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Non definisco i rapporti.
Non è più l’epoca in cui cercare una nicchia precostituita dentro cui trovare il senso di me.
Attraverso la fase della vita in cui non ne ho più bisogno per essere.
Ho necessità possibilmente di un po’ di felicità e di gustare le relazioni che il mio percorso mi ha, bontà sua, concesso, sperando in qualche nuova gratificazione futura, lavorandoci un po’ su e tagliando qualche ramo secco.

Uno dei doni più importanti dell’esistenza, forse il rapporto fondante della mia età adulta, lo descriverei così, come la ricetta di un cocktail: una parte di amicizia sincera, una di sesso godurioso, una di amore profondo ed una di libertà assoluta.

Il riposo dentro lo shaker del tempo ha fatto sì che, con gli anni, e per periodi più o meno lunghi, risaltasse una componente piuttosto che un’altra, senza che cambiasse mai la sostanza, rendendo però impossibile la definizione.

Ho così imparato che senza etichetta è meglio.

Vivamus atque amemus.
Questo basta.

 

A casa tutti bene

Ci sono nomi che creano aspettative. E lo sa bene, chi di professione ha scelto di fare il regista. Ed è esattamente quello che fa Gabriele Muccino, quando sceglie il cast del suo ultimo film. Tutti nomi che recano una certa carica di destino. ‘A casa tutti bene’, dunque.

Mi metto comoda ed aspetto.
Che poi è quello che faccio sempre quando temo ma spero, fino all’ultimo, di non esser delusa.

E Muccino, esattamente come da manuale, mi ha sedotta ed abbandonata. Naufragar nell’aspettative deluse, sotto ogni profilo.

Non c’è storia.

È una mera-fedele riproduzione di uno spaccato di vita, della borghesia italiana. Perlopiù concentrati ad apparire che viversi. Conoscersi.

Tutto è rimasto in superficie.

Non si è arrivati ad un rapporto madre-figlia viscerale. Nè ad un Amore follemente passionale. E neppure ad una vera e propria tragedia. Che come ha ben sdrammatizzato il mio Amico Pi seduto alla mia destra, è stata questa poi la vera tragedia, per me. Che ho imparato a smettere di essere anaffettiva. Che piango e rido in egual misura. Perché di piangere e ridere ne ho, addirittura, necessità.
Che sono diventata più brava a condannare che assolvere. Che non mi perdono. Che destrutturo, e spesso distruggo, in nome della verità – che è sempre una ed assoluta. Ed io mi sento esattamente così. Assoluta.

Peccare di pathos, quindi, è la colpa più grande di questa numerosa, ma neppure tanto caotica, famiglia italiana. Simile a molte, ma non di esempio. Voglio sperare.

Ps. È entrato nella mia lista dei perdibilisssimi, di default. Grazieaddio!

Rossana Campaniolo

Il mondo dietro una maschera gialla!

Quando siedo in casa Assittata, è difficile trovare qualcosa che mi trattenga dal riflettere a lungo e sfogare i miei pensieri su fogli di pixel bianchi.
Tra queste pareti volano pensieri e accuse, disgusti e complimenti di ogni tipo, consigli e pratiche vanità davanti allo specchio.

Parliamo di noi stessi, degli altri, dei luoghi che abbiamo visto e quelli che non vorremo più vedere, della realtà che ci circonda e di quella che creiamo noi per stare bene.

Oggi farò una cosa che non era successa prima su questi sfondi: vi parlerò di un esperimento sociale che ho avviato tre mesi fa, in silenzio e nascosto agli occhi di tutti, e che ho chiuso non pochi giorni or sono.
Ho usato una “dating app” per la prima volta, e assieme a voi ne analizzerò le varie sfaccettature, che hanno portato una persona tranquilla come me all’esasperazione e al più profondo orrore.

La realtà delle “dating app” esiste e si fa sentire, nonostante la gente tenda a tenerle nascoste e vergognarsene, non parlandone mai con amici o familiari e arrossendo quando se ne menziona anche solo il nome.
Si finge di non conoscerle o non ricordarne il marchio, e quando di fronte ad una determinata persona X viene posta la domanda: “Ma come l’hai conosciut*?” si tende ad inventare una storia del tutto nuova, o dare la colpa al più comune Facebook.
Eppure ho provato per la prima volta Grindr, un’applicazione d’incontri tra omosessuali, e non ne ho provato alcuna vergogna. Sarà perché non ho mai dato un peso concreto ad uno strumento simile, sarà perché son sempre stato schietto e sincero in ogni cosa della mia vita, ma non vedevo il motivo di così tanto imbarazzo.

E così, davanti ai vostri occhi, apro l’applicazione e ve ne descrivo i meccanismi, vissuti giorno dopo giorno per quasi tre mesi interi.
Clicchiamo sull’icona con la maschera gialla, che ormai vedo contro le palpebre ogni volta che chiudo gli occhi inorridito. Sulla home, sentiamo già che qualcosa puzza di marcio: volti, petti scoperti, sederi nascosti sotto ai jeans, profili senza immagine. Sono ovunque e si delineano poco a poco mentre scorriamo la lunga lista di contatti che, per fortuna, si ferma senza dare l’occasione di vedere altro.
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma non lasciatevi ingannare, perché nei prossimi punti vi elencherò cosa non va con un’applicazione che ormai è ritenuta qualcosa di fondamentale nella vita di quasi ogni omosessuale, considerata uno strumento necessario per “trovare qualcuno o riconoscere chi è cosa intorno a noi”.

1) HIGH SCHOOL NEVER ENDS
Così cantavano i “Bowling for Soup” e così va, più o meno, il magico mondo su sfondo nero di Grindr. Sembra di essere tornati tra i corridoi di un comune liceo americano, quelli stereotipati che vediamo sugli schermi quando seguiamo una banale serie televisiva o un film comico. L’unica differenza è che Grindr è la realtà, ed è una di quelle realtà fatta di gerarchie e scale sociali.

Abbiamo l’utente più famoso, che è normalmente il più bello e quello con i pettorali sempre in mostra, che ha la chat intasata di messaggi e “tap”, una sorta di adesivo che ci si invia l’un l’altro per dire: “Ehi, sono qua e ti trovo carino/scopabile, calcolami e andiamo!”
Lui comanda tutto e tutti, è conosciuto in lungo e in largo, e quando lo rifiuti o ti metti nei casini con lui sei automaticamente segnato. Puoi contare i tuoi giorni, perché dirà ai suoi amici in palestra o a chiunque sarà la sua prossima vittima che “c’è questa troia pazza che se la tira, ma non vale niente”. Vi stupite di come vadano le cose?

Maddai, è semplice gerarchia, forza!

In netto contrasto con questo tipo di utente, abbiamo gli sfigatelli, che poi sono le persone più comuni e discrete, quelle che preferiscono stare sulla loro e parlare con pochi utenti, fidandosi di ancor meno gente. Ovviamente passano in sordina e non avranno mai un’occasione da parte di nessuno, anzi se possibile saranno le prede più facili da ingannare, quelle a cui dirai qualsiasi cosa pur di aggiungere un’altra tacca alla tua cintura penosa di conquiste.
I poveri sfigatelli, che tanto sfigati poi non sono, sono i tipici utenti che preferiscono entrare su Grindr una volta ogni cento anni, pur di conservare la loro dignità ed evitare l’ennesima presa in giro da chi, su quello sfondo nero, fa da padrone e gioca con le carte più sporche che ci possano essere.

In fondo alla scala sociale abbiamo gli utenti più grandi, quelli che vanno dai quarant’anni a salire. Un po’ come i contadini nel medioevo, questi utenti vengono usati al momento del bisogno, per racimolare un po’ di soldi con del disgustoso sesso a pagamento o quando finiscono le scorte di utenti da manipolare.

In mancanza di carne fresca, va sempre bene tappare qualsiasi buco capiti a tiro, soprattutto nelle ore notturne e nelle fasi più improbabili della giornata, nei luoghi più sudici che sanno di trasgressione.
Siete perplessi? Eppure questo è il meccanismo base. Andiamo avanti.

2) VENDESI AL MIGLIOR OFFERENTE
Questo è un altro dei tasselli fondamentali delle regole non scritte che caratterizzano Grindr. In fondo, non è un caso che chiunque stia su quell’applicazione si lamenti di essere trattato come “carne da macello”, salvo poi comportarsi come se fosse peggio che un prodotto in vendita e pronto per essere concesso a tutti.

Eppure, applicazioni come Grindr non sono altro che una vetrina linda e pinta, in cui gli utenti si mettono in mostra provando a dare il meglio di sé, così da farsi comprare dal miglior acquirente nei dintorni.

Il kit del perfetto maiale al macello include:
– una foto profilo, che l’utente medio preferisce perfetta e impeccabile, possibilmente col fisico in mostra così da poter far capire agli altri che ne varrà la pena;
– una descrizione non troppo dettagliata, ma possibilmente interessante, così da ingannare anche le menti più innocenti e spingerle ad entrare in contatto con l’utente in questione;
– informazioni base come l’altezza e il peso, le preferenze sessuali e la cerchia a cui si appartiene, per delimitare il campo pur restando aperti a chiunque;
– extra come il profilo Instagram o Facebook, giusto per mantenersi social e alzare il numero di seguaci da tutto il mondo.

Con tutto il materiale a disposizione, l’utente medio può entrare senza problemi nel magico mondo di Grindr, e verrà quasi subito attaccato e bombardato di messaggi, finché il suo profilo non “passerà di moda” e sparirà tra il resto dei prodotti.
Curioso, vero? Sembra proprio di stare al supermercato. Eppure, tutto questo è ancora niente.

3) MAMMA, HO PAURA DELL’UOMO VERO
Se i primi due punti ho avuto modo di analizzarli da lontano, quest’ultimo ha purtroppo coinvolto anche me in prima persona, contro la mia volontà. Sembrerebbe un brutto vizio degli utenti di Grindr, ma io ritengo che sia soltanto una più comune paura, quella di trovare dietro la foto profilo una persona vera.

E con “vera” intendo una persona in carne ed ossa, con un cuore ed una mente, con una bocca per parlare, con un paio di occhi più o meno profondi per guardare e analizzare la situazione, con delle mani che possano stare al gioco o rifiutarlo di colpo.

Ma soprattutto, sembrerebbe che gli utenti di Grindr abbiano paura di trovare una persona che sia totalmente Umana, e non soltanto una bambola gonfiabile con cui parlare del nulla finché non si arriva al dunque, solitamente consumato sul letto di una stanza stretta o su una macchina al freddo di un parcheggio qualunque.

C’è qualcosa che gli utenti su Grindr notano in un’altra persona, ad un certo punto, ed è la stessa identica cosa che li spinge a sparire dopo la prima sera. Credo stia tutto negli occhi o nei dialoghi, quando si fanno troppo insistenti o presenti, quando si parla troppo e di troppe cose. È come se, con i dialoghi, si varcasse una soglia che rovina il rapporto sessuale consumatosi successivamente, spingendo uno dei due a tagliare i ponti sparendo nel nulla.
Da qui nasce il più comune “incontro-da-una-botta-e-via”, quello più semplice in cui non ci si conosce e non si parla più di tanto, se non limitandosi alle domande più educate tra “come va” e “che hai fatto oggi”. Niente che possa effettivamente cogliere l’interesse dell’altra persona.

C’è tanta paura tra gli utenti di Grindr, che può andare dalla paura di accettare il fatto di aver conosciuto un altro essere umano, alla paura di aver conosciuto effettivamente un uomo. Quest’ultima è una cosa che molti, anche su Grindr stesso, faticano ad accettare ritenendola inconsciamente contro natura e rifiutando qualsiasi tipo di legame affettivo con una creatura dello stesso sesso.
È triste, e penso che a questo punto vogliate fermare quest’analisi, troppo sconvolti da come funziona questo mondo nascosto nelle tasche dei jeans di milioni di persone al mondo.
Potrebbe mai essere peggio di così? Risposta ormai ovvia: sì.

4) IL PESO DI UN LEGAME
Confesso: questo è il punto che mi urta di più, ossia la costante paura che gli utenti di Grindr hanno di legarsi ad un’altra persona, nel modo più dolce e tenero possibile. Frequentando un’applicazione del genere, vi rendereste
conto che c’è una sorta di odio profondo, quasi malato, anche solo al sentir nominare la parola “relazione”.
E quando arriverete ai famosissimi “profili di coppia”, vi accorgerete che è lì che sta il problema di fondo: nessun utente di Grindr sarà mai disposto a rinunciare alla propria libertà sessuale, in cambio di qualcosa di stabile che potrebbe sfociare nella monotonia. È molto più facile trovare la novità in un corpo nuovo, e per questo nessuno vorrà mai legarsi troppo ad una persona.

La stessa cosa accade nella più comune frequentazione: due persone escono assieme per una settimana o due, magari arrivano anche ad uscire assieme per un mese, ma uno dei due manterrà sempre i contatti con chiunque gli capiti a tiro.
Questo è il perfetto esempio del fenomeno più tristemente diffuso su Grindr: la mancanza di rispetto e di sincerità, gli uni con gli altri, ma soprattutto verso sé stessi.
Non so quanto di tutto questo sia più o meno grave, ma purtroppo è un problema presente e credo che sia stato questo a spingermi a concludere in fretta il mio esperimento, per non andare ad incappare in qualcosa di ancor più grande e triste.

Sembra quasi che il mondo umano, a livello interiore, stia andando a rotoli e nessuno potrà mai farci niente. Le “dating app” sono una realtà insistente e, di questo passo, non tramonteranno mai.
Neanche in un futuro in cui si potrà stare tranquilli già solo essendo sé stessi in totale libertà.

Di Paolo Costa

Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

Otorinolaringoiatra

Mia zia è sempre stata un po’ fessa e da bambina mi ha trattata con i guanti, quindi non si sognava nemmeno lontanamente di rincorrermi attorno al tavolo.
Un po’ perchè la grave perdita che avevo subìto faceva che mi percepisse delicata, un po’ perchè sono sempre stata la sua bella gioia.
Benchè di tanto in tanto, per educarmi, dovesse correggermi, riprendermi e rimproverarmi non capitò mai che ricorresse a chissà quali punizioni.

Solo una volta mi diede uno schiaffo. Avevo trent’anni suonati.

La zia sotto al tavolo mi faceva pat pat sulla coscia. Per vostra informazione <3

Dovete sapere che lei aveva sempre sofferto di una parafasia periodica e occasionale derivante da alcuni episodi di natura epilettica occorsi nella sua prima adolescenza.
Per farvi un esempio, tra la mia quarta e la mia quinta elementare non riusciva a dire la parola “estate”, le usciva “està”. E non c’era verso di farle completare il fonema finale.
Questo implicava che tutte le volte che lei diceva “està” partiva di regola un coro di “teeeeeeee”, mio e delle mie sorelle.

La prendevamo in giro in base al momento.
Una burla continua era però legata alla parola “otorinolaringoiatra”.
Un vero scioglilingua impossibile per lei che, per tutta la vita, parafrasò  il termine con l’espressione estesa “dottore orecchio, naso e gola”.

E fu così che un pomeriggio di una dozzina di anni fa, tutta la mia famiglia al completo, sorelle e nipoti già grandicelli inclusi , si trovò intorno ad un tavolo di te e biscotti ed iniziò il  solito balletto.
“Non ci sento tanto bene, devo andare dall’orecchionasoegola”
“Zia, otorinolaringoiatra”
“Perchè orecchionasoegola non ti piace, che cambia?”
“Perchè si dice otorinolaringoiatra”
“E’ lo stesso, basta che si capisce, amunì Liliana sei una camurrìa”
“Zia, ma allora scusa, tu ginecologo, come lo dici?”

Non ebbi il tempo di finire la frase che mi aveva stampato le cinque dita in faccia.
Tra il mio sbigottimento e la risata generale sentenziò: “Accussì t’insigni vastasa ca un si autru”*
Perchè con lei non si era mai cresciuti definitivamente.

 

*Così impari, maleducata.

Assemblea della Notte e delle Stelle

Torno su queste sponde per parlare e viaggiare in lungo e in largo, cullato dalla sicurezza che mi farà bene, perché la casa di Assittata è un posto terapeutico per la mia anima rattoppata. Ma questa volta non la farò breve, e trascinerò chiunque lo voglia in un circolo vizioso.

Ebbene, va così: ogni sera resto seduto sul balcone per almeno un’ora o due, col naso all’insù e gli occhi fissi su una vasta tela blu scuro puntinata da luci che sogno continuamente di toccare con mano.
Il silenzio che mi circonda e il buio che si riflette un po’ ovunque, con quel suo fare intrusivo, mi spingono a riflettere. È come se tutta questa oscurità strisciasse con fare viscido e attento nella mia mente, prendendo per mano un filo sottile che mi conduce tra ricordi e riflessioni, su eventi passanti e sul latte ormai versato da tempo, o sul latte che fui costretto a mandar giù mal volentieri.

Sfido la notte a danzare con me guardandomi negli occhi, asciugandomi le lacrime con i suoi spifferi gelidi e conducendomi tra le nebbie più fitte della mente. Il tempo scorre senza farsi sentire, anche quando mi si accappona la pelle scossa da brividi di freddo, un chiaro segnale per dirmi che è il momento di rientrare e mettermi a letto. Non lo faccio, ovviamente. Mi perdo tra le mille strade dei momenti che mi piacciono meno, ma su cui rifletto molto.

Quindici anni, l’età in cui l’amore si fa vivo per la prima volta con quell’idea un po’ stupida del farsi belli per qualcun altro, così da convincerlo che siamo degni di essere amati e guardati e desiderati. L’età in cui amiamo chiunque, ci innamoriamo e piangiamo, ma non lo facciamo mai con e per noi stessi. Ci affidiamo agli occhi degli altri per trovare un senso a qualcosa che, sin dal principio e fino alla fine, sarà nostro. Il corpo, la mente, il rispetto, la dignità. Quante cose cadono davanti al primo amore? Quante cose vengono messe da parte, anche quando permettiamo a qualcuno di colpirci ripetutamente urlandoci contro e infamandoci, trasformandoci in nullità vaganti che non potranno mai riscattarsi perché convinte del fatto che sia quello il giusto modo di amare? Che siano quelli gli unici occhi che ci abbiano mai visto davvero? Quante volte ci nascondiamo dietro la porta di un bagno, convinti che è solo un momento di rabbia e che passerà donando semplicemente il proprio corpo all’altra persona, per compiacerla e farle capire che siamo lì, sempre e comunque, sottomessi come mai prima d’ora?

Sedici anni, isolati e distanti dagli amici, con gli occhi coperti da quello spesso velo chiamato “amore”. È già passato un anno, il freddo inverno è andato via e si ritorna all’estate, a quella casa sul mare isolati da tutti e quelle serate casuali in cui si parla e si gioca a fare l’amore, ancora troppo piccoli e ingenui per capire cosa fosse davvero. Rassegnati forse all’idea che è una vita giusta, quella in cui si litiga e ci si urla contro, sentendosi ripetere: «Se fossi lì ti darei due schiaffi».

Diciassette anni, l’idea che forse potremo salvare la persona che ci sta accanto, che forse ci ama o forse no. Allunga le mani verso qualcun altro, lo provoca e lo stuzzica, ma ti consoli all’idea che ogni sera torna da te. Per te è amore, per te è sincero, per te sarai sempre l’unica luce dei suoi occhi nonostante tutto, nonostante il fatto che per lui sei “poco interessante” e “poco stimolante”. Torni a quando avevi quindici anni e ti fai bello, con quei pantaloni attillati, con l’atteggiamento un po’ sbarazzino per provocarlo e risvegliarlo, per fargli vivere qualcosa che non c’è mai stato.
Te ne renderai conto a vent’anni, quando sarai lontano da lui ormai da due anni, col tuo riflesso allo specchio a gridarti che sei patetico per aver rovinato la vita ad altre persone, ancora troppo spaventate per guardare i tuoi occhi tristi, quelli che hanno sempre evitato perché troppo pieni di ricordi.

E mentre la notte rispecchia il tuo stato d’animo, alzando una bufera di vento ostile che scuote le fronde degli alberi che hai davanti al balcone, pensi e ripensi a cos’è andato storto. Come ti sei sentito, quando non capivi e ti convincevi delle cose sbagliate, solo perché i libri che leggevi ti dicevano che poteva andare meglio e che avresti vinto qualsiasi battaglia per amore?
Come ti senti, adesso che ne parli liberamente, con la consapevolezza che gli uomini si spaventano terribilmente se messi di fronte a realtà così dure? Consapevole del fatto che ti vedranno sempre come una vittima, come un possibile nemico, sempre ostile verso gli uomini e con problemi mentali, tra ansie e paure? Come pensi di poter andare avanti a conoscere qualcuno, quando li vedi approfittare della situazione e sparire, perché sei troppo complicato da capire e frequentare?
La notte ti guarda e sai benissimo come ti senti, di fronte a pesi così grandi. Sei solo ed hai paura, tremi un po’ ed hai le mani fredde, con nessun posto in cui scaldarle se non tra le tue stesse gambe. Ridi e rifletti, capisci che è questo che sarà, perché gli uomini hanno paura e tremano tanto quanto te, ma tu hai passato di peggio e l’hai passato da solo. Guardi ogni singola stella e ti senti più forte, perché dopotutto cadiamo tutti ma torniamo a splendere, stiamo sempre in piedi e il mondo non si ferma per noi. Perché non provare a splendere, allora?

Il buio è uno spettacolo pazzesco, per chi lo sa vivere pienamente.
Tiri un sospiro di sollievo ed esci dal tunnel di pensieri e ricordi. In bocca un sapore amaro, dovuto alla piena consapevolezza che sei vicino alla realtà, al capire che non hai bisogno di nessun altro per stare bene e vivere a testa alta. Non hai bisogno di coccole, di sentirti dire che sei bello, che qualcun altro ti proteggerà, che “io non sono così” e “io non lo farei mai ad uno come te”.

Non hai bisogno di andare alla ricerca di qualcuno che non abbia paura di quello che sei, perché ti guarderai allo specchio e non ti sentirai più patetico né in colpa per quello che è successo. Ti sentirai già in salvo, al sicuro dai tuoi quindici e sedici anni, al sicuro da chi si allontana dai tuoi occhi tristi.
Il vento attorno a te si fa più forte, spingendoti a prenderlo come una metafora: sono passati gli anni, sei sempre più grande, e sarai sempre più forte di ciò che credi.

Le ore son trascorse ormai e il freddo ti penetra nelle ossa, ma sei finalmente soddisfatto, perché hai pianto e singhiozzato e ti sei fatto forza da solo, stringendoti da solo e riscaldandoti da solo. Sai che ci saranno notti difficili e giornate pesanti, ma ricordi i tuoi quindici anni, ricordi i tuoi diciassette e ti guardi adesso che ti avvicini ai ventuno.
La notte non fa più così paura, il freddo non è più fastidioso, la pelle che si accappona ti ricorda che sei ancora vivo e ti lascia un messaggio fondamentale.
La vita è tua e non la regalerai più a nessuno.
Torni in camera e ti chiudi la finestra alle spalle. Il mondo fuori trema e si scuote al vento, ma tu sei ben saldo sui tuoi piedi e cammini da solo, seppur in ciabatte e col pigiama. Sai che è pur sempre un buon inizio.

TRENTA GIORNI DI OCCHI CIELO -CHIUSI

“Non è stato un sogno!” -Continuo a ripetermi.

“Voi l’avete visto? È stato reale?” -chiedo a due delle mie amiche. E le fisso.
Una abbassa lo sguardo e si rattrista -sempre un pò, quando pongo interrogativi simili. L’altra si incazza ed inveisce contro.
Le Mau, simili ma diverse, continuano a sostenermi.

 

Io mi sento infettata di tristezza, invece.
E la sensazione di poter infettare chi mi circonda mi fa desistere. Da qualunque cosa.

Resto a casa. Immobile.

Ho comprato un anello, in questi giorni. È marte -il pianeta. Perchè è lì che sono stata, e del resto vorrei tornarci. Oppure no. Non lo so. Anzi si, non voglio ritornarci.

Ero – e lo sono tutt’ora – una Penolope moderna in attesa del suo marziano intelligente, quando mi sono ritrovata a tu per tu con un paio di occhi -cielo!, solo un pò più grandi dei miei.
Sono stati i primi cinque minuti di conversazione a convincermi:
“A quasi trentanni, deve trattarsi di persone comode per decidere di uscire, perchè le baratto con il divano di casa!” – ha affermato lui.
“Uuh..che meraviglia!” -ho esclamato io.

Ho sempre creduto che le persone siano delle porte, e che ogni incontro genera delle variabili che vale la gioia di vivere. Tanto più, se dall’altra parte, c’è un marziano. Poi se intelligente e bello, non può che far bene.

E noi, in effetti, ci siamo fatti bene – letteralmente.

Ci siamo intuiti, prima di raccontarci.
Ci siamo sorPresi.
Ci siamo inclusi. Che è quanto di più marziano possa esserci su questa terra: Scambiarsi gli odori – condividersi punti di visti, nuovi e diversi, in uno spazio e tempo che fino a poco prima si autodeterminavano in forma singolare, l’unica possibile e capace. Io prima di te.
Coniugarsi in Che facciamo? – Cosa mangiamo? – Dove andiamo? – Ci piace? -“Dobbiamo parlare”.
Cosi da non poter più realmente tornare indietro perchè qualcosa è accaduto. Accade sempre.

Tutto ciò comporta sicuramente dei rischi -lo so bene!- Ma questi ci sono sempre, che non vivere per paura di scottarsi alla fine non ti salva, comunque. Ed allo stesso tempo crea inevitabilmente delle responsabilità. Entrare ed accomodarsi nel divano della mia vita è un privilegio, quindi. E non perchè io sia una persona comoda. Anzi. Spesso sono pungente e brutale. Non ho timore ad affermare me stessa. Un pò naif ed un pò rottermeier. E quando mi fido, lo faccio consapevole che la delusione possa esser sempre a portata di un caffè. Caldo, versato addosso. Accidentalmente, oppure.
Insomma, ho impiegato tutti i miei anni per esser esattamente cosi come sono.
Chi mi conosce, o semplicemente legge, sa che io destrutturo ogni cosa. Arrivo fino al midollo; talvolta distruggendola. Ed a pensarci bene, io questo sogno, divenuto termine di paragone, devo cancellarlo. Per andare avanti. Per ricominciar-mi. Daccapo.

Non sono una scrittricescrittrice. Sono scrittriceblogger che si racconta. A volte imparo. Altre insegno -dicono.

Oggi questa è una lezione autodidatta!

Di Rossana Campaniolo

Avete “le amiche”? E io vi archivio!

Cari uomini, sappiatelo.
Quando vi sento dire “di solito esco con qualche amica” o cose simili, vi ho già archiviati nei materiali di risulta emotiva della mia vita. Peggio ancora se non lo dite ma vi vedo farlo in presa diretta o via social.

Perchè secondo me le eventualità, che non mi voglio trovare a gestire nè a contrastare, sono tre: siete gay, siete femminari, siete amiciari.

Se siete omosessuali, alzo gli occhi al cielo. Permettetemelo. Siete bellini e mi piacete magari, ma la vostra disposizione affettiva mi impedisce di concupirvi. Questa reazione assittata è un modo come un altro per farmene una ragione.

Se siete donnaioli, e le amiche vi servono all’uso – passatemi la crudezza linguistica – allora non investo su di voi nemmeno il nanosecondo necessario a sollevare le pupille.
Mi precipito subito ad anni luce di distanza mentale perchè siete degli insicuri cronici.  E le mie paturnie mi bastano ed avanzano da sole.  Impossibile per me decidere di caricarmi in collo pure quelle altrui, non ho la forza.
Siete la peste e io vi scanso.

Se siete amiciari,  cioè vi attorniate di tante confidenti con cui avete rapporti platonici, avete un problema che può essere reversibile, ma con grande impegno e convinzione.
Per risolverlo dovete partire dall’amissione della sua esistenza e dalla sua conoscenza.

Che vuol dire? Intanto individuatevi.
Se avete molte amiche con cui ruotate le uscite e che di tanto in tanto accorpate in sottogruppi di due o tre spendendo serate, pomeriggi e in genere tempo libero, e siete dei single eterosessuali indefessi, fate parte di questa categoria.
Siete schermati, cioè.

Siete uomini con presenze storiche, stanziali nella vostra vita dai tempi del liceo o dell’università, vicine di casa, compaesane del periodo in cui eravate studenti fuori sede.
Sono lì da dieci o venti anni e, andando a ritroso nel tempo, non c’è stato capodanno, ferragosto, compleanno in cui almeno una di loro non vi fosse accanto. A tenervi la candelina.

E’ così? Perfetto!

Sappiate che queste donne, da voi inconsciamente indirizzate, stanno sopperendo a tutti i bisogni di affettività femminile di cui potreste sentire la necessità.
Sappiate però che in contemporanea vi stanno privando del sesso, e soprattutto dell’amore, quello rovente intendo, che potreste avere con qualcun altra se non ci fossero sempre loro, lì, a tenervi il cuore nello scaldavivande.
Sappiate che vi siete condannati alla tiepidezza sentimentale, alla negazione perenne del fuoco della passione perchè non avete predisposto uno spazio nella vostra anima da colmare di gioia.
Sappiate che state facendo tutto da soli.

Forse pensate che questo potrà tenervi al sicuro dalle scottature.
E’ falso perchè verrà per forza un giorno in cui dovrete rinunciare a chi vi farà girare la testa, e possibilmente tutto il resto del corpo. E’ la vita.

Accadrà, di tanto in tanto succede anche voi e ne siete consapevoli, che una donna veramente interessante si affaccerà all’orizzonte. Ma le sarà davvero difficile avvicinarsi. Dovrebbe superare tutti questi ostacoli, tutti questi “surrogati di lei” che hanno il sapore finto del cioccolato di scarsa qualità.
Quale dovrebbe essere il valore aggiunto di stare con voi? Frequentare anche tutta la combriccola?
E se ne andrà, delusa e deludente.

Guardatevi dentro. Vi è già successo.
Quindi state attenti, lo dico per voi.
Uscite da questa zona confortevole, prima che ne capiti un’altra e un’altra ancora e poi sia troppo tardi.
Soprattutto se l’altra sono io.
Altrimenti sarete archiviati anche voi, senza pietà nè rimpianto!

Ah e un’ultima questioncella: state accorti a quell’amica, proprio quella lì, la più presente.
Lei vi sta aspettando al varco e saranno dolori quando scoprirà che, come tutte le altre, “è come una sorella”.
Che vi piaccia o no.

Lo stupro è una porcheria

C’è un vento di quelli stizzosi che non liberano la mente, piuttosto la incastrano.
Dalla finestra sento qualcuno fischiettare il ritornello della sigla di “Popeye”.
Mi vengono in mente i Carabinieri di Firenze non so per quale macabro collegamento inconscio.

Forse non ne dovrei scrivere, forse è troppo pesante.
Ma qual è il momento per assittarsi in pizzo, se non giusto questo?

Provo un profondo disgusto per quello che è successo a Rimini e in Toscana.
Tanto da non essere riuscita a parlarne lì per lì.
Al di là del condivisibile tormentone antirazzista che gira sui social network, per cui non si può cercare di giustificare i carabinieri perchè italiani e dare addosso ai migranti in quanto tali, sono nauseata da un fatto ricorrente in queste occasioni: dal dibattito spariscono sempre le vittime.
Non scompaiono solo se vengono incolpate più o meno esplicitamente di un concorso in quanto avvenuto.
Il che è tragicamente intollerabile.

Ok, diamo addosso ai presunti stupratori, scarichiamo la frustrazione su di loro.
Ricordiamo però che dovranno esserci delle indagini che definiranno le loro responsabilità e che il processo si dovrà svolgere in aule di tribunale. Esistono apposta.
E per quanto gli eventi ci colpiscano nel profondo evitiamo di fare di questi innominabili esseri disumani eroi negativi del web,  emulabili dai primi cretini.

Concentriamoci sulle donne. Una privata per sempre della possibilità di voltare pagina, perchè le è stato asportato tutto il possibile e il suo ventre glielo ricorderà finchè campa, le altre marchiate a fuoco dalla frase “in Italia fidatevi solo di Polizia e Carabinieri”.
Prendiamoci cura di loro. Perchè nessun consenso, è chiaro, verrebbe dato da alcuno a porcherie simili sul proprio corpo e sulla propria anima.

Di Liliana Maniscalco

Come nonno Ciccio naufragò per un bombardamento. E si salvò.

Lo faceva ogni santo pomeriggio, Rosa, di andare al molo.
All’uscita dalla Manifattura Tabacchi e prima di rientrare, anche se c’erano i bambini ad aspettarla.
Scrutava il cielo e osservava con preoccupazione se i gabbiani stanziavano sulla banchina: era segno di cattivo tempo.

Quanto doveva durare ancora la guerra?
Ciccio, suo marito, non tornava da mesi e non dava sue notizie da settimane.
Per di più lei e tutta la famiglia avevano passato intere notti nelle grotte, a rifugiarsi dai bombardamenti al Porto.
L’oscurità, la costrizione, il puzzo nauseabondo di quegli antri sovraffollati la esasperava.

La preoccupazione le mangiava il fegato, specie quando sua sorella Pinuccia arrivava fresca e tranquilla che Tanino, con cui era sposata da qualche anno, si era messo in malattia dalla Tirrenia ed era rimasto in mezzo alle cosce sue, e riportava di episodi di attacchi aerei, come un uccello di malaugurio.
“N’te aggie” le diceva suo padre.
Totò, ormai in pensione dal mare e rimasto lì, il giornale piegato fra l’avambraccio e l’ascella manco fosse una baguette e il tabacco masticato sotto al cappello, sapeva che una figlia torturava l’altra in questo modo, e voleva che la più piccola chiudesse la bocca.

Un giorno arrivarono finalmente novità.
Rosa guardò con terrore la busta  che le era stata appena consegnata.
Il mittente era chiaro: “Francesco Maniscalco”, suo marito.
Ma la scrittura non apparteneva a quelle mani che avrebbe riconosciuto pure al buio.
Si sedette. “E’ morto” pensò “inutile che la leggo”.
Trapassò con gli occhi la missiva ancora chiusa e fissò il vuoto. La sua esistenza era finita.

Dopo qualche ora di riluttanza prese coraggio, doveva pure parlare con i suoi figli.
Aprì i fogli e seppe.

Durante il servizio dal Lazio ad Olbia, mentre Ciccio si trovava in sala macchine, il postale aveva subìto un bombardamento degli Alleati ed era colato a picco nel giro di un’ora.
Le autorità erano convinte di non trovare vivo più nessuno. Mandarono i soccorsi per scrupolo. Ed effettivamente non si recuperarono che pezzi di carne esanimi. Non tutti i marinai erano però risultati all’appello, perchè  alcuni si erano dispersi tra le onde.

Dopo qualche giorno un cadavere entrò nelle acque dell’area del Golfo di Civitavecchia. Galleggiava poggiato su un asse di legno di tribordo. Evidentemente era qualcuno dell’equipaggio mandato a fondo e la corrente ne aveva restituito il corpo.

Si trattava di Ciccio. Era vivo. A pezzi ma vivo.
Il mare, invece che inghiottirlo, lo aveva riportato indietro.

Per settimane era rimasto in stato di semi incoscienza in cura presso l’ospedale militare di Gaeta.
Gli arti si erano rotti, scriveva l’infermiera sotto dettatura, ma lui tornava.
Aveva deciso di “mettere firma” e obbligare i medici a lasciarlo andare, certo che le cure familiari avrebbero in qualche maniera accelerato la sua ripresa.

Mio nonno Francesco, navigante, fuochista, rientrò storto e tutto fratturato a casa. Non si reggeva quasi in piedi.
Aveva servito la Patria fino a che aveva potuto: mentre spaurito come chi è scampato ad un pericolo gravissimo varcava la soglia della sua stanza, un tardo pomeriggio di fine estate, la radio annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile.

Era l’8 Settembre 1943.

 

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