per ricostruirmi e ricominciare.
Ma io, la mia Trapani, l’ho vissuta a tutto tondo e l’ho anche odiata, tra i fine settimana e le estati di puro divertimento e follia. Credo sia il rapporto più sano che possa esistere con la propria città: amarla al punto giusto da curarsene, da godersela, e poi odiarla a tal punto da partire per riscoprire sé stessi e quella nostalgia un po’ canaglia della terra che abbiamo alle spalle.

Qualcuno che la ama ciecamente, che la cura pienamente, che ne percorre ogni singola strada di giorno e di notte, c’è. La mia carissima amica Giada, che dall’azzurro dei suoi occhi e dall’alto del suo Belvedere scruta attentamente ogni palazzo e respira a fondo l’aria salmastra della città, del lungomare, delle sue onde che si agitano al vento d’inverno. La mia Giada è così, non smetterà mai di amare la sua città, perché ne ha corso ogni centimetro a bordo del suo skateboard. Ci ha lasciato le ginocchia cadendo, ma ha lasciato anche le sue migliori risate al vento, perché d’altronde ricorda sempre a chiunque che la sua Trapani è la città del sale e della vela, dell’accoglienza, perché anche Giada è accogliente e permette a chiunque di vivere Trapani a trecentosessanta gradi.

Fare un giro in città con questa spericolata è semplicemente fantastico. Senti già l’emozione, l’adrenalina, la gioia nel momento stesso in cui mettete il sedere sullo scooter e partire.

Trapani, ai miei occhi, ha sempre offerto poco ai ragazzi. Eppure, dal canto suo, Giada mi ripete sempre che ogni fine settimana non vede l’ora di tornare a casa, e che comincia il suo venerdì mattina con la valigia tra le mani e il conto alla rovescia attivo per il primo pullman per la città. Io non la capisco, ma la guardo e la ammiro. È così felice, ed ogni giorno scopre cose nuove, godendosi anche quelle vecchie. Mi porta a mangiare le arancine dove solo-lei-sa, poi al pastificio per mangiare le genovesi ericine, e Dio ne scansi se non dovessero averle come dice lei. Alla fine, siamo in un bar qualsiasi per chiacchierare da bravi siciliani, per stuzzicarci con i modi di dire classici della nostra terra e con gli eventi che più l’hanno contraddistinta.

Ed ora che sono lontano dalla mia casa, quella calorosa e accogliente del sud, penso a Trapani e mi viene in mente lei, la scalmanata, la mia Giada. Capelli biondi al vento, zainetto rosso in spalla, magliettina bianca e pronta chissà per quale avventura. Un giorno sarà al mare, il giorno dopo tra i boschi di Erice, poi tra gli scogli della riserva dello Zingaro, e poi chissà. La vedi e non la vedi più, perché corre ridendo per tutta la città, e quando sono con lei riesco a godere tutto quanto.


Perché Trapani, in fondo, la amo anche senza dirlo. Lei, invece, me lo fa urlare da ogni poro con una fragorosa risata di gioia.
Adesso siamo un po’ preoccupati per quello che accadrà alla nostra terra, e sento che anche Giada è un po’ angosciata al riguardo, ma lei decide sempre di fare la cosa giusta: si alza in piedi, esce di casa anche da sola, e gira per la città. Va alla ricerca dei suoi amici, va a godersi i frutti della nostra terra, va a prendere l’autobus e va al mare per studiare e concentrarsi.

Dovremmo farlo un po’ tutti, in fondo. Alzare la testa per cinque minuti mentre camminiamo e scoprire cose nuove, cose mai viste, dettagli che ci erano sfuggiti per tutti questi anni. Io lo farò, perché non voglio lasciare che il destino della mia città sia incerto.
E soprattutto, lo farò perché questa è la mia casa, ed è il bene più prezioso che potremmo mai avere. E poi, comunque, Giada mi ucciderebbe se lasciassi la mia terra alla distruzione; ed io so che, un po’, ne sarebbe distrutta anche lei.

Scontrino is the new memory

“Ma tu sei una di quelle che si conservano i biglietti dei musei, degli aerei o dei treni, per questioni di affetto?”
“No, lo trovo inutile. Quello che serbiamo nel cuore non può essere cancellato o rinforzato da un pezzetto di carta”
“Ah quindi non sei una sentimentale di questo genere…”

Mentivo inconsapevolmente. Oggi me ne sono resa conto.
E faccio ammenda per questo oppure accetto allegramente un nuovo dato sulla mia personalità: fate voi perchè comunque la sostanza non cambia.
Sono una specie di accumulatrice seriale di ricordi sotto mentite spoglie.

Se mi aprite le borse, i cassetti, le cartelline per archivio, troverete una infinita quantità di documenti di natura amministrativa, completamente inutili al raggiungimento di un ordine delle mie finanze.
Oggi me ne sono trovata tra le mani tantissimi: scontrini, ricevute, fatture.
Cose che risalgono anche ad anni e anni fa.

E per ciascuno ho ricordato perfettamente quello che ho fatto, le persone con cui sono stata, le loro storie, le emozioni e i sentimenti provati e se mi ero trovata a mio agio o meno.
In certi casi a vedere i numeri, mi è venuta voglia di tornare in alcuni luoghi o rifare alcune esperienze.
Come per esempio quella di un pomeriggio di Febbraio del 2015, rammentata grazie ad uno scontrino fiscale di un salumiere, vicino casa mia, dove ho comprato del formaggio. Ma solo io so perchè e soprattutto per chi.
E mi è salita la nostalgia.

In pratica ho scoperto il mio oggetto della memoria.
Lo scontrino fiscale è il mio nuovo album dei ricordi.
Fotografie, biglietti d’auguri, ingressi ad eventi, no.
Quello per me sarebbe troppo ordinario e del resto si sa quello di normalità è solo un cliché a cui sfuggire.

Raccontare del Me Egoista di Ora

Mi sveglio, controvoglia. È mattina e devo farlo, nonostante l’ira mi esca dalle narici e dai fori delle orecchie. Siedo di fronte allo schermo del mio fidatissimo portatile, rattoppato come possibile qua e là, per evitare che mi abbandoni con l’andare degli anni.

Scrivo finalmente di me stesso, ma non di quella parte che ho lasciato trapelare per tutti questi mesi. Lascio fuori il cuore infranto, l’animo polemico, il mio cervello trasandato sempre in viaggio e quel sedere che tengo sempre poggiato in pizzo alle mie diverse sedie.
No, questa volta scriverò esclusivamente di me stesso per come sono, perché ho imparato che a volte l’esperienza porta all’egoismo, che non è poi così tanto sbagliato come si pensa.

Parlando di egoismo, temo sia proprio questi a spingermi a stare sulle mie e dare poca confidenza alle persone, costringendomi a sentir ripetere di continuo le solite domande: «Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa? Ma sei arrabbiato?»
I fraintendimenti, le domande così stupide o scomode, mi indispongono parecchio.
No, non ce l’ho con nessuno e nessuno mi ha fatto niente, anche quando mi è stato fatto più del non-necessario.
Ma la risposta è sempre NO.

Sono un ragazzo piuttosto tranquillo, che con difficoltà riesce ad arrabbiarsi e infastidirsi, e questo mi ha sempre fatto apparire come un cretino di fronte agli altri, forse per il semplice fatto che lascio passare gesti e offese più pesanti perdonando anche chi non lo merita.
Sono egoista, e sarà vero che probabilmente sono un cretino, e forse faccio bene a ripetermelo davanti allo specchio. Eppure, sorpresa delle sorprese, lo faccio per il mio quieto vivere. Lascio che le parole degli altri mi scorrano addosso e resto indifferente, così da poter mantenere un rapporto civile che non pesi né a me né a loro.
Questo è puro egoismo, sì. Lo faccio per me stesso e nessun altro.

Spesso, per le cose che faccio e le risposte che do, mi sento dire giocosamente: «Come fai a dormire la notte?»
Testa sul cuscino, gambe piegate, le mani tra le cosce.
Dormo così la notte e torno a dormire così anche nel pomeriggio, quando il lavoro del mattino mi stanca e voglio riposare giusto un paio d’ore, per dare la giusta carica alle mie energie. Come dovrei dormire, altrimenti?

Le mie cattive risposte e i miei atteggiamenti non mi solleticano affatto, perché sono sceso a patti con me stesso e non mi lascerò più portare il peso dell’ennesima maschera solo per compiacere persone che non lo meritano affatto e che pretendono un dito, una mano, un braccio e poi tutto te stesso, incluso il cuore che non hai più.
“Parlare chiaro è soddisfazione”, questo è stato il mio mantra per tutta l’estate.
Se qualcuno si sente particolarmente offeso o deluso da ciò che ho da dire, assumo un atteggiamento del tutto diverso, volto al semplice compito di far capire che non sono una persona cattiva come vogliono dipingermi
pressoché ovunque, ma che sono una persona diretta e sincera, che sono i due valori che ormai non esistono più.

E quando mi dicono: «La smetti di fingerti così cinico e cattivo?»
Alzo gli occhi al cielo e sventolo una mano per chiudere lì la conversazione e spostarci sulle cose più sciocche. Una battuta, un commento sul meteo, sui programmi in televisione. Ormai alla gente interessa soltanto questo, niente di più.

Ma, cari miei, il cinismo nasce dalle delusioni, così come la cattiveria nasce dai rapporti giusti intessuti con le persone sbagliate. È tutto un ciclo che si ripercuote sulla stessa, identica persona: me.
Non si finge cinismo, se non con le solite stupide frasi che troviamo ovunque su Facebook, condivise anche dalle ragazzine di tredici anni che non hanno ancora avuto la sfortuna di assaporare i pugni duri della vita.
No, il cinismo lo si acquisisce con gli anni, con i colpi e i calci, con gli occhi aperti e sanguinanti, stanchi di vedere quello che si è visto e di passare ciò che si è passato nel tempo. Chi offende la grande virtù del cinismo confondendola con qualcosa di “falso” è uno sciocco e non merita il mio tempo, né una mia spiegazione.

Potrei continuare a parlare di me in questi termini all’infinito, ma credo di aver dato tutte le informazioni necessarie per starmi alla larga e guardarmi con occhi diversi.
Sono troppo duro? No, semplicemente egoista nel giusto.

Essere crepuscolari o condannati alla magnificent loneliness

Ho letto solo oggi che in maggio si è svolto a Genova un convegno importantissimo di psicologia a cui è intervenuto nientepopodimeno che Otto Kernberg, psichiatra e psicoanalista di origine viennese, che per primo ha teorizzato il disturbo narcisistico di personalità.

In pratica è emerso che le nuove generazioni ne sono affette molto più che le altre.
La patologia consisterebbe in un iperinvestimento della libido sul sé, normalissimo in età infantile, per nulla in quella adulta.
Il sé sarebbe non integrato, con una scissione delle auto e alter rappresentazioni idealizzate, dando così origine a un sé grandioso.

Il narcisista sembra stare bene. Invero il soggetto si muove in una realtà fragile come il cristallo, perchè in ogni momento l’immagine che ha di sè può essere annientata dal confronto con terzi che, per questo, diventano oggetto di livore e svalutazione e vengono così tenuti lontani.

Le nostre sono generazioni condannate alla “magnificent loneliness”.


Effettivamente è vero: quanto i miti della bellezza, della giovinezza, di un successo falso a tutti i costi ci condizionano?

Eppure ricordo le letture ed i tentativi di educarmi a ben altri valori, adoperati dalla mia famiglia e dai miei insegnanti.

Quanto bene ci farebbe invece tornare ad essere un po’ crepuscolari.
La poetica e gli ideali di Gozzano potrebbero essere salvifici.
Ci potrebbe fare recuperare quella lettura dell’esistenza che tra il serio e il faceto si erge davvero dal luogo comune e descrive la banalità come felicità filtrata dall’ironia e dalla malinconia tutta insieme.

Come è possibile che tutto questo, ci sia sfuggito tra le dita?

Talpa

Praticamente sono una talpa.
Da quando ho sette anni sono così miope, ma così miope che non c’è luce, inclinazione o vicinanza che tenga.
L’occhio non lavora, che mi piaccia o no.

Da evitare le lenti a contatto: affaticano la vista.
Rischioso l’intervento laser: ha i suoi effetti collaterali che non sono certa di essere psicologicamente pronta ad affrontare.

talpa

Al momento sembro, più che rassegnata, addirittura affezionata al mio destino occhialuto, non c’è stata partitella di pallavolo a scuola media o bagno al mare, da sempre, che mi abbia convinta ad abbandonare i miei vetri, compagni di avventura.

Ci vivo praticamente insieme.

L’unico vero grande problema è nato alla fine dei Novanta: inevitabilmente, indiscutibilmente, assolutamente capita da allora e con regolarità che nei testi che scrivo manchi qualche lettera o ci sia qualche difetto di battitura.
E nemmeno a dirlo la cosa coinvolge oggi anche il blog e la pagina Facebook, come il profilo Twitter, tanto che ho già ricevuto alcune segnalazioni in questi mesi.

Non sempre sono riuscita a porre rimedio, mi spiace e me ne scuso.
Ma posso assicurare chi legge di una cosa, il pensiero è e resta cristallino perchè il mio animo scruta.
Anche nelle cose su cui non siete d’accordo. Soprattutto nelle cose su cui non siete d’accordo.
Perchè con occhiali o senza, sono e resto Assittata in Pizzo.

Grazie per la pazienza che avrete con la mia cecità!

Siamo condannati all’eterna giovinezza

Sono sul viale che dal cancello porta all’ingresso del complesso degli edifici di Villa Niscemi e, insieme ad un’amica, notiamo che una ragazza che sta passeggiando con noi porta le scarpe chiuse, con questo caldo insopportabile.
“Non mi piacciono i miei piedi” dice lei.
“Ti capisco” io “Ho iniziato a portare i sandali a 35 anni e passa. Ora a quasi 43 per me è impossibile rinunciarci con questa afa. Sono i miracoli dell’età che ti consentono di accettarsi e godere dell’arietta tra le dita”
Lei stupita si complimenta “Ma davvero hai 43 anni? Sembri molto più giovane!”

Bello sì.
Mantenersi giovane però si sta rivelando una condanna, per me e la mia generazione.

giovani

Obbligati ad avere la pelle levigata, al trucco a tutti i costi, a seguire la moda.
Ma si trattasse solo dell’immagine, a patto di mantenere sostanza, sarebbe anche sopportabile.

Non è così. Subiamo la schiavitù della gioventù comportamentale: millennial sempre felici, iperattivi, abusati dal tempo che sfugge tra le dita e da stupidi atti dimostrativi da social network.
Inconsistenti, persi dietro al niente, privi di alcuno spessore e nessun percorso.
Come i criceti che corrono sulla ruota, senza una via, a percorrere sempre lo stesso spazio e marciare sul posto. E marcire sul posto.

Invidio coloro che hanno fatto parte di quelle generazioni a percorso tracciato, con obiettivi certi e atteggiamenti, ruoli e relazioni scanditi e quasi prestabiliti in ogni fase della vita.
Forse hanno avuto esistenze più prevedibili, ma temo molto più piene e significative delle nostre.
E comunque in estate avevano la ragionevolezza di calzare i saldali, tutti quanti.

 

La notte elettorale

Le prime ore del mattino sono dolci.
Tra il rosso dell’alba e la freschezza della rugiada sulle foglie si cammina rientrando a casa.
L’adrenalina è ancora in corpo, ma il silenzio delle strade dormienti aiuta a rientrare  nei ranghi della propria vita quotidiana.
Svagati, certo, tuttavia presenti a se stessi.
Anche se no, di andare a lavoro non se ne parla proprio.
Raccogliere i dati, nelle notti elettorali è un gioco lungo e faticoso di precisione.
I file dei conteggi devono allinearsi e funzionare tutti.
E’ questione di nervi saldi perché poi, che excel assista o no, il risultato sarà quello, scolpito sulla pietra.
E nelle ore di ansia, mentre i numeri volano singhiozzanti, si scava nella coscienza, per capire se è necessario cercare giustificazioni e consolazioni per una sconfitta o parole credibili ed energie per mettersi subito a lavoro, in caso di vittoria.
Ad ogni modo le campagne elettorali, per chi le vive in prima persona, sono cuore, testa, sudore e tanta ricerca di equilibrio e forza interiore.
In ogni maniera tutti quelli che si sono spesi lo hanno fatto al massimo delle proprie possibilità.
Forse è l’unica evenienza in occasione della quale si è convinti di quello che si sta facendo, dell’impegno che si vuole assumere.
Si è certi di essere dalla pare del giusto.
Ed è una sensazione che, soddisfacente, riempie l’anima.
Ho seguito dai cuori pulsanti tutte queste emozioni tante volte, nel 2006, nel 2007, nel 2008, nel 2012.
Stavolta ho solo lambito la questione.
Ma, prima o poi, tornerò, perché impegnarsi direttamente è l’unico vero modo per esserci.
Parola di Assittata in Pizzo.
elezioni

Scene da un (ex) matrimonio

Da qualche giorno sui social gira un’ immagine a prima vista di taglio umoristico.

Ritrae tre foto di due sposi nel momento felice del loro matrimonio, belle incorniciate, abbandonate vicino al cassonetto della spazzatura.
Comprenderete quanto spesso la scena sia oggetto di ilarità e come talvolta lo sia di sarcasmo, almeno da parte di chi ha vissuto esperienze di separazione, se non peggio, di abbandono.

exmatrimonioFioccano i commenti, il like, gli ahahah e le condivisioni in generale.

Di tanto in tanto, vedendole riproporsi come peperoni indigesti sulla mia pagina stream, mi ritrovo a pensare che un gesto simile, vista la virulenza, deve essere per forza accompagnato da profondo dolore e tanta rabbia.

Eppure io non sono certa che sarei capace di farlo.

Ho interrotto relazioni in maniera anche silenziosamente aggressiva e penso che peggio del tacere ostile vi sia solo la violenza esplicita. Mi è anche capitato di cancellare, con un colpo di spugna, un paio di persone dalla mia vita, tanto da inibire loro alcuna possibilità di contatto; per il mio bene e per quello dell’altro ancora più spesso, se è possibile concepire questo tipo di ragionamento o decisione.

Nondimeno non riuscire mai a negare una scelta relativa ad una persona anche se questa avesse riguardato una fase molto volatile e momentanea della mia esistenza. Perchè quella persona in qualche maniera l’ho scelta.

Sosterrò che mi ero sbagliata sulla riuscita della relazione, che ho commesso un errore di valutazione sul carattere, sulle intenzioni o sui sentimenti. Ma non sulla persona. Svilendo lei, svilirei me.

E allora forse mi limiterei solo a staccare le cornici dalle pareti e a rianimarle con qualche altra foto, riponendo quelle vecchie nel fondo dei miei cassetti.
E rivolgerei la mia mente ad esperienze nuove e futuribili.

Tempo

E’ bello avere un blog.
Può funzionare da diario. Ho letto da qualche parte che scrivere, anche se non ogni giorno, ha una funzione terapeutica, rilassante e rinforza la fiducia in sè.
Certo quello di cui non ho bisogno è di accrescere il mio io che ha già grossi problemi di contenimento…

La musica corre quasi precipitosa.
A tratti è accorata, il che è strano, perchè si presenta sotto criticabili spoglie new age.
Forse lo sembra perchè lo sono io: questa giornata è più scura di altre e mi piace di meno.

La vita comunque scorrerà, come è successo nelle ultime decadi.
Perchè dovrebbe comportarsi diversamente da come ha sempre fatto?

tempo

Non resta altro che desiderare che il tempo corra, si precipiti tumultuoso, che attraversi i giorni, le settimane e i mesi con più vigore possibile, che duri un istante, e abbia infine il senso che cerchiamo, che aiuti per sempre l’amore a fare da trampolino invece che da zavorra.

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