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LIBERO: Rispettare con Cura!

Guardo il mio riflesso allo specchio, ormai mio amico dopo anni di incomprensioni e rivalità, dopo aver postato una foto del mio addome scoperto su uno dei classici social ormai in voga negli ultimi anni.
L’immagine impressa sul vetro mi comunica che qualcosa non va: ho l’espressione corrucciata, anche se è passata soltanto un’ora dalla pubblicazione.
Sono preoccupato, a tratti agitato, ma il motivo di fondo è presente e si fa sentire.
Sono consapevole di cosa mi aspetta, so con certezza quale uragano sta arrivando, quale piaga umana si abbatterà su di me questa volta: l’etichetta, tanto semplice quanto disumana, tipica malattia della società.

Uomo, donna, grassa, magro, troppo alto, troppo basso, brutto, vecchio, troppo piccolo, troppo grande, etero, frocio, battona, maschiaccio, effeminato, secchione, sfaticato, santarellina, figlio di papà.

Nessuno è mai una Persona, nessuno è mai Umano.
Eppure siamo un sacco di cose messe assieme e non lo sappiamo neanche con certezza, dal momento che chiunque ci incontri per strada affida a noi un’etichetta nuova di zecca senza il nostro consenso. E poi in un giorno qualunque basta una semplice foto come quella di oggi per esporre gli altarini, da sempre coperti miseramente da belle facce e grandi sorrisi.

“Eppure il corpo ce l’hai”, “hai la faccia per certe cose”, “chissà quanti ne tieni sotto al letto”, “che cattivo ragazzo che sei”.

Educatamente ringrazio, perché apprezzo la fiducia che ripone certa gente in me, pensando che io abbia successo con gli uomini tanto quanto io ne abbia nella letteratura e nella traduzione. La fiducia, seppur sbagliata o in piccole dosi, è sempre da apprezzare di questi tempi, per cui chino la testa e sorrido. “Che ingenui”, penso tra me e me allontanandomi.

Quanto può essere facile considerare una persona promiscua, quando questa ha la semplice sicurezza in sé che gli permette di poter sfoggiare una parte del proprio corpo, senza scadere nel volgare o nel provocante?
Quanto può dar fastidio, agli occhi degli insicuri, vedere un uomo o una donna vivere liberamente la propria sessualità, con il giusto rispetto verso il proprio corpo e con la giusta attenzione, data anche dal potere di scegliere con chi andare e chi evitare? Quanto bisogna tirare la questione per le lunghe, prima di capire che ci sono etichette che pesano e marchiano la pelle delle persone, quasi come fossero lebbrosi?

Basta una parola sbagliata alla persona giusta, o la parola giusta alla persona sbagliata, e ci si vede privati della libertà di girare in città senza sentirsi additati e percepire i bisbigli della popolazione pseudo-pudica, che si lascia cadere dalle labbra sporcaccione commenti indecenti come: “che troia, un ragazzo del genere sarà un maniaco, un maiale”.

Eppure le etichette sono come le scarpe: tutti ne abbiamo un paio e spesso sono scomode, si rovinano o soffocano il piede. Cosa serve a capire che non bisogna mai scambiare la libertà di vivere con qualcosa di inutile come un’etichetta? Perché porre dei limiti alla società? Perché si sente il bisogno di raggruppare chiunque sotto una determinata categoria, che pesa tanto quanto il far girare una voce sbagliata o un commento di troppo, che spesso viene frainteso?

Io non me lo spiego e intanto medito, nella speranza che un giorno la gente possa capire quanto sia sbagliato il diffondersi di questa vera e propria peste dell’anima e della mente.
Controllo il mio telefono un’ultima volta e ignoro i messaggi sporcaccioni di chi sente il dovere di prendersi la libertà di avanzare certe proposte, come se fossi disposto ad andare con chiunque solo perché “troppo espansivo” ai loro occhi maliziosi.

Il mio riflesso mi sorride adesso ed io gli parlo. Confesso, è vero che ho tante etichette addosso, ma forse l’unica che affiderei a me stesso è quella con su scritto a caratteri cubitali: “LIBERO”.
Così come sono libero di scegliere chi rifiutare e chi frequentare, perché amo me stesso e ho un rispetto enorme per la persona che sono.

Ed io mi amo così tanto da permettermi di mostrare il mio addome e andarne fiero senza rimpianti.

Nata e cresciuta a Trapani. Con Trapani.

Sono nata e cresciuta a Trapani. Ed una volta raggiunta la maggior età ho scelto di restare. Quindi, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e ho frequentato a Trapani, polo distaccato. Questo mi ha dato l’opportunità di vivere la cittá quotidianamente, a tutto tondo. E cosi, ho avuto modo di constatarne la sua evoluzione.

Ho ricordi, risalenti a più di un decennio fa, di un centro storico cittadino assopito. Più precisamente, abbandonato. Saracinesche di negozi abbasate per sempre. E strade ricche di arte e cultura desolate.
Oggi, invece, è proprio un piccolo fiore all’occhiello. Almeno per me. E non solo, lo so. Poi io mi ci perdo, alla ricerca della mia casa ideale, dalla quale studiare e conoscere la storia che si racchiude nella parte più antica della città.

Le luci dei negozi restano accese fino a tarda sera, e la gentii pullula. In estate, poi i turisti raddoppiano le presenze. Questo è quello, almeno, che è accaduto fino a qualche mese fa.

Da domani, invece? Che ne sará di Trapani? Il rischio è, già temuto mesi fa a causa di un ballottaggio elettorale inusuale con un solo candidato conclusosi con il commissariamento del comune, quello di una regressione del territorio. Sotto ogni profilo. Infatti, è notizia dell’ultime ore la scelta amministrativa, del commissario in carica, di non aderire all’accordo co-marketing. Dal quale deriverà un danno incommensurabile per il turismo, attività principe del territorio. È sicuramente indiscusso l’indotto economico apportato dal vettore Raynair in città e provincia. Ma tale scelta, danneggia anche un apporto di tipo lavorativo a 360 gradi. La campagnia area, oggi esclusa, ha condotto luminari della medicina – emeriti relatori specializzati sulle più disparate tematiche. Insomma, è un bagaglio cosi enorme che la Città, noi cittadini non possiamo permetterci di perdere.

Lamentarsi sono certa non serva, ma alzarsi quantomeno dal divano ed iniziare a far ascoltar le proprie ragioni, se non sufficienti quanto meno necessarie, ritengo possa esser un punto di partenza. O ri-partenza.

Di Rossana Campaniolo

Regali e assittamenti in pizzo

Lo so che non è educato reagire male in determinate circostanze, ma una delle evenienze che mi fa assittare in pizzo maggiormente è quella di ricevere un regalo, di compleanno o natalizio, completamente distonico con la mia personalità.
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Badiamo bene, non mi interessa se sia riciclato o meno, ma quanto sia effettivamente adatto a me.
In realtà non so come la pensino gli altri ma sono essenzialmente due i fattori che mi fanno pensare che un interlocutore possa avere un minimo di attenzione nei miei riguardi: alle brevi, quando ci si conosce da poco, ricordarsi bene la connessione tra la mia faccia ed il mio nome di battesimo, a lungo andare l’impressione di avere carpito in qualche modo i miei gusti in generale.
Ieri ho investito due ore del mio pomeriggio ad acquistare un dono di per una mia cara amica.
Non sono certa che sia quello giusto. Tuttavia sono sicura che lei rivedrà nell’oggetto che le porterò un poco di se stessa per alcune caratteristiche.
Capirà che ho fatto qualcosa in più che pensarla.
Comprenderà che provato, nel mio microscopico, a darle una piccolissima felicità e il suo ricordo nel tempo che passa.
Ecco questo dovrebbe essere un dono: una dichiarazione di quella considerazione che ti fa capire che chi ti ha preparato il regalo un po’ di bene te lo vuole.

La polizza la fa e la riceve chi ama

Partiamo dal presupposto che della storia delle polizze mi interessa abbastanza poco. Se fosse falsa sarebbe uno dei tanti teatrini strumentali intorno alla Raggi, se fosse vera, costituirebbe l’ennesimo episodio di malaffare di un partito in Italia, un paese il cui problema principale, non dimentichiamocelo mai, è e resta la corruzione, con tutto il suo portato culturale.

Posto che bisognerebbe capire più che altro come mai Romeo  vada in giro ad accendere assicurazioni in favore di Tizia, Caia e Sempronia, ma tant’è, questa notizia mi ha fatto venire in mente un episodio del passato. Una delle dimostrazioni di amore più disinteressato mai ricevute.

Mia nipote, al tempo dell’aneddoto bambina, oggi giovane donna, è sempre stata una grandissima fan del danaro.
Non ha mai perso un’opportunità per battere cassa, per intenderci. E nessuno di noi può tuttora sfuggirle se lei ha deciso che qualcuno in famiglia, con particolare riferimento a sua madre, deve erogare.
In quel tempo, possedevo alcune sostanze ereditate dai miei genitori – oggi andate bellamente in fumo –  che mi permettevano di operare qualche investimento.
Mi proposero di attivare una polizza assicurativa sulla vita.
Potevo avere 22 o 23 anni. Sebbene giovane  e soprattutto molto inesperta avevo compreso che lasciare dei soldi a marcire, senza movimentarli, non avrebbe giovato a nessuno. Così accettai.

polizza
Dovevo individuare un beneficiario, e così pensai proprio a questa nipotina, secondogenita di una delle mie sorelle, una dei tre bambini di casa: gli altri due, primi nati, avrebbero avuto forse più possibilità di lei, un benefit avrebbe potuto farle comodo negli anni a venire. Pertanto mi decisi e indicai il suo nome, con tanto di commozione della funzionaria della banca: in caso di mia prematura scomparsa lei avrebbe intascato.

Passati un paio di anni, diventata lei più grandicella, decisi di informarla.
Ebbe una reazione di netto rifiuto: “Io non voglio dei soldi pevchè tu muovi”, e mi lasciò là, piacevolmente sorpresa: “Mi ama” pensai.
Di quel tesoretto nulla è più rimasto, a causa della crisi.
Anzi fu una delle prime linee di risparmio della mia vita ad andare in fumo, con sua grande soddisfazione.

Tuttavia la morale del ricordo è chiara. Ama chi la polizza la fa. Ama chi la polizza la riceve.

Ovviamente si fa per celia…

Un plauso a lei. Santa donna.

E comunque un plauso a lei, lì, sfuocata sullo sfondo e con lo sguardo preoccupato.

Perchè ha dovuto sostenere le ambizioni di lui.
Ha dovuto sopportare gli occhioni e le ciance intorno a Maria Elena Boschi, campionessa di emendamenti costituzionali e mossettine televisive.
Ha dovuto subire gli attacchi perchè, da first lady, si è assentata dal lavoro per doveri di Stato.
Perchè è stata criticata solo per il fatto di averlo un lavoro.

Santa donna!

Santa donna!

Un plauso a lei che adesso lo raccoglie pure con il cucchiaino.
Santa donna, che pazienza che ci vuole.

 

 

E’ che non mi sono fidata di Renzi

Ho votato no.
Non ho mai concepito l’espressione della mia preferenza come un segnale politico all’attuale governo.
Non penso che un referendum abbia valenza elettorale, quindi trovo illogica l’interpretazione dei risultati come letti dal premier.
Altrettanto lungi da me l’intenzione di manifestare l’appartenenza ad un partito o ad un movimento del fronte che si opponeva alla proposta.

L'amaro volto della sconfitta

L’amaro volto della sconfitta

Ero consapevole che, una volta emerso un risultato negativo, se Renzi avesse deciso per le dimissioni, questo non avrebbe cambiato una realtà, e cioè che il Partito Democratico, in quanto forza di maggioranza, sarebbe stato incaricato di formare un nuovo governo, seppur di scopo.
Ero consapevole quindi, che le elezioni anticipate non sarebbero state prese in considerazione. Non in prima battuta e non come soluzione immediata.

Una cosa è certa però. E’ stato un voto che ha palesato la mia mancanza di fiducia per un quesito referendario contenitore, dove si trovava di tutto e di più, messo lì, appiccicato insieme, ed appellato come “cambiamento” senza distinguo, senza priorità, senza chiarezza.
Quello sì che era un’accozzaglia.
E di fronte al caos, si può reagire solo con uno stop.

Non è tutto oro quel che luccica nè cacca ciò che puzza

La bufala dei Simson

La bufala dei Simpson

Secondo una breve e convincente analisi di bufale.net  queste immagini non furono mai realizzate nel 2000, ma dopo che si è saputo che Trump sarebbe stato candidato alla Casa Bianca.
E’ tuttavia innegabile una certa capacità precognitiva da parte della satira e di Groenig & Co. se pensiamo alla puntata sul futuro di Bart dove il bambino oramai cresciuto vede la sorella diventata il primo Presidente degli Stati Uniti donna – e quindi non Hillary – alla prese, in una riunione, con il default lasciato dal predecessore, proprio lui, Trump.

Dalla sua elezione è stato un susseguirsi di deliri collettivi, molti dei quali a sfondo comico, sempre come se nessuno se lo aspettasse davvero.

E ora? Ci si chiede.

Ora si va avanti accettando il risultato dell’investitura democratica di un Presidente scelto mediante elezioni e individuato con primarie anche come candidato.
Non è che la democrazia deve piacere solo se ritorna il risultato gradito.
Bisognerà farlo ridimensionando anche le proprie aspettative negative – gonfiate da una campagna lunga e difficile – e rimettendo i piedi un po’ per terra, senza farsi trascinare dalla psicosi mondiale in corso.

Il Presidente degli Stati Uniti, per quanto sia potente, non può fare esattamente tutto quello che vuole, nè in ogni caso mantiene tutto quello che promette.
E’ sufficiente pensare alla mai avvenuta chiusura della prigione di Guantanamo, assicurata illo tempore dal Premio Nobel per la Pace Barack Obama.

Non siamo di fronte ad una replica di Ronald Reagan che, sì, venne eletto da repubblicano in una fase di profondo malessere degli USA, ma militava in quel partito da quaranta anni ed era stato già governatore della California.
Siamo certamente di fronte ad un conservatore anni Venti, che ripiegherà fortemente sulle politiche interne, nel male, per esempio rendendo difficilissime le condizioni di vita e di ingresso dei migranti, ma forse anche nel bene, fermando la delocalizzazione delle imprese che ha già provocato la perdita di lavoro per tanti Americani.

Insomma, questo è il risultato.
Poco si può fare se non stare a guardare cosa succederà, rammentando che però il grande entusiasmo per chi finisce a Dicembre il proprio mandato non ha prodotto i risultati sperati e quindi non è detto che il mondo sia di fronte alla tragedia che teme.

Serbiamo un attimo di realismo.

Virginia Raggi, i frigoriferi, la comunicazione

Mi corre l’obbligo di ammetterlo fin dalla premessa: Virginia Raggi mi sta un po’ sugli zebedei.

Sarà che non riesco a comprendere appieno il movimento da cui proviene e anzi che ne ho un po’ paura, sarà che il clima sociale in cui si muove sembra analogo a quello in cui nacque e si sviluppò il fascismo, sarà che trovo presuntuosa la sua fiducia nel proporsi per amministrare Roma, che è un immenso brulicare di problemi, criticità e disservizi, sarà che ha le orecchie a sventola che mi ricordano quelle del buon Giulio. Sarà.

Eppure certi giornali non li capisco.

Comprendo che siamo analfabeti dell’immagine ma avete notato le foto che le testate usano quando si tratta di parlare di lei?
Per esempio questa:

Virginia Raggi

E’ sufficiente darle un’occhiata.
Virginia Raggi, sindaco di Roma Capitale, è oggettivamente una bella donna, giovane, proporzionata, dai lineamenti regolari. L’unico difetto che ha sono appunto le orecchie, da lei costantemente e saggiamente coperte con i capelli.

In questa immagine non solo le orecchie sono belle in evidenza ma la figura, forse carpita in un momento di stanchezza, lascia trasparire una forte tensione, quasi rabbiosa.
L’utilizzo delle luci e la gamma dei blu, un colore freddo, così alzata, aiuta a dare un’immagine ancora più fosca alla donna.

Ora chiosare questo artificio grafico con un titolo che inizia con l’espressione “Senza polemiche”, come ha fatto Huffington Post a suo tempo, per poi aggiungere che il sindaco Raggi era assente ai funerali delle vittime del terremoto di Agosto è immediatamente traducibile nella più comune delle manipolazioni di un giornale per colpire un’area politica strumentalizzando la parte destra del cervello, quella delle emozioni, invece che sollecitare la razionale sinistra.

Ancora oggi i quotidiani, on line e non, riportano una profusione di articoli sulla questione dello smaltimento dei rifiuti ingombranti della città. Badiamo bene, il tema è serissimo, tanto da sconcicare la Commissione Antimafia.

E La Repubblica che fa? Dedica uno spazio all’ironia dei social su quanto è accaduto:

Ironia...

ironia…

Si tratta ovviamente di uno humor indirizzato a lei che viene identificata come piccola, incompetente e un po’ scema.

Però io sono convinta che, se si vuole essere credibili quando si critica una rappresentante, che ci piaccia o no, così importante si deve prestare attenzione ad un solo aspetto: ad essere rigorosi e, in questo modo, non scadere nella qualità dei messaggi, nei toni e nelle modalità espressive.

Finché articoli e sostegni alla comunicazione che la riguardano avranno questa impostazione non saprò decidermi se è meno affidabile lei o i giornali che ne narrano le vicissitudini come fossero le avventure di Pollyanna.

 

Dietro liceo davanti museo

“Dobbiamo assolutamente evitare questo effetto: dietro liceo davanti museo”.
Non avevo mai sentito usare questa espressione prima di avere visto una puntata di “Ma come ti vesti?” volata via dalla bocca di Enzo Miccio, qualche settimana fa.

Che cosa vuol dire?
La frase indica una donna che vista da dietro si mostra apparentemente giovane e carina, ma frontalmente si rivela decisamente una vecchia racchia befanesca.
Uno degli effetti peggiori che si possa originare e che credo sia possibile generare dalla mia età in poi.

Provoca un senso di profonda delusione e di inganno in chi guarda.

Si instilla negli altri, non so quanto involontariamente, portando capi non appropriati all’età, molto giovanili quindi, anche perchè magari alcune parti del fisico, aiutato da sostegni sottoveste, come guaine contenitive o leggings con i push up per i glutei, lo consentono, e capelli colorati in maniera artificiale con tagli sbarazzini, e mai troppo corti.
Questo produce la speranza retrovisiva.
Peccato poi che la visione frontale offra spesso visi rugosi, borse sotto gli occhi, un trucco un po’ coprente, occhiali spessi e osolescenza galoppante.

L' effetto dietro liceo davanti museo. In maniera minore o maggiore lo abbiamo subito tutti

effetto dietro liceo davanti museo in maniera minore o maggiore lo abbiamo subito tutti

Il ridicolo pirandelliano si sostanzia.

Dando un’occhiatina su Facebook l’effetto è abbastanza dilagante con le foto: in molti, ma soprattutto donne, credendo di rendersi interessanti, mettono immagini del profilo e copertina ritratte di spalle o di tre quarti in forte penombra, salvo poi essere cessi total body in altri scatti. Continue Reading

L’ attenzione è selettiva specie nel traffico

Tornando a casa, come mi accade praticamente ogni giorno, sono rimasta imbottigliata nel traffico.
Uno dei restringimenti classici si verifica proprio all’altezza del retro del Teatro Politeama, quando Via Roma si trasforma in quella che i Palermitani storici chiamano Via Roma nuova.

Gli ingorghi sono occasioni di incontro con la più svariata umanità.
Talvolta può capitare che la cosa mi faccia sorridere, certe volte no.

In particolare oggi c’era un’automobile scura che, anticipando di una manciata di metri quella su cui viaggiavo io, andava un po’ a singhiozzo. Sembrava condotta da una persona ubriaca o distratta da qualcosa, tanto che la mia collega, che guidava accanto a me, si lamentava considerevolmente.
Come in tanti casi ho pensato si trattasse di qualcuno che avesse in mano un cellulare e fosse impegnato a mandare messaggi, pratica detestabile e perniciosa.

Invece no: la signora era molto affaccendata a mangiare una mela, mentre cercava di destreggiarsi tra un senso di marcia e l’altro e tra tante vetture che le sbucavano sia a destra che a sinistra oltre che la generale tenuta della strada.

Teneva il frutto come un trofeo, nemmeno mangiare lì, nel bel mezzo della bolgia, fosse una conquista, invece che una pura idiozia.

Ora che ne abbia parlato Broadbent o Treisman o qualsiasi altro psicologo della percezione, che si analizzi l’effetto “cocktail party” o lo “Stroop” una cosa è certa: l’attenzione, in una maniera o nell’altra è selettiva pertanto gli stimoli che partono dal contesto, non arrivano comunque al ricevente nella loro completezza nè nel loro insieme, sia che essi siano filtrati o scelti.

Fatto sta che semplicemente non si possono fare due cose in contemporanea al massimo della concentrazione e che guidare in queste condizioni è pericoloso. Che si tratti di un cellulare o una mela.

In buona sostanza mentre la guardavo gustare il pomo tutta felice e contenta a me sono solo venuti in mente gli spot della campagna del Ministero delle Infrastrutture, quelli sulla sicurezza stradale che fanno un po’ rabbrividire.
A ciascuno le sue sensazioni evidentemente.

 

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