Category Archives: Opinioni

Quando la misura è colma

Assittarsi in pizzo vuol dire notare ciò che non va e reagire, con il sopracciglio alzato.
Si tratta di avere la capacità di puntualizzare  quello che non  piace, di non subire senza però attraversare il punto di non ritorno.

Assittarsi in pizzo è una protesta non distruttiva.

E’ la tendenza al disappunto facile, veloce ma revocabile.
Tavolta muto. Perchè non sempre si esprime il proprio disagio.
Si cerca spesso di attendere che l’onda di indignazione passi e di razionalizzare.

Per non essere irragionevoli. Per non apparire irragionevoli. Per non farsi dire irragionevoli.

Talvolta però la misura è colma.
E lì con altrettanto silenzio, si alza il sopracciglio e si chiude la porta, con cortesia.
Perchè non c’è nulla di più distante e freddo della cortesia.

 

Ponte Morandi. Perfetto specchio d’Italia.

Tra il 2005 e il 2006 ho percorso il Ponte Morandi una dozzina di volte, perchè la vita mi ha riservato il privilegio immenso di conoscere un po’ Genova, quel tanto che basta per farla rimanere sempre nel cuore.

Ricordo bene il senso di aria e di vertigine che si prova a sfrecciare su quel tracciato sospeso sulla città, veloce e vitale. E’ un’impronta di libertà che ti segna l’anima. Tutto si pensa tranne che lì si possa morire.

Dopo ieri restare increduli è il minimo, provare rabbia è normale, eppure una riflessione intellettualmente onesta è necessario farla.

Il progetto era stato avveniristico, di grande clamore, un marchio dell’Italia degli anni Sessanta che esportava se stessa in tutto il mondo in fasi che sembravano ruggenti e che dovevano mostrare il nostro paese come vincente ad ogni costo. Era stato realizzato con tecnica e materiali che si sono rivelati tuttavia obsoleti nel breve giro di pochi anni, visto che già nei Novanta sono iniziate le opere di manutenzione. L’anacronismo della progettazione si è rivelata tragica in generale e in particolare nella mancata lettura dello sviluppo sociale e commerciale dei successivi decenni: la via era nata per fare transitare una serie di seicento e di camioncini, non certo i tir di oggi.
In più i piloni furono posizionati in una modalità di perfetta integrazione (è ironico!) con il tessuto urbano, tanto che gli stabili dove abitano i ferrovieri vi sono tuttora addossati, in una logica di reciproca invasione degli spazi impressionante e in totale spregio della sicurezza che davvero lascia affranti.
Della serie: questo ponte si doveva fare.

Ma, vogliamo essere sinceri, cosa c’è di differente rispetto a tutto quello che è stato realizzato in Italia?

Se proviamo ad allargare lo sguardo, i ponti nel paese in queste condizioni sono tanti.
E se proviamo a generalizzare un po’ di più sono le costruzioni ad essere spesso fatiscenti o non adeguatamente ristrutturate mano a mano che ne è emersa la necessità.
Basta una breve carrellata storica sulle scuole inagibili o sui danni dei terremoti o, più banalmente, leggere qualche saggio relativo alla rete idrica nazionale, un colabrodo da sempre, per rendersene conto.

E allora il punto non è  quello di dar colpe a chi non è intervenuto “solo” negli ultimi 5 anni, oppure a chi, di converso, ha combattuto contro alternative affermando, miope, che il Viadotto Morandi fosse solido.
Ed è ridicolo dare credito a chi qua e là rileva con sarcasmo che l’acquedotto romano – su cui poi non hanno mai viaggiato i tir – sia ancora in piedi. Questo poi!

Il punto è che l’Italia  cade in pezzi perchè da quando è stata unificata, a dispetto del fatto che non siamo più sotto un dominatore, almeno non militarmente parlando, nessuno di noi a partire dai nostri bisnonni, si è preso mai la briga di far le cose per bene, con capacità di pianificazione e visione per il futuro, ed in un’ottica complessiva di rispetto per il sistema “Paese” quale tesoro naturale, monumentale e di risorse.

Questa è una responsabilità collettiva, non possiamo cercare con il lanternino “IL” o “UN” colpevole per assicurarlo alla Giustizia. Ci siamo dentro tutti.

L’unica cosa che potremo fare, dunque sarà studiare, sbracciarci, e fare le persone serie per una volta.
E sistemare questa immensa rete di disastri che ci sta trascinando a fondo da tutti i punti di vista.
Perchè il Viadotto Morandi e le sue vicende non sono altro che il perfetto specchio d’Italia, dal 1861.

 

Io odio i matrimoni

Io odio i matrimoni. Mi fanno assittare in pizzo assai.
Non parlo dell’istituzione. Quella mi sembra più che legittima se non altro dal punto di vista legale e sociale.
Parlo delle cerimonie. E per diverse ragioni.

La prima: poi tanto si separano.
Orbene ammettetelo, quante volte siete andati ad una cerimonia letteralmente bardate come i cavalli per una parata convinte, anzi direi convintissime, che il legame sarebbe durato da Natale a Santo Stefano? A prescindere poi sappiamo che la fatica organizzativa sarà vanificata nella metà dei casi, secondo statistica.

La seconda. Il regalo.
Ma che cazzo. Voi vi sposate. Voi sarete felici. Voi vorrete festeggiare. E devo pure pagare?

La terza: il vestito
E’ un problema. Sempre. Il costo, lo stile, in dipendenza dai posti in cui si andrà e dal trend degli altri invitati e, naturalmente, dal fatto che nessuna donna vorrebbe riciclare l’abito elegante. Quindi è sempre un danno che si aggiunge alla beffa (del regalo ovviamente)

La quarta: i tacchi.
No, no e poi no! I tacchi non li porto e non voglio portarli. Tranne ai matrimoni. Lì mi sento costretta da obblighi morali, quasi dalla pubblica decenza. E vi odio per questo. A sera – perchè più le scarpe sono alte maggiore è il numero di ore necessarie da starci su – non ho più le dita e le piante dei piedi. Siete da denuncia.

La quinta: il clima. Troppo caldo. E vi sposate tutti d’estate. Che è Febbraio vi fa schifo?
Viste le gran rotture almeno maritatevi quando si possono aggiungere vestiti addosso. Oltre la nudità, all’aperto, con le zanzare, l’umidità e il sushi di benvenuto accompagnato dai cockatil aperitivo, proprio non possiamo andare.

La sesta: è un rebus geografico.
E’ sempre distante. Da casa tua. Da casa loro. E tra la chiesa e il luogo del rinfresco ci vogliono le ORE. Sempre che questi luoghi si trovino. Gogle maps spesso smentisce e ti indica trazzere chiuse o che sbucano sul nulla.
E vogliamo mettere le meravigliose salite transitabili solo a piedi?

La settima: il wedding sola.
Si tratta di quello che ti aspetti in grande stile, per cui ti azzizzi tutta super wow, tacco 12. E poi ti trovi all’agriturismo dello zio Peppe. Con i ciottoli e la terra, sui sandali gioiello. E naturalmente il riso al pesto.

Insomma, chetatevi.
Non vi sposate. O se lo fate. Non invitatemi.

di Azzurra La Fata

Negazionisti fantastici e dove trovarli

L’EPISODICO: “si è trattato di un caso isolato”. Lo dicevano anche della mafia. I mafiosi.

Il RELATIVISTA: “è un reato come gli altri, perché dovrebbe essere più grave?”. Perché lo dice la legge, non belzebù e nemmeno i comunisti: aggravante per motivi razziali. Il motivo storico nemmeno vale la pena di citarlo.

Il BENALTRISTA: “ci sono ben altri problemi in Italia, perché ci occupiamo solo di questo?”. Di solito chi lo afferma non si occupa nemmeno degli altri problemi, a meno che non lo riguardino. Ma la cosa divertente dei razzisti è che, a differenza degli altri criminali comuni, tendono ad organizzarsi e a fare squadra, fondare partiti, governare. Di solito non finisce bene.

Lo SCIENTIFICO: “non puoi dimostrarmi il legame tra quello che dice Salvini e questi episodi”. E tu saresti chiamato a sfoderare statistiche criminologiche e giudiziarie, grafici e altro. Poi guardi la sua bacheca dove scrive che tutti gli immigrati sono delinquenti e l’omosessualità è innaturale e ti accontenti del dato percettivo: “guarda, non ho le prove, ma secondo me poco poco scemo lo sei”.

Il SERENISSIMO: “non so, non sono problemi miei, è roba lontana”. Niente da fare, tocca lavorare pure per loro.

Il COSPIRATORE: “questo fenomeno è sempre esistito ma purtroppo se ne parla solo adesso”. Si riferisce a sé stesso e alla visibilità che Facebook gli ha dato.

Il FILOSOFO: “è un problema ben più grave, non puoi ridurlo all’indignazione e basta”. E tu te lo immagini chino a studiare libri sul tema, pronto a illuminarti. E invece niente.

Il COLPEVOLISTA: “la colpa è della vittima/dell’immigrazione incontrollata/del PD”. Dello stronzo che ha sparato, offeso, ingiuriato, mai.

Il MA-ISTA: “è stato razzismo, ma…” una variante additiva di quelli sopra. Fa finta di riconoscere il fenomeno ma in fondo non lo fa: si sa infatti che nelle regole della lingua conta quello che viene dopo la virgola, non quello che viene prima.
(Simone Samuele Rizza).

A Giada. Ovunque sia andata.

È dì qualche giorno fa la morte suicida di Giada, studentessa dell’università di Napoli, in scienze naturali, che inevitabilmente ha catturato la mia attenzione, per un’infinità di motivi che proverò a spiegare. Di Giada sappiamo poco. Niente, mi viene da dire. Non sappiamo cosa realmente provasse-pensasse-sognasse-e benché meno perché abbia effettivamente deciso di farla finita. Dai giornali apprendiamo che avesse mentito su tutta la carriera universitaria. Così, è nel giorno della non-laurea, senza discutere, in silenzio, che sceglie di lanciarsi dal terrazzo della facoltà.
Ed è sempre dalla stampa che sappiamo che Giada avesse due genitori. Un fratello. Un fidanzato e tanti parenti arrivati a Napoli proprio per assistere alla sua presunta discussione.
Giada non è la prima, ma vorrei che fosse l’ultima. Ed allora, se potessi parlare con Giada le racconterei di quella volta in cui al liceo, in maniera totalmente impunita, dissi alla mia professoressa di filosofia ‘Non è una laurea che fa di lei una buona insegnante’. Inutile dire che la faccenda mi costò una punizione, in qualche modo, sproporzionata -da parte di mamma, che mi ha insegnato il rispetto, e, quindi anche il rispetto dei ruoli, che io avevo travalicato. Ma nonostante tutto, non ho mai smesso di sostenere il mio pensiero.

Badate bene, credo che sia necessario avere delle competenze ,ed, ancora di più, acquisirle tramite uno studio costante ed approfondito, se e quando, però, decidiamo di inserirci nel mondo del lavoro et simili. Ma una laurea non è la nostra carta d’identità. E non deve esserlo.

Sono all’ultima materia del mio luuuungo corso di laurea, a volte difficile piano di studi, e so di aver risposto più volte alla domanda ‘E la laurea?’ anziché ad un sincero ‘Ross. Come stai?’.
Non conosco le ragioni per cui sussista questo anomalo attaccamento morboso alla mia carriera universitaria, e poco mi importa. Ma conosco a menadito l’ansia presame, la paura di non farcela. Perché si sa l’esame è anche sempre un po’ di culo!

Io, però, ho avuto la fortuna di condividere ‘gioie e dolore’ e con Rachele, mia collega-coinquilina e con la mia famiglia, sempre pronti a supportarmi e sopportare me e tutte le mie lacrime. Uuh, quante ne ho versate. A mo’ quasi di rito propiziatorio.

I genitori, i miei, quelli di Giada, i vostri, radici e pilastri portanti della vita di ogni figlio-a, che mai vorremmo deludere. E sono certa che neppure Giada avrebbe mai voluto. Al punto tale da preferire di lasciarsi morire, che sopportare la delusione-sofferenza negli occhi di chi le ha sempre voluto bene, e che lei, invece, aveva ingannato.

Questa storia, quindi, ci insegna che condividere non è facile, ma necessario. Talvolta. Che un ‘Come stai?’ non ci salverà la vita, ma fa un sacco bene. Che le scelte che facciamo non sono irrevocabili. Che si può cambiare idea. E che il ‘cambio variabile’ non è necessariamente un fuori strada, ma a volte, può esser la strada giusta.

A Giada, ovunque sia andata.

Di Rossana Campaniolo

Il mondo dietro una maschera gialla!

Quando siedo in casa Assittata, è difficile trovare qualcosa che mi trattenga dal riflettere a lungo e sfogare i miei pensieri su fogli di pixel bianchi.
Tra queste pareti volano pensieri e accuse, disgusti e complimenti di ogni tipo, consigli e pratiche vanità davanti allo specchio.

Parliamo di noi stessi, degli altri, dei luoghi che abbiamo visto e quelli che non vorremo più vedere, della realtà che ci circonda e di quella che creiamo noi per stare bene.

Oggi farò una cosa che non era successa prima su questi sfondi: vi parlerò di un esperimento sociale che ho avviato tre mesi fa, in silenzio e nascosto agli occhi di tutti, e che ho chiuso non pochi giorni or sono.
Ho usato una “dating app” per la prima volta, e assieme a voi ne analizzerò le varie sfaccettature, che hanno portato una persona tranquilla come me all’esasperazione e al più profondo orrore.

La realtà delle “dating app” esiste e si fa sentire, nonostante la gente tenda a tenerle nascoste e vergognarsene, non parlandone mai con amici o familiari e arrossendo quando se ne menziona anche solo il nome.
Si finge di non conoscerle o non ricordarne il marchio, e quando di fronte ad una determinata persona X viene posta la domanda: “Ma come l’hai conosciut*?” si tende ad inventare una storia del tutto nuova, o dare la colpa al più comune Facebook.
Eppure ho provato per la prima volta Grindr, un’applicazione d’incontri tra omosessuali, e non ne ho provato alcuna vergogna. Sarà perché non ho mai dato un peso concreto ad uno strumento simile, sarà perché son sempre stato schietto e sincero in ogni cosa della mia vita, ma non vedevo il motivo di così tanto imbarazzo.

E così, davanti ai vostri occhi, apro l’applicazione e ve ne descrivo i meccanismi, vissuti giorno dopo giorno per quasi tre mesi interi.
Clicchiamo sull’icona con la maschera gialla, che ormai vedo contro le palpebre ogni volta che chiudo gli occhi inorridito. Sulla home, sentiamo già che qualcosa puzza di marcio: volti, petti scoperti, sederi nascosti sotto ai jeans, profili senza immagine. Sono ovunque e si delineano poco a poco mentre scorriamo la lunga lista di contatti che, per fortuna, si ferma senza dare l’occasione di vedere altro.
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma non lasciatevi ingannare, perché nei prossimi punti vi elencherò cosa non va con un’applicazione che ormai è ritenuta qualcosa di fondamentale nella vita di quasi ogni omosessuale, considerata uno strumento necessario per “trovare qualcuno o riconoscere chi è cosa intorno a noi”.

1) HIGH SCHOOL NEVER ENDS
Così cantavano i “Bowling for Soup” e così va, più o meno, il magico mondo su sfondo nero di Grindr. Sembra di essere tornati tra i corridoi di un comune liceo americano, quelli stereotipati che vediamo sugli schermi quando seguiamo una banale serie televisiva o un film comico. L’unica differenza è che Grindr è la realtà, ed è una di quelle realtà fatta di gerarchie e scale sociali.

Abbiamo l’utente più famoso, che è normalmente il più bello e quello con i pettorali sempre in mostra, che ha la chat intasata di messaggi e “tap”, una sorta di adesivo che ci si invia l’un l’altro per dire: “Ehi, sono qua e ti trovo carino/scopabile, calcolami e andiamo!”
Lui comanda tutto e tutti, è conosciuto in lungo e in largo, e quando lo rifiuti o ti metti nei casini con lui sei automaticamente segnato. Puoi contare i tuoi giorni, perché dirà ai suoi amici in palestra o a chiunque sarà la sua prossima vittima che “c’è questa troia pazza che se la tira, ma non vale niente”. Vi stupite di come vadano le cose?

Maddai, è semplice gerarchia, forza!

In netto contrasto con questo tipo di utente, abbiamo gli sfigatelli, che poi sono le persone più comuni e discrete, quelle che preferiscono stare sulla loro e parlare con pochi utenti, fidandosi di ancor meno gente. Ovviamente passano in sordina e non avranno mai un’occasione da parte di nessuno, anzi se possibile saranno le prede più facili da ingannare, quelle a cui dirai qualsiasi cosa pur di aggiungere un’altra tacca alla tua cintura penosa di conquiste.
I poveri sfigatelli, che tanto sfigati poi non sono, sono i tipici utenti che preferiscono entrare su Grindr una volta ogni cento anni, pur di conservare la loro dignità ed evitare l’ennesima presa in giro da chi, su quello sfondo nero, fa da padrone e gioca con le carte più sporche che ci possano essere.

In fondo alla scala sociale abbiamo gli utenti più grandi, quelli che vanno dai quarant’anni a salire. Un po’ come i contadini nel medioevo, questi utenti vengono usati al momento del bisogno, per racimolare un po’ di soldi con del disgustoso sesso a pagamento o quando finiscono le scorte di utenti da manipolare.

In mancanza di carne fresca, va sempre bene tappare qualsiasi buco capiti a tiro, soprattutto nelle ore notturne e nelle fasi più improbabili della giornata, nei luoghi più sudici che sanno di trasgressione.
Siete perplessi? Eppure questo è il meccanismo base. Andiamo avanti.

2) VENDESI AL MIGLIOR OFFERENTE
Questo è un altro dei tasselli fondamentali delle regole non scritte che caratterizzano Grindr. In fondo, non è un caso che chiunque stia su quell’applicazione si lamenti di essere trattato come “carne da macello”, salvo poi comportarsi come se fosse peggio che un prodotto in vendita e pronto per essere concesso a tutti.

Eppure, applicazioni come Grindr non sono altro che una vetrina linda e pinta, in cui gli utenti si mettono in mostra provando a dare il meglio di sé, così da farsi comprare dal miglior acquirente nei dintorni.

Il kit del perfetto maiale al macello include:
– una foto profilo, che l’utente medio preferisce perfetta e impeccabile, possibilmente col fisico in mostra così da poter far capire agli altri che ne varrà la pena;
– una descrizione non troppo dettagliata, ma possibilmente interessante, così da ingannare anche le menti più innocenti e spingerle ad entrare in contatto con l’utente in questione;
– informazioni base come l’altezza e il peso, le preferenze sessuali e la cerchia a cui si appartiene, per delimitare il campo pur restando aperti a chiunque;
– extra come il profilo Instagram o Facebook, giusto per mantenersi social e alzare il numero di seguaci da tutto il mondo.

Con tutto il materiale a disposizione, l’utente medio può entrare senza problemi nel magico mondo di Grindr, e verrà quasi subito attaccato e bombardato di messaggi, finché il suo profilo non “passerà di moda” e sparirà tra il resto dei prodotti.
Curioso, vero? Sembra proprio di stare al supermercato. Eppure, tutto questo è ancora niente.

3) MAMMA, HO PAURA DELL’UOMO VERO
Se i primi due punti ho avuto modo di analizzarli da lontano, quest’ultimo ha purtroppo coinvolto anche me in prima persona, contro la mia volontà. Sembrerebbe un brutto vizio degli utenti di Grindr, ma io ritengo che sia soltanto una più comune paura, quella di trovare dietro la foto profilo una persona vera.

E con “vera” intendo una persona in carne ed ossa, con un cuore ed una mente, con una bocca per parlare, con un paio di occhi più o meno profondi per guardare e analizzare la situazione, con delle mani che possano stare al gioco o rifiutarlo di colpo.

Ma soprattutto, sembrerebbe che gli utenti di Grindr abbiano paura di trovare una persona che sia totalmente Umana, e non soltanto una bambola gonfiabile con cui parlare del nulla finché non si arriva al dunque, solitamente consumato sul letto di una stanza stretta o su una macchina al freddo di un parcheggio qualunque.

C’è qualcosa che gli utenti su Grindr notano in un’altra persona, ad un certo punto, ed è la stessa identica cosa che li spinge a sparire dopo la prima sera. Credo stia tutto negli occhi o nei dialoghi, quando si fanno troppo insistenti o presenti, quando si parla troppo e di troppe cose. È come se, con i dialoghi, si varcasse una soglia che rovina il rapporto sessuale consumatosi successivamente, spingendo uno dei due a tagliare i ponti sparendo nel nulla.
Da qui nasce il più comune “incontro-da-una-botta-e-via”, quello più semplice in cui non ci si conosce e non si parla più di tanto, se non limitandosi alle domande più educate tra “come va” e “che hai fatto oggi”. Niente che possa effettivamente cogliere l’interesse dell’altra persona.

C’è tanta paura tra gli utenti di Grindr, che può andare dalla paura di accettare il fatto di aver conosciuto un altro essere umano, alla paura di aver conosciuto effettivamente un uomo. Quest’ultima è una cosa che molti, anche su Grindr stesso, faticano ad accettare ritenendola inconsciamente contro natura e rifiutando qualsiasi tipo di legame affettivo con una creatura dello stesso sesso.
È triste, e penso che a questo punto vogliate fermare quest’analisi, troppo sconvolti da come funziona questo mondo nascosto nelle tasche dei jeans di milioni di persone al mondo.
Potrebbe mai essere peggio di così? Risposta ormai ovvia: sì.

4) IL PESO DI UN LEGAME
Confesso: questo è il punto che mi urta di più, ossia la costante paura che gli utenti di Grindr hanno di legarsi ad un’altra persona, nel modo più dolce e tenero possibile. Frequentando un’applicazione del genere, vi rendereste
conto che c’è una sorta di odio profondo, quasi malato, anche solo al sentir nominare la parola “relazione”.
E quando arriverete ai famosissimi “profili di coppia”, vi accorgerete che è lì che sta il problema di fondo: nessun utente di Grindr sarà mai disposto a rinunciare alla propria libertà sessuale, in cambio di qualcosa di stabile che potrebbe sfociare nella monotonia. È molto più facile trovare la novità in un corpo nuovo, e per questo nessuno vorrà mai legarsi troppo ad una persona.

La stessa cosa accade nella più comune frequentazione: due persone escono assieme per una settimana o due, magari arrivano anche ad uscire assieme per un mese, ma uno dei due manterrà sempre i contatti con chiunque gli capiti a tiro.
Questo è il perfetto esempio del fenomeno più tristemente diffuso su Grindr: la mancanza di rispetto e di sincerità, gli uni con gli altri, ma soprattutto verso sé stessi.
Non so quanto di tutto questo sia più o meno grave, ma purtroppo è un problema presente e credo che sia stato questo a spingermi a concludere in fretta il mio esperimento, per non andare ad incappare in qualcosa di ancor più grande e triste.

Sembra quasi che il mondo umano, a livello interiore, stia andando a rotoli e nessuno potrà mai farci niente. Le “dating app” sono una realtà insistente e, di questo passo, non tramonteranno mai.
Neanche in un futuro in cui si potrà stare tranquilli già solo essendo sé stessi in totale libertà.

Di Paolo Costa

LIBERO: Rispettare con Cura!

Guardo il mio riflesso allo specchio, ormai mio amico dopo anni di incomprensioni e rivalità, dopo aver postato una foto del mio addome scoperto su uno dei classici social ormai in voga negli ultimi anni.
L’immagine impressa sul vetro mi comunica che qualcosa non va: ho l’espressione corrucciata, anche se è passata soltanto un’ora dalla pubblicazione.
Sono preoccupato, a tratti agitato, ma il motivo di fondo è presente e si fa sentire.
Sono consapevole di cosa mi aspetta, so con certezza quale uragano sta arrivando, quale piaga umana si abbatterà su di me questa volta: l’etichetta, tanto semplice quanto disumana, tipica malattia della società.

Uomo, donna, grassa, magro, troppo alto, troppo basso, brutto, vecchio, troppo piccolo, troppo grande, etero, frocio, battona, maschiaccio, effeminato, secchione, sfaticato, santarellina, figlio di papà.

Nessuno è mai una Persona, nessuno è mai Umano.
Eppure siamo un sacco di cose messe assieme e non lo sappiamo neanche con certezza, dal momento che chiunque ci incontri per strada affida a noi un’etichetta nuova di zecca senza il nostro consenso. E poi in un giorno qualunque basta una semplice foto come quella di oggi per esporre gli altarini, da sempre coperti miseramente da belle facce e grandi sorrisi.

“Eppure il corpo ce l’hai”, “hai la faccia per certe cose”, “chissà quanti ne tieni sotto al letto”, “che cattivo ragazzo che sei”.

Educatamente ringrazio, perché apprezzo la fiducia che ripone certa gente in me, pensando che io abbia successo con gli uomini tanto quanto io ne abbia nella letteratura e nella traduzione. La fiducia, seppur sbagliata o in piccole dosi, è sempre da apprezzare di questi tempi, per cui chino la testa e sorrido. “Che ingenui”, penso tra me e me allontanandomi.

Quanto può essere facile considerare una persona promiscua, quando questa ha la semplice sicurezza in sé che gli permette di poter sfoggiare una parte del proprio corpo, senza scadere nel volgare o nel provocante?
Quanto può dar fastidio, agli occhi degli insicuri, vedere un uomo o una donna vivere liberamente la propria sessualità, con il giusto rispetto verso il proprio corpo e con la giusta attenzione, data anche dal potere di scegliere con chi andare e chi evitare? Quanto bisogna tirare la questione per le lunghe, prima di capire che ci sono etichette che pesano e marchiano la pelle delle persone, quasi come fossero lebbrosi?

Basta una parola sbagliata alla persona giusta, o la parola giusta alla persona sbagliata, e ci si vede privati della libertà di girare in città senza sentirsi additati e percepire i bisbigli della popolazione pseudo-pudica, che si lascia cadere dalle labbra sporcaccione commenti indecenti come: “che troia, un ragazzo del genere sarà un maniaco, un maiale”.

Eppure le etichette sono come le scarpe: tutti ne abbiamo un paio e spesso sono scomode, si rovinano o soffocano il piede. Cosa serve a capire che non bisogna mai scambiare la libertà di vivere con qualcosa di inutile come un’etichetta? Perché porre dei limiti alla società? Perché si sente il bisogno di raggruppare chiunque sotto una determinata categoria, che pesa tanto quanto il far girare una voce sbagliata o un commento di troppo, che spesso viene frainteso?

Io non me lo spiego e intanto medito, nella speranza che un giorno la gente possa capire quanto sia sbagliato il diffondersi di questa vera e propria peste dell’anima e della mente.
Controllo il mio telefono un’ultima volta e ignoro i messaggi sporcaccioni di chi sente il dovere di prendersi la libertà di avanzare certe proposte, come se fossi disposto ad andare con chiunque solo perché “troppo espansivo” ai loro occhi maliziosi.

Il mio riflesso mi sorride adesso ed io gli parlo. Confesso, è vero che ho tante etichette addosso, ma forse l’unica che affiderei a me stesso è quella con su scritto a caratteri cubitali: “LIBERO”.
Così come sono libero di scegliere chi rifiutare e chi frequentare, perché amo me stesso e ho un rispetto enorme per la persona che sono.

Ed io mi amo così tanto da permettermi di mostrare il mio addome e andarne fiero senza rimpianti.

Nata e cresciuta a Trapani. Con Trapani.

Sono nata e cresciuta a Trapani. Ed una volta raggiunta la maggior età ho scelto di restare. Quindi, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e ho frequentato a Trapani, polo distaccato. Questo mi ha dato l’opportunità di vivere la cittá quotidianamente, a tutto tondo. E cosi, ho avuto modo di constatarne la sua evoluzione.

Ho ricordi, risalenti a più di un decennio fa, di un centro storico cittadino assopito. Più precisamente, abbandonato. Saracinesche di negozi abbasate per sempre. E strade ricche di arte e cultura desolate.
Oggi, invece, è proprio un piccolo fiore all’occhiello. Almeno per me. E non solo, lo so. Poi io mi ci perdo, alla ricerca della mia casa ideale, dalla quale studiare e conoscere la storia che si racchiude nella parte più antica della città.

Le luci dei negozi restano accese fino a tarda sera, e la gentii pullula. In estate, poi i turisti raddoppiano le presenze. Questo è quello, almeno, che è accaduto fino a qualche mese fa.

Da domani, invece? Che ne sará di Trapani? Il rischio è, già temuto mesi fa a causa di un ballottaggio elettorale inusuale con un solo candidato conclusosi con il commissariamento del comune, quello di una regressione del territorio. Sotto ogni profilo. Infatti, è notizia dell’ultime ore la scelta amministrativa, del commissario in carica, di non aderire all’accordo co-marketing. Dal quale deriverà un danno incommensurabile per il turismo, attività principe del territorio. È sicuramente indiscusso l’indotto economico apportato dal vettore Raynair in città e provincia. Ma tale scelta, danneggia anche un apporto di tipo lavorativo a 360 gradi. La campagnia area, oggi esclusa, ha condotto luminari della medicina – emeriti relatori specializzati sulle più disparate tematiche. Insomma, è un bagaglio cosi enorme che la Città, noi cittadini non possiamo permetterci di perdere.

Lamentarsi sono certa non serva, ma alzarsi quantomeno dal divano ed iniziare a far ascoltar le proprie ragioni, se non sufficienti quanto meno necessarie, ritengo possa esser un punto di partenza. O ri-partenza.

Di Rossana Campaniolo

Regali e assittamenti in pizzo

Lo so che non è educato reagire male in determinate circostanze, ma una delle evenienze che mi fa assittare in pizzo maggiormente è quella di ricevere un regalo, di compleanno o natalizio, completamente distonico con la mia personalità.
IMG_20170704_141718
Badiamo bene, non mi interessa se sia riciclato o meno, ma quanto sia effettivamente adatto a me.
In realtà non so come la pensino gli altri ma sono essenzialmente due i fattori che mi fanno pensare che un interlocutore possa avere un minimo di attenzione nei miei riguardi: alle brevi, quando ci si conosce da poco, ricordarsi bene la connessione tra la mia faccia ed il mio nome di battesimo, a lungo andare l’impressione di avere carpito in qualche modo i miei gusti in generale.
Ieri ho investito due ore del mio pomeriggio ad acquistare un dono di per una mia cara amica.
Non sono certa che sia quello giusto. Tuttavia sono sicura che lei rivedrà nell’oggetto che le porterò un poco di se stessa per alcune caratteristiche.
Capirà che ho fatto qualcosa in più che pensarla.
Comprenderà che provato, nel mio microscopico, a darle una piccolissima felicità e il suo ricordo nel tempo che passa.
Ecco questo dovrebbe essere un dono: una dichiarazione di quella considerazione che ti fa capire che chi ti ha preparato il regalo un po’ di bene te lo vuole.

La polizza la fa e la riceve chi ama

Partiamo dal presupposto che della storia delle polizze mi interessa abbastanza poco. Se fosse falsa sarebbe uno dei tanti teatrini strumentali intorno alla Raggi, se fosse vera, costituirebbe l’ennesimo episodio di malaffare di un partito in Italia, un paese il cui problema principale, non dimentichiamocelo mai, è e resta la corruzione, con tutto il suo portato culturale.

Posto che bisognerebbe capire più che altro come mai Romeo  vada in giro ad accendere assicurazioni in favore di Tizia, Caia e Sempronia, ma tant’è, questa notizia mi ha fatto venire in mente un episodio del passato. Una delle dimostrazioni di amore più disinteressato mai ricevute.

Mia nipote, al tempo dell’aneddoto bambina, oggi giovane donna, è sempre stata una grandissima fan del danaro.
Non ha mai perso un’opportunità per battere cassa, per intenderci. E nessuno di noi può tuttora sfuggirle se lei ha deciso che qualcuno in famiglia, con particolare riferimento a sua madre, deve erogare.
In quel tempo, possedevo alcune sostanze ereditate dai miei genitori – oggi andate bellamente in fumo –  che mi permettevano di operare qualche investimento.
Mi proposero di attivare una polizza assicurativa sulla vita.
Potevo avere 22 o 23 anni. Sebbene giovane  e soprattutto molto inesperta avevo compreso che lasciare dei soldi a marcire, senza movimentarli, non avrebbe giovato a nessuno. Così accettai.

polizza
Dovevo individuare un beneficiario, e così pensai proprio a questa nipotina, secondogenita di una delle mie sorelle, una dei tre bambini di casa: gli altri due, primi nati, avrebbero avuto forse più possibilità di lei, un benefit avrebbe potuto farle comodo negli anni a venire. Pertanto mi decisi e indicai il suo nome, con tanto di commozione della funzionaria della banca: in caso di mia prematura scomparsa lei avrebbe intascato.

Passati un paio di anni, diventata lei più grandicella, decisi di informarla.
Ebbe una reazione di netto rifiuto: “Io non voglio dei soldi pevchè tu muovi”, e mi lasciò là, piacevolmente sorpresa: “Mi ama” pensai.
Di quel tesoretto nulla è più rimasto, a causa della crisi.
Anzi fu una delle prime linee di risparmio della mia vita ad andare in fumo, con sua grande soddisfazione.

Tuttavia la morale del ricordo è chiara. Ama chi la polizza la fa. Ama chi la polizza la riceve.

Ovviamente si fa per celia…

Copyright © 2018 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.