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Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

Otorinolaringoiatra

Mia zia è sempre stata un po’ fessa e da bambina mi ha trattata con i guanti, quindi non si sognava nemmeno lontanamente di rincorrermi attorno al tavolo.
Un po’ perchè la grave perdita che avevo subìto faceva che mi percepisse delicata, un po’ perchè sono sempre stata la sua bella gioia.
Benchè di tanto in tanto, per educarmi, dovesse correggermi, riprendermi e rimproverarmi non capitò mai che ricorresse a chissà quali punizioni.

Solo una volta mi diede uno schiaffo. Avevo trent’anni suonati.

La zia sotto al tavolo mi faceva pat pat sulla coscia. Per vostra informazione <3

Dovete sapere che lei aveva sempre sofferto di una parafasia periodica e occasionale derivante da alcuni episodi di natura epilettica occorsi nella sua prima adolescenza.
Per farvi un esempio, tra la mia quarta e la mia quinta elementare non riusciva a dire la parola “estate”, le usciva “està”. E non c’era verso di farle completare il fonema finale.
Questo implicava che tutte le volte che lei diceva “està” partiva di regola un coro di “teeeeeeee”, mio e delle mie sorelle.

La prendevamo in giro in base al momento.
Una burla continua era però legata alla parola “otorinolaringoiatra”.
Un vero scioglilingua impossibile per lei che, per tutta la vita, parafrasò  il termine con l’espressione estesa “dottore orecchio, naso e gola”.

E fu così che un pomeriggio di una dozzina di anni fa, tutta la mia famiglia al completo, sorelle e nipoti già grandicelli inclusi , si trovò intorno ad un tavolo di te e biscotti ed iniziò il  solito balletto.
“Non ci sento tanto bene, devo andare dall’orecchionasoegola”
“Zia, otorinolaringoiatra”
“Perchè orecchionasoegola non ti piace, che cambia?”
“Perchè si dice otorinolaringoiatra”
“E’ lo stesso, basta che si capisce, amunì Liliana sei una camurrìa”
“Zia, ma allora scusa, tu ginecologo, come lo dici?”

Non ebbi il tempo di finire la frase che mi aveva stampato le cinque dita in faccia.
Tra il mio sbigottimento e la risata generale sentenziò: “Accussì t’insigni vastasa ca un si autru”*
Perchè con lei non si era mai cresciuti definitivamente.

 

*Così impari, maleducata.

Assemblea della Notte e delle Stelle

Torno su queste sponde per parlare e viaggiare in lungo e in largo, cullato dalla sicurezza che mi farà bene, perché la casa di Assittata è un posto terapeutico per la mia anima rattoppata. Ma questa volta non la farò breve, e trascinerò chiunque lo voglia in un circolo vizioso.

Ebbene, va così: ogni sera resto seduto sul balcone per almeno un’ora o due, col naso all’insù e gli occhi fissi su una vasta tela blu scuro puntinata da luci che sogno continuamente di toccare con mano.
Il silenzio che mi circonda e il buio che si riflette un po’ ovunque, con quel suo fare intrusivo, mi spingono a riflettere. È come se tutta questa oscurità strisciasse con fare viscido e attento nella mia mente, prendendo per mano un filo sottile che mi conduce tra ricordi e riflessioni, su eventi passanti e sul latte ormai versato da tempo, o sul latte che fui costretto a mandar giù mal volentieri.

Sfido la notte a danzare con me guardandomi negli occhi, asciugandomi le lacrime con i suoi spifferi gelidi e conducendomi tra le nebbie più fitte della mente. Il tempo scorre senza farsi sentire, anche quando mi si accappona la pelle scossa da brividi di freddo, un chiaro segnale per dirmi che è il momento di rientrare e mettermi a letto. Non lo faccio, ovviamente. Mi perdo tra le mille strade dei momenti che mi piacciono meno, ma su cui rifletto molto.

Quindici anni, l’età in cui l’amore si fa vivo per la prima volta con quell’idea un po’ stupida del farsi belli per qualcun altro, così da convincerlo che siamo degni di essere amati e guardati e desiderati. L’età in cui amiamo chiunque, ci innamoriamo e piangiamo, ma non lo facciamo mai con e per noi stessi. Ci affidiamo agli occhi degli altri per trovare un senso a qualcosa che, sin dal principio e fino alla fine, sarà nostro. Il corpo, la mente, il rispetto, la dignità. Quante cose cadono davanti al primo amore? Quante cose vengono messe da parte, anche quando permettiamo a qualcuno di colpirci ripetutamente urlandoci contro e infamandoci, trasformandoci in nullità vaganti che non potranno mai riscattarsi perché convinte del fatto che sia quello il giusto modo di amare? Che siano quelli gli unici occhi che ci abbiano mai visto davvero? Quante volte ci nascondiamo dietro la porta di un bagno, convinti che è solo un momento di rabbia e che passerà donando semplicemente il proprio corpo all’altra persona, per compiacerla e farle capire che siamo lì, sempre e comunque, sottomessi come mai prima d’ora?

Sedici anni, isolati e distanti dagli amici, con gli occhi coperti da quello spesso velo chiamato “amore”. È già passato un anno, il freddo inverno è andato via e si ritorna all’estate, a quella casa sul mare isolati da tutti e quelle serate casuali in cui si parla e si gioca a fare l’amore, ancora troppo piccoli e ingenui per capire cosa fosse davvero. Rassegnati forse all’idea che è una vita giusta, quella in cui si litiga e ci si urla contro, sentendosi ripetere: «Se fossi lì ti darei due schiaffi».

Diciassette anni, l’idea che forse potremo salvare la persona che ci sta accanto, che forse ci ama o forse no. Allunga le mani verso qualcun altro, lo provoca e lo stuzzica, ma ti consoli all’idea che ogni sera torna da te. Per te è amore, per te è sincero, per te sarai sempre l’unica luce dei suoi occhi nonostante tutto, nonostante il fatto che per lui sei “poco interessante” e “poco stimolante”. Torni a quando avevi quindici anni e ti fai bello, con quei pantaloni attillati, con l’atteggiamento un po’ sbarazzino per provocarlo e risvegliarlo, per fargli vivere qualcosa che non c’è mai stato.
Te ne renderai conto a vent’anni, quando sarai lontano da lui ormai da due anni, col tuo riflesso allo specchio a gridarti che sei patetico per aver rovinato la vita ad altre persone, ancora troppo spaventate per guardare i tuoi occhi tristi, quelli che hanno sempre evitato perché troppo pieni di ricordi.

E mentre la notte rispecchia il tuo stato d’animo, alzando una bufera di vento ostile che scuote le fronde degli alberi che hai davanti al balcone, pensi e ripensi a cos’è andato storto. Come ti sei sentito, quando non capivi e ti convincevi delle cose sbagliate, solo perché i libri che leggevi ti dicevano che poteva andare meglio e che avresti vinto qualsiasi battaglia per amore?
Come ti senti, adesso che ne parli liberamente, con la consapevolezza che gli uomini si spaventano terribilmente se messi di fronte a realtà così dure? Consapevole del fatto che ti vedranno sempre come una vittima, come un possibile nemico, sempre ostile verso gli uomini e con problemi mentali, tra ansie e paure? Come pensi di poter andare avanti a conoscere qualcuno, quando li vedi approfittare della situazione e sparire, perché sei troppo complicato da capire e frequentare?
La notte ti guarda e sai benissimo come ti senti, di fronte a pesi così grandi. Sei solo ed hai paura, tremi un po’ ed hai le mani fredde, con nessun posto in cui scaldarle se non tra le tue stesse gambe. Ridi e rifletti, capisci che è questo che sarà, perché gli uomini hanno paura e tremano tanto quanto te, ma tu hai passato di peggio e l’hai passato da solo. Guardi ogni singola stella e ti senti più forte, perché dopotutto cadiamo tutti ma torniamo a splendere, stiamo sempre in piedi e il mondo non si ferma per noi. Perché non provare a splendere, allora?

Il buio è uno spettacolo pazzesco, per chi lo sa vivere pienamente.
Tiri un sospiro di sollievo ed esci dal tunnel di pensieri e ricordi. In bocca un sapore amaro, dovuto alla piena consapevolezza che sei vicino alla realtà, al capire che non hai bisogno di nessun altro per stare bene e vivere a testa alta. Non hai bisogno di coccole, di sentirti dire che sei bello, che qualcun altro ti proteggerà, che “io non sono così” e “io non lo farei mai ad uno come te”.

Non hai bisogno di andare alla ricerca di qualcuno che non abbia paura di quello che sei, perché ti guarderai allo specchio e non ti sentirai più patetico né in colpa per quello che è successo. Ti sentirai già in salvo, al sicuro dai tuoi quindici e sedici anni, al sicuro da chi si allontana dai tuoi occhi tristi.
Il vento attorno a te si fa più forte, spingendoti a prenderlo come una metafora: sono passati gli anni, sei sempre più grande, e sarai sempre più forte di ciò che credi.

Le ore son trascorse ormai e il freddo ti penetra nelle ossa, ma sei finalmente soddisfatto, perché hai pianto e singhiozzato e ti sei fatto forza da solo, stringendoti da solo e riscaldandoti da solo. Sai che ci saranno notti difficili e giornate pesanti, ma ricordi i tuoi quindici anni, ricordi i tuoi diciassette e ti guardi adesso che ti avvicini ai ventuno.
La notte non fa più così paura, il freddo non è più fastidioso, la pelle che si accappona ti ricorda che sei ancora vivo e ti lascia un messaggio fondamentale.
La vita è tua e non la regalerai più a nessuno.
Torni in camera e ti chiudi la finestra alle spalle. Il mondo fuori trema e si scuote al vento, ma tu sei ben saldo sui tuoi piedi e cammini da solo, seppur in ciabatte e col pigiama. Sai che è pur sempre un buon inizio.

TRENTA GIORNI DI OCCHI CIELO -CHIUSI

“Non è stato un sogno!” -Continuo a ripetermi.

“Voi l’avete visto? È stato reale?” -chiedo a due delle mie amiche. E le fisso.
Una abbassa lo sguardo e si rattrista -sempre un pò, quando pongo interrogativi simili. L’altra si incazza ed inveisce contro.
Le Mau, simili ma diverse, continuano a sostenermi.

 

Io mi sento infettata di tristezza, invece.
E la sensazione di poter infettare chi mi circonda mi fa desistere. Da qualunque cosa.

Resto a casa. Immobile.

Ho comprato un anello, in questi giorni. È marte -il pianeta. Perchè è lì che sono stata, e del resto vorrei tornarci. Oppure no. Non lo so. Anzi si, non voglio ritornarci.

Ero – e lo sono tutt’ora – una Penolope moderna in attesa del suo marziano intelligente, quando mi sono ritrovata a tu per tu con un paio di occhi -cielo!, solo un pò più grandi dei miei.
Sono stati i primi cinque minuti di conversazione a convincermi:
“A quasi trentanni, deve trattarsi di persone comode per decidere di uscire, perchè le baratto con il divano di casa!” – ha affermato lui.
“Uuh..che meraviglia!” -ho esclamato io.

Ho sempre creduto che le persone siano delle porte, e che ogni incontro genera delle variabili che vale la gioia di vivere. Tanto più, se dall’altra parte, c’è un marziano. Poi se intelligente e bello, non può che far bene.

E noi, in effetti, ci siamo fatti bene – letteralmente.

Ci siamo intuiti, prima di raccontarci.
Ci siamo sorPresi.
Ci siamo inclusi. Che è quanto di più marziano possa esserci su questa terra: Scambiarsi gli odori – condividersi punti di visti, nuovi e diversi, in uno spazio e tempo che fino a poco prima si autodeterminavano in forma singolare, l’unica possibile e capace. Io prima di te.
Coniugarsi in Che facciamo? – Cosa mangiamo? – Dove andiamo? – Ci piace? -“Dobbiamo parlare”.
Cosi da non poter più realmente tornare indietro perchè qualcosa è accaduto. Accade sempre.

Tutto ciò comporta sicuramente dei rischi -lo so bene!- Ma questi ci sono sempre, che non vivere per paura di scottarsi alla fine non ti salva, comunque. Ed allo stesso tempo crea inevitabilmente delle responsabilità. Entrare ed accomodarsi nel divano della mia vita è un privilegio, quindi. E non perchè io sia una persona comoda. Anzi. Spesso sono pungente e brutale. Non ho timore ad affermare me stessa. Un pò naif ed un pò rottermeier. E quando mi fido, lo faccio consapevole che la delusione possa esser sempre a portata di un caffè. Caldo, versato addosso. Accidentalmente, oppure.
Insomma, ho impiegato tutti i miei anni per esser esattamente cosi come sono.
Chi mi conosce, o semplicemente legge, sa che io destrutturo ogni cosa. Arrivo fino al midollo; talvolta distruggendola. Ed a pensarci bene, io questo sogno, divenuto termine di paragone, devo cancellarlo. Per andare avanti. Per ricominciar-mi. Daccapo.

Non sono una scrittricescrittrice. Sono scrittriceblogger che si racconta. A volte imparo. Altre insegno -dicono.

Oggi questa è una lezione autodidatta!

Di Rossana Campaniolo

Avete “le amiche”? E io vi archivio!

Cari uomini, sappiatelo.
Quando vi sento dire “di solito esco con qualche amica” o cose simili, vi ho già archiviati nei materiali di risulta emotiva della mia vita. Peggio ancora se non lo dite ma vi vedo farlo in presa diretta o via social.

Perchè secondo me le eventualità, che non mi voglio trovare a gestire nè a contrastare, sono tre: siete gay, siete femminari, siete amiciari.

Se siete omosessuali, alzo gli occhi al cielo. Permettetemelo. Siete bellini e mi piacete magari, ma la vostra disposizione affettiva mi impedisce di concupirvi. Questa reazione assittata è un modo come un altro per farmene una ragione.

Se siete donnaioli, e le amiche vi servono all’uso – passatemi la crudezza linguistica – allora non investo su di voi nemmeno il nanosecondo necessario a sollevare le pupille.
Mi precipito subito ad anni luce di distanza mentale perchè siete degli insicuri cronici.  E le mie paturnie mi bastano ed avanzano da sole.  Impossibile per me decidere di caricarmi in collo pure quelle altrui, non ho la forza.
Siete la peste e io vi scanso.

Se siete amiciari,  cioè vi attorniate di tante confidenti con cui avete rapporti platonici, avete un problema che può essere reversibile, ma con grande impegno e convinzione.
Per risolverlo dovete partire dall’amissione della sua esistenza e dalla sua conoscenza.

Che vuol dire? Intanto individuatevi.
Se avete molte amiche con cui ruotate le uscite e che di tanto in tanto accorpate in sottogruppi di due o tre spendendo serate, pomeriggi e in genere tempo libero, e siete dei single eterosessuali indefessi, fate parte di questa categoria.
Siete schermati, cioè.

Siete uomini con presenze storiche, stanziali nella vostra vita dai tempi del liceo o dell’università, vicine di casa, compaesane del periodo in cui eravate studenti fuori sede.
Sono lì da dieci o venti anni e, andando a ritroso nel tempo, non c’è stato capodanno, ferragosto, compleanno in cui almeno una di loro non vi fosse accanto. A tenervi la candelina.

E’ così? Perfetto!

Sappiate che queste donne, da voi inconsciamente indirizzate, stanno sopperendo a tutti i bisogni di affettività femminile di cui potreste sentire la necessità.
Sappiate però che in contemporanea vi stanno privando del sesso, e soprattutto dell’amore, quello rovente intendo, che potreste avere con qualcun altra se non ci fossero sempre loro, lì, a tenervi il cuore nello scaldavivande.
Sappiate che vi siete condannati alla tiepidezza sentimentale, alla negazione perenne del fuoco della passione perchè non avete predisposto uno spazio nella vostra anima da colmare di gioia.
Sappiate che state facendo tutto da soli.

Forse pensate che questo potrà tenervi al sicuro dalle scottature.
E’ falso perchè verrà per forza un giorno in cui dovrete rinunciare a chi vi farà girare la testa, e possibilmente tutto il resto del corpo. E’ la vita.

Accadrà, di tanto in tanto succede anche voi e ne siete consapevoli, che una donna veramente interessante si affaccerà all’orizzonte. Ma le sarà davvero difficile avvicinarsi. Dovrebbe superare tutti questi ostacoli, tutti questi “surrogati di lei” che hanno il sapore finto del cioccolato di scarsa qualità.
Quale dovrebbe essere il valore aggiunto di stare con voi? Frequentare anche tutta la combriccola?
E se ne andrà, delusa e deludente.

Guardatevi dentro. Vi è già successo.
Quindi state attenti, lo dico per voi.
Uscite da questa zona confortevole, prima che ne capiti un’altra e un’altra ancora e poi sia troppo tardi.
Soprattutto se l’altra sono io.
Altrimenti sarete archiviati anche voi, senza pietà nè rimpianto!

Ah e un’ultima questioncella: state accorti a quell’amica, proprio quella lì, la più presente.
Lei vi sta aspettando al varco e saranno dolori quando scoprirà che, come tutte le altre, “è come una sorella”.
Che vi piaccia o no.

Lo stupro è una porcheria

C’è un vento di quelli stizzosi che non liberano la mente, piuttosto la incastrano.
Dalla finestra sento qualcuno fischiettare il ritornello della sigla di “Popeye”.
Mi vengono in mente i Carabinieri di Firenze non so per quale macabro collegamento inconscio.

Forse non ne dovrei scrivere, forse è troppo pesante.
Ma qual è il momento per assittarsi in pizzo, se non giusto questo?

Provo un profondo disgusto per quello che è successo a Rimini e in Toscana.
Tanto da non essere riuscita a parlarne lì per lì.
Al di là del condivisibile tormentone antirazzista che gira sui social network, per cui non si può cercare di giustificare i carabinieri perchè italiani e dare addosso ai migranti in quanto tali, sono nauseata da un fatto ricorrente in queste occasioni: dal dibattito spariscono sempre le vittime.
Non scompaiono solo se vengono incolpate più o meno esplicitamente di un concorso in quanto avvenuto.
Il che è tragicamente intollerabile.

Ok, diamo addosso ai presunti stupratori, scarichiamo la frustrazione su di loro.
Ricordiamo però che dovranno esserci delle indagini che definiranno le loro responsabilità e che il processo si dovrà svolgere in aule di tribunale. Esistono apposta.
E per quanto gli eventi ci colpiscano nel profondo evitiamo di fare di questi innominabili esseri disumani eroi negativi del web,  emulabili dai primi cretini.

Concentriamoci sulle donne. Una privata per sempre della possibilità di voltare pagina, perchè le è stato asportato tutto il possibile e il suo ventre glielo ricorderà finchè campa, le altre marchiate a fuoco dalla frase “in Italia fidatevi solo di Polizia e Carabinieri”.
Prendiamoci cura di loro. Perchè nessun consenso, è chiaro, verrebbe dato da alcuno a porcherie simili sul proprio corpo e sulla propria anima.

Di Liliana Maniscalco

Come nonno Ciccio naufragò per un bombardamento. E si salvò.

Lo faceva ogni santo pomeriggio, Rosa, di andare al molo.
All’uscita dalla Manifattura Tabacchi e prima di rientrare, anche se c’erano i bambini ad aspettarla.
Scrutava il cielo e osservava con preoccupazione se i gabbiani stanziavano sulla banchina: era segno di cattivo tempo.

Quanto doveva durare ancora la guerra?
Ciccio, suo marito, non tornava da mesi e non dava sue notizie da settimane.
Per di più lei e tutta la famiglia avevano passato intere notti nelle grotte, a rifugiarsi dai bombardamenti al Porto.
L’oscurità, la costrizione, il puzzo nauseabondo di quegli antri sovraffollati la esasperava.

La preoccupazione le mangiava il fegato, specie quando sua sorella Pinuccia arrivava fresca e tranquilla che Tanino, con cui era sposata da qualche anno, si era messo in malattia dalla Tirrenia ed era rimasto in mezzo alle cosce sue, e riportava di episodi di attacchi aerei, come un uccello di malaugurio.
“N’te aggie” le diceva suo padre.
Totò, ormai in pensione dal mare e rimasto lì, il giornale piegato fra l’avambraccio e l’ascella manco fosse una baguette e il tabacco masticato sotto al cappello, sapeva che una figlia torturava l’altra in questo modo, e voleva che la più piccola chiudesse la bocca.

Un giorno arrivarono finalmente novità.
Rosa guardò con terrore la busta  che le era stata appena consegnata.
Il mittente era chiaro: “Francesco Maniscalco”, suo marito.
Ma la scrittura non apparteneva a quelle mani che avrebbe riconosciuto pure al buio.
Si sedette. “E’ morto” pensò “inutile che la leggo”.
Trapassò con gli occhi la missiva ancora chiusa e fissò il vuoto. La sua esistenza era finita.

Dopo qualche ora di riluttanza prese coraggio, doveva pure parlare con i suoi figli.
Aprì i fogli e seppe.

Durante il servizio dal Lazio ad Olbia, mentre Ciccio si trovava in sala macchine, il postale aveva subìto un bombardamento degli Alleati ed era colato a picco nel giro di un’ora.
Le autorità erano convinte di non trovare vivo più nessuno. Mandarono i soccorsi per scrupolo. Ed effettivamente non si recuperarono che pezzi di carne esanimi. Non tutti i marinai erano però risultati all’appello, perchè  alcuni si erano dispersi tra le onde.

Dopo qualche giorno un cadavere entrò nelle acque dell’area del Golfo di Civitavecchia. Galleggiava poggiato su un asse di legno di tribordo. Evidentemente era qualcuno dell’equipaggio mandato a fondo e la corrente ne aveva restituito il corpo.

Si trattava di Ciccio. Era vivo. A pezzi ma vivo.
Il mare, invece che inghiottirlo, lo aveva riportato indietro.

Per settimane era rimasto in stato di semi incoscienza in cura presso l’ospedale militare di Gaeta.
Gli arti si erano rotti, scriveva l’infermiera sotto dettatura, ma lui tornava.
Aveva deciso di “mettere firma” e obbligare i medici a lasciarlo andare, certo che le cure familiari avrebbero in qualche maniera accelerato la sua ripresa.

Mio nonno Francesco, navigante, fuochista, rientrò storto e tutto fratturato a casa. Non si reggeva quasi in piedi.
Aveva servito la Patria fino a che aveva potuto: mentre spaurito come chi è scampato ad un pericolo gravissimo varcava la soglia della sua stanza, un tardo pomeriggio di fine estate, la radio annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile.

Era l’8 Settembre 1943.

 

Piranesi. La Fabbrica dell’utopia. Un mare di noia con qualche raro picco di interesse

Palazzo Braschi sonnecchia tra Piazza Navona e Corso Vittorio, dopo alterne vicende, aperto da ingressi su entrambi i prospetti e così disponibile alla città come snodo viario oltre che sede museale.
Entrando è possibile visitare gli ambienti e le collezioni della dimora papale prima e della sede governativa poi.
E’ possibile inoltre assistere a performance temporanee come la mostra “Piranesi. La Fabbrica dell’utopia” aperta fino a metà Ottobre.

Quanto lo spazio dedicato presso il Vittoriano a Botero sembra insufficiente, quello riferito a costui pare eccessivo: duecento tavole da visionare, alcune molto grandi, sono decisamente sfiancanti e insistenti, quasi a convincere il visitatore della bontà dell’opera stordendolo.

Perchè spiace sottolinearlo ma Piranesi come viene osservato da Henri Focillon “Accetta volutamente di essere un incisore perché capisce di poter realizzare così le sue ambizioni di architetto, archeologo e pittore.”
Se ne evince dunque che non è capace di sviluppare la sua personalità seguendo nessuna di queste tre eccelse espressioni dell’arte.

Comunque sia la sua produzione appare vasta e fortunata, forse anche fortunosamente spinta dalla casuale elezione a Papa del coevo Clemente XIII, pure veneziano, il quale gli commissiona questo e quell’altro.

Piranesi

A vederlo però è una eterna ripetizione difficile da comprendere. Lo stile è dichiaratamente rococò. Lo afferma lui stesso parlando di capricci. Lo si evince pure dal tratto e dalla meraviglia che traspare dalle vedute di Roma, ancora più magnifiche se consideriamo nelle incisioni i ritratti di  piccoli e miserrimi uomini del popolo di allora: vaccari che pascolano tra maestose rovine antiche.

Eppure questa dedizione per i reperti archeologici precorre il gusto neoclassico che sta per giungere alla cultura imminente. Una capacità di vedere l’immediato futuro prontamente smentita con la pubblicazione “Della magnificenza ed architettura de’ romani”,  un saggio completo di immagini volto a dichiarare e dimostrare la supremazia dell’architettura dell’urbe su quella greca in totale rottura e polemica con la fazione filoellenica di Johann Joachim Winckelmann.

In buona sostanza Piranesi non è inquadrabile, non è manierista, non prelude al nuovo che avanza eppure fa entrambe le cose senza averne consapevolezza poetica. Esegue, ma non eccelle. Ripete all’infinito e non cattura.

La mostra ripercorre diversi filoni creativi, tutti riconoscibili per il tratto e il sentimento.
Molto interessante è la doppia edizione delle Carceri, la cui accentuata tridimensionalità è probabilmente spunto successivo per Escher che, con le sue scale, mostrerà come elevarsi con una tecnica del tutto assimilabile.

Chi resiste alla noia mortale di alcuni passaggi monotoni della creazione riesce a cogliere, di tanto in tanto, un barlume di genialità, quello che evidentemente non è però in grado di  manifestare con la continuità e l’eclettismo che caratterizza i veri grandi dell’arte.

Siamo condannati all’eterna giovinezza

Sono sul viale che dal cancello porta all’ingresso del complesso degli edifici di Villa Niscemi e, insieme ad un’amica, notiamo che una ragazza che sta passeggiando con noi porta le scarpe chiuse, con questo caldo insopportabile.
“Non mi piacciono i miei piedi” dice lei.
“Ti capisco” io “Ho iniziato a portare i sandali a 35 anni e passa. Ora a quasi 43 per me è impossibile rinunciarci con questa afa. Sono i miracoli dell’età che ti consentono di accettarsi e godere dell’arietta tra le dita”
Lei stupita si complimenta “Ma davvero hai 43 anni? Sembri molto più giovane!”

Bello sì.
Mantenersi giovane però si sta rivelando una condanna, per me e la mia generazione.

giovani

Obbligati ad avere la pelle levigata, al trucco a tutti i costi, a seguire la moda.
Ma si trattasse solo dell’immagine, a patto di mantenere sostanza, sarebbe anche sopportabile.

Non è così. Subiamo la schiavitù della gioventù comportamentale: millennial sempre felici, iperattivi, abusati dal tempo che sfugge tra le dita e da stupidi atti dimostrativi da social network.
Inconsistenti, persi dietro al niente, privi di alcuno spessore e nessun percorso.
Come i criceti che corrono sulla ruota, senza una via, a percorrere sempre lo stesso spazio e marciare sul posto. E marcire sul posto.

Invidio coloro che hanno fatto parte di quelle generazioni a percorso tracciato, con obiettivi certi e atteggiamenti, ruoli e relazioni scanditi e quasi prestabiliti in ogni fase della vita.
Forse hanno avuto esistenze più prevedibili, ma temo molto più piene e significative delle nostre.
E comunque in estate avevano la ragionevolezza di calzare i saldali, tutti quanti.

 

Io, lui e le batterie

“Buongiorno, mi occorrono una confezione di batterie stilo, una di mini stilo e una piatta da 3 volt”
“Stilo o mini stilo?” Il tabaccaio scandisce la “O” e mi guarda sospettoso, dall’alto verso il basso, dove evidentemente mi colloca.
“Stilo e mini stilo” rimarco la “E”
“No perché tante volte si confondono”

38;39;250;250

“Io non le confondo” specifico “E la piatta da 3 volt, per favore”. Mi faccio seria, mi atteggio con l’espressione della persona che sa quello che dice.
“Per quella mi fai visionare quella vecchia, che non ti serve più, oppure mi porti l’elettrodomestico”
“E perché?”
“Perché ce ne sono di tre spessori e ti puoi confondere”
“Scusa me le fai vedere?” Insisto.
Le prende e me ne mette tre davanti: “Allora questa è la più spessa, poi c’è questa sottile e quella ultra sottile”
Prendo tra le mani la più consistente: “E’ questa, la compro”
“Sei certa?” di nuovo mi relega con gli occhi da Suor Gray che rimprovera Candy Candy “Attenta che una volta aperta la confezione non si può restituire”
“Grazie al cazzo” mi limito a pensare e gli porgo i danari per pagare.
Il reggiseno non mi impedisce di scegliere le batterie. Cretino.

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