Category Archives: Relazioni

Mi manchi

Mi manchi,” fu tutto ciò che scrissi.

Frase insulsa, no? Senti la mancanza di qualcuno e hai voglia di stare in sua compagnia, così glielo dici senza problemi. Alla fine, sono soltanto due parole, è questo che ripeti a te stesso prima di inviarle.
Il messaggio viene frainteso quasi nello stesso istante in cui gli occhi scorrono su quelle lettere in nero.
“Mi manchi.”

E la persona in questione si sente subito importante, quasi fondamentale, e sappiamo tutti quanto gli uomini si spaventino davanti ad un peso così enorme come quello dell’esserci e del significare qualcosa per qualcuno.

Triste. Pensateci meglio anche voi. Non è triste, adesso, avere paura di pronunciare il semplice desiderio di passare pochi minuti in compagnia di una persona che ci fa stare bene?
Quando, esattamente, siamo diventati delle creature anaffettive con la costante paura di significare forse troppo e di non esserne all’altezza?
Quando ci siamo trasformati in esseri dai dubbi sentimenti e dai facili fraintendimenti?
Quando abbiamo smesso di goderci l’amore, l’affetto, la sana amicizia, i momenti vissuti istante per istante, le follie estreme e le risate più semplici?

Quando, un semplice “mi manchi”, è diventato strumento di paure così grandi da far chiudere una persona nel gelido silenzio del distacco?

Me lo chiedo, e intanto invio il mio “mi manchi”.

Perché io, a stare chiuso e freddo e vuoto, non riesco. Perché io ho bisogno che il mondo si svegli e torni a scaldarsi.
Perché io voglio i miei istanti con una persona a cui tengo, soprattutto quando mi manca e ne avverto il peso dell’assenza.

Avete “le amiche”? E io vi archivio!

Cari uomini, sappiatelo.
Quando vi sento dire “di solito esco con qualche amica” o cose simili, vi ho già archiviati nei materiali di risulta emotiva della mia vita. Peggio ancora se non lo dite ma vi vedo farlo in presa diretta o via social.

Perchè secondo me le eventualità, che non mi voglio trovare a gestire nè a contrastare, sono tre: siete gay, siete femminari, siete amiciari.

Se siete omosessuali, alzo gli occhi al cielo. Permettetemelo. Siete bellini e mi piacete magari, ma la vostra disposizione affettiva mi impedisce di concupirvi. Questa reazione assittata è un modo come un altro per farmene una ragione.

Se siete donnaioli, e le amiche vi servono all’uso – passatemi la crudezza linguistica – allora non investo su di voi nemmeno il nanosecondo necessario a sollevare le pupille.
Mi precipito subito ad anni luce di distanza mentale perchè siete degli insicuri cronici.  E le mie paturnie mi bastano ed avanzano da sole.  Impossibile per me decidere di caricarmi in collo pure quelle altrui, non ho la forza.
Siete la peste e io vi scanso.

Se siete amiciari,  cioè vi attorniate di tante confidenti con cui avete rapporti platonici, avete un problema che può essere reversibile, ma con grande impegno e convinzione.
Per risolverlo dovete partire dall’amissione della sua esistenza e dalla sua conoscenza.

Che vuol dire? Intanto individuatevi.
Se avete molte amiche con cui ruotate le uscite e che di tanto in tanto accorpate in sottogruppi di due o tre spendendo serate, pomeriggi e in genere tempo libero, e siete dei single eterosessuali indefessi, fate parte di questa categoria.
Siete schermati, cioè.

Siete uomini con presenze storiche, stanziali nella vostra vita dai tempi del liceo o dell’università, vicine di casa, compaesane del periodo in cui eravate studenti fuori sede.
Sono lì da dieci o venti anni e, andando a ritroso nel tempo, non c’è stato capodanno, ferragosto, compleanno in cui almeno una di loro non vi fosse accanto. A tenervi la candelina.

E’ così? Perfetto!

Sappiate che queste donne, da voi inconsciamente indirizzate, stanno sopperendo a tutti i bisogni di affettività femminile di cui potreste sentire la necessità.
Sappiate però che in contemporanea vi stanno privando del sesso, e soprattutto dell’amore, quello rovente intendo, che potreste avere con qualcun altra se non ci fossero sempre loro, lì, a tenervi il cuore nello scaldavivande.
Sappiate che vi siete condannati alla tiepidezza sentimentale, alla negazione perenne del fuoco della passione perchè non avete predisposto uno spazio nella vostra anima da colmare di gioia.
Sappiate che state facendo tutto da soli.

Forse pensate che questo potrà tenervi al sicuro dalle scottature.
E’ falso perchè verrà per forza un giorno in cui dovrete rinunciare a chi vi farà girare la testa, e possibilmente tutto il resto del corpo. E’ la vita.

Accadrà, di tanto in tanto succede anche voi e ne siete consapevoli, che una donna veramente interessante si affaccerà all’orizzonte. Ma le sarà davvero difficile avvicinarsi. Dovrebbe superare tutti questi ostacoli, tutti questi “surrogati di lei” che hanno il sapore finto del cioccolato di scarsa qualità.
Quale dovrebbe essere il valore aggiunto di stare con voi? Frequentare anche tutta la combriccola?
E se ne andrà, delusa e deludente.

Guardatevi dentro. Vi è già successo.
Quindi state attenti, lo dico per voi.
Uscite da questa zona confortevole, prima che ne capiti un’altra e un’altra ancora e poi sia troppo tardi.
Soprattutto se l’altra sono io.
Altrimenti sarete archiviati anche voi, senza pietà nè rimpianto!

Ah e un’ultima questioncella: state accorti a quell’amica, proprio quella lì, la più presente.
Lei vi sta aspettando al varco e saranno dolori quando scoprirà che, come tutte le altre, “è come una sorella”.
Che vi piaccia o no.

Lo schiocco, lo senti ancora?

E così, mi chiede: «Lo senti ancora?»

Le domande della psicologa mi hanno sempre messo in difficoltà, in un modo o nell’altro. È come se ti forzassero a rispondere nel modo giusto, anche quando un modo giusto non c’è e bisogna sempre essere sinceri e aprirsi, anche quando la situazione diventa scomoda.

Insiste, nel silenzio che riempie la stanza. «Lo Schiocco, lo senti ancora?»
La guardo ancora una volta e, da qualche parte dentro me stesso, trovo la forza di ridere di lei.
Mi domando cosa possa mai saperne lei dello Schiocco, di un istante come quello, di uno strano potere inquietante come quello. Poi rimprovero quel lato di me stesso, ricordando che tutti possono conoscere lo Schiocco.
Una madre, una figlia, una ragazza, un ragazzo, un figlio. Esattamente come me.
Rispondo dunque, sorridendo ai limiti del possibile. «Certo! E mica va via!»

Ed è vero, tutto sommato.
Lo Schiocco non andrà mai via in nessun modo, questa è la verità che mi colpisce nell’esatto momento in cui apro la bocca per risponderle.
Lo Schiocco è quel suono che si ripete continuamente, lieve e grave, a bassa voce e poi più forte.

SCHIOCCO, schiocco, Schiocco, sChiOcCo, schiOCCO.

La voce roca della psicologa mi prende per mano e mi tira fuori dal tornado di “Schiocco” in cui ero finito per conto mio. «E come si vive normalmente, vicino allo Schiocco?»
Per un breve istante rido di lei, chiedendo a me stesso come sia possibile che una donna di una certa età non capisca proprio nulla dello Schiocco.
Finisco con l’ammonirmi ancora una volta, consapevole del fatto che lei effettivamente sa cosa sia e come esista, ma che preferisce cedere la parola a me, che con lo Schiocco ormai sono un gran campione.

Prendo fiato, ne ho bisogno. Forse anche per non urlarle contro o tremare.
«Posto che la normalità è un concetto del tutto soggettivo,» le dico prima di bloccarmi e riflettere.
«Credo di aver vissuto una normalità del tutto sbagliata. Sa come funziona, no? Dopo lo Schiocco, diventa normale chiedersi quando lo si troverà di nuovo, quando lo si sentirà ancora una volta, con chi soprattutto. Guardi le persone sorridere e parlarti e ti domandi se magari anche loro Schioccano, una volta ogni tanto, e se lo fanno hai paura e ti domandi quando e dove e in che modo. Ecco perché lo Schiocco, tutto sommato, non ti abbandona mai.»
La guardo e mi guarda, curiosa di sapere come continuerà la mia riflessione. Vorrei tanto saperlo anch’io, come articolare le parole nel modo giusto e come esprimere il tornado di Schiocchi che mi occupa la mente in questo momento.

Distolgo lo sguardo una volta, poi due. «Forse dovrei trovare una nuova normalità. Forse, dopotutto, qualcuno che non Schiocca c’è. Lei che dice?»
Alza le spalle e sorride. «Non tutti Schioccano come faceva il Primo Lui, questo lo sai, no?»
Annuisco. È la verità.

«E allora,» mi dice prima di concludere pochi minuti dopo. «Comincia con un breve passo. Chiamala col suo vero nome, accettala così com’è, accetta di esserne uscito ed essere sopravvissuto. Vedrai che da lì sarà tutto più facile. Basterà solo dirlo a voce alta.»
Annuisco due volte, ma resto fermo sul posto. Poi accenno un sorriso, perché so che in fondo sarà tutto più semplice una volta affrontato lo Schiocco a voce alta.
No, non lo Schiocco.

Devo smetterla di usare questo nome, che non è altro che il suono delle mani quando colpiscono qualcuno.
Forte e chiaro, lo stendono a terra, lo costringono a nascondersi dietro la porta di un bagno.
No, non si chiamerà più Schiocco.
Si chiama Violenza.

Di Paolo Costa

Amori polaroid e amori herpes

Alcune storie rimangono immortalate negli album dei ricordi. Sono gli amori “polaroid”. Altre, invece, sbucano sempre fuori. Sono gli amori “herpes”.
Ed oggi, vi racconterò la genesi di un herpes spuntato un paio di anni fa, che ogni tanto torna. Senza preavviso. E logica.

[..]Mi ha fissata per qualche minuto e con la schiettezza che lo contraddistingue ha detto di trovarmi eccessivamente magra. Scarna. Con occhi indiscutibilmente tristi. Poi, si è allontanato; frettolosamente. Non mi ha dato il tempo di spiegargli. Gli avrei raccontato di te. Ed avrei ascoltato il suo punto di vista. Da uomo. Con coraggio ed attributi.

Dopo un po’ è tornato. E ha detto: “Stasera tieniti libera. Ti porto a cena.”
“Ehh? No. Non oggi!” ho replicato.
“Sei bella quando seduta al tavolo osservi e studi ciò che mangi. Passo a prenderti alle 20.00; il caso è chiuso.” ha sentenziato.

Ho accettato.

“È la prima cena con un uomo, dopo quasi due mesi.
Dopo di te.
Sono agitata. Mi tremano le gambe.
Con – dividere mi aiuta. Forse. Spero.
Del resto, è colpa tua. Se mi ritrovo qui. Stasera.
Mi manchi.” -È quello che ricordo di aver pensato. Quando, ancora, giovane e febbricitante d’Amore.

Di Rossana Campaniolo

Il mio amore si misura in scarpe

La letteratura da banco sottolinea sempre il rapporto tra le donne e le proprie scarpe.
E tutte le volte che leggo qualcosa sull’argomento mi viene in mente “Sex and the city” che per me è una serie un po’ da sfigati: narrazione inesistente, luoghi comuni e stupidità a go go.

Effettivamente io con loro ho una relazione ossessiva. Non con le mie, con quelle degli uomini.
Dopo avere guardato un bel tipo in viso, gli osservo le spalle e le mani e poi giù, giù giù, quello che indossa ai piedi.
E se non mi piace, per quanto il soggetto possa essere avvenente o affascinante, non c’è storia nè conversazione che tenga.

anfibi-alti-camper

I tre uomini su cui ho investito nella mia vita indossavano sempre modelli molto interessanti: tendenzialmente scuri, strutturati, a pianta larga, talvolta stringati, mai mocassini nè snickers del tipo “All star” come quelle degli adolescenti e mai mai, assolutamente mai, sandali.
In sostanza mi sono innamorata di quello che portavano ai piedi prima che di loro che, a riprova della sintonia, hanno mostrato sempre un’attenzione puntigliosa per le loro estremità.
Uno impazziva se stingevano i calzini, un altro si lavava continuamente ed era schiavo del calzascarpe,  l’altro era una cura persistente, con creme e cremine varie e una dipendenza dagli antimicotici.

E io come mi sono accorta di amarli?
Lasciavano le scarpe tutti e tre sempre in giro ed io, invece che incazzarmi come una biscia come sarebbe stato giusto, gioivo nel metterle a posto.

Vuoi sapere se ti amo? Poggia gli stivali in salotto…

 

 

Ciao

Bello che con quattro lettere riesci a fare un discorso intero.
Basta “ciao”, un saluto, ma quello sguardo è un insieme di complimenti.
Gli occhi scuri e semichiusi, la bocca beffarda, con un angolo mezzo all’insù, nascosta da una sciarpa leggera.
C’è caldo toglitela e parliamo.
A già, tu non parli, almeno non a parole.

la bocca tumida e lucida nascondeva una befana

la bocca tumida e lucida nascondeva una befana

 

Il bene accade. Quando meno ce lo si aspetta. Cosi, come ogni forma di legame.

“Ho l’impressione che quando ti parlo tu mi ascolti”. Gli confessai. Una sera, di fine anno. In preda ai bilanci. “Ti  ascolto non è un’impressione” mi rispose. A mo di resoconto finale.
Andai a letto soddisfatta; che è molto più importante di andare a letto felice. Almeno per me.
Qualche settimana dopo, poi, mi fu smossa una considerazione, vera più che mai, ma che aveva tutto il tono di una critica: “Rossana, tu non riesci a vedere perché per te deve essere o tutto o niente”.
Si, proprio cosi. Confermo.
valentino
Ma il problema, caro mio A. (A sta per ‘maschio Alpha’), con cui ognuno di noi è costretto a confrontarsi è la finitezza della condizione umana. Perché per nessuno il tempo o l’energia sono infiniti. E quello che si dà ad una persona, lo si toglie inevitabilmente a noi stessi. Gesti o parole. Risate o lacrime. Talvolta anche solo il silenzio. Anche semplicemente perché, che si tratti dei gesti o delle parole, tutto si esaurisce nel momento in cui lo si dona. Ognuno di noi sceglie e, nella scelta, c’è sempre una parte di rinuncia.
Io ho scelto te, tu hai scelto di rinunciare a me.
Nessuno può permettersi di giudicarci, neppure noi -reciprocamente-. Evitiamo, però, di mentire. Il bene non lo si merita e non lo si strappa. Tanto più elemosina. Il bene accade. Quando meno ce lo si aspetta. Cosi, come ogni forma di legame. L’incontro tra due persone non è mai perfetto, e questo non smetterò mai di ripeterlo. Ma l’imperfezione dell’incontro, con l’incapacità di trasmettere il bene che si prova verso l’altro, nonostante tutto, non c’entra nulla.
Beffa: Cerchiamo tutti, ma proprio tutti, di dare all’altra persona quello che vorremmo ricevere da lei. Ad esempio quell’attenzione o quella tenerezza che ci manca tanto, che non abbiamo, che non riceviamo. E che però ci incaponiamo a donare all’altra persona.
Io per prima l’ho fatto. Con te, caro mio A.
Peccato che poi tu, essendo d’altronde altro rispetto a me, molto probabilmente non sapevi che fartene della tenerezza o dell’attenzione che mi sono impegnata a darti. E che ciò che ti mancava è, appunto, sempre altro.
Terribilmente altro.
È allora che l’incomprensione si installa. Nonostante le migliori intenzioni.
Ad oggi, sento di aver fatto pace con tutto quello che mi hai mancato!
Ps. Il maschio Alpha esiste. Ed in uno di questi giorni compie gli anni.

Bocca chiusa

La mia bocca resta chiusa.
Non ho intenzione di dirti niente. Non chiedere.
Perchè se fosse sì, so che sarebbe per sempre.
E per sempre esiste solo se fatichi per sempre, credi per sempre, resti per sempre.
Per questo per sempre è  troppo spesso impossibile, perchè è troppo spesso impossibile volere per sempre.

boccachiusa

Se fosse no non sarebbe forse.
Sarebbe no e basta. Senza spiragli, senza ritorni.
E tutto dovrebbe cessare.

E allora parliamo di futili amenità.
Distraiamoci per rimanere concentrati su di noi.
Ma, ricorda, che se parli tu allora parlo anche io.

 

Cantare a due voci: il rapporto perfetto

Può succedere, nel corso dell’esistenza, di incontrare persone molto simili a se stessi.
La somiglianza è una forza che può respingere ma può anche legare se le circostanze si rivelano particolari.

Se oltre ai pregi, fra due persone, si sovrappongono i medesimi difetti e difficoltà – soprattutto emotive – assimilabili, le viscere si attorcigliano le une alle altre e si genera un ineffabile ma soprattutto inscindibile patto di acciaio.
Forze esterne, sociali, familiari, amicali, sentimentali si infrangono se cercano di interferire.

controcanto
E così ci si trova all’interno di un canto a due voci che non stanca mai e protegge, perchè nella sua immensa imperfezione è perfetto.
A turno si contribuisce a dispiegare la medesima melodia, certe volte come prima voce, altre in controcanto, per donare all’altro forza e spessore.

Se decidete di leggere queste righe, e comprendere come incontri simili siano una benedizione del cielo nella vita, ascoltate come sottofondo l’armonia della prima e della seconda voce di “Final Masquerade” dei Linkin Park e forse intuirete cosa sto cercando di dirvi.

E voi avete una melodia secondaria che sostiene la vostra?

SMS di passione

Oggi ho fatto un po’ di pulizia nella posta elettronica.
Ho trovato un gruppo di missive inviate da un autore appassionato e ironico.
Le ho rilette con attenzione, tanta da riportare alla mia memoria il testo di un SMS che mi aveva mandato una notte di qualche anno fa: “Bambina mia, mia bambina. Cambiando l’ordine il risultato non cambia”

mail

Ricordo la difficoltà che ho avuto nel cancellare queste poche, stupide, inutili e amorevoli parole dopo che si era allontanato da me.
Non tanto perchè mi aveva in un certo qual senso abbandonato, ma per la maniera improvvisa e insensatamente fredda. Una specie di sentenza di morte comminata ai miei sentimenti senza possibilità di appello.
Ci ho messo quattro anni a decidermi di eliminarlo dalla sim.
Di tanto in tanto tornavo a leggerlo, come se il cuore mi si potesse riaprire a partire dagli occhi.

Oggi, ho impiegato quattro minuti a togliere dalla posta quei messaggi.
Forse sono diventata indifferente ai sentimentalismi. O forse sono soltanto cresciuta.

Copyright © 2018 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.