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Asparinu e Maria che non lo volle sposare

Asparinu ogni tardo pomeriggio si piazzava là sotto, sulla strada, in Via Nicolò Spedalieri, accanto al lampione.
In questa maniera, quando veniva il buio, poteva continuare a guardare verso le persiane del primo piano, facendo scorgere con chiarezza la sua faccia e i suoi occhi che puntavano proprio lì, alla fessura microscopica da cui trasparivano ombre e luci della casa, per trasmettere tutte le sue serie intenzioni d’amore con quella pustiata.

Dietro c’era Maria, che era una ragazza sistemata. Di famiglia non ricca, ma dove entravano due stipendi, perchè la madre, Rosa, lavorava alla Manifattura Tabacchi, all’Acquasanta, e il padre, Francesco, era imbarcato, un fuochista della Tirrenia che, quando era a terra, prestava servizio alla Fabbrica Chimica dell’Arenella per l’affumicazione delle arance.

Lui certo era tanticchia grezzuliddu, era solo un manovale, ma Maria gli piaceva: era tutta bella formosa, no sicca sicca come certe picciotte che sembravano sarde salate, e giravano per il quartiere prese dalla mania di Greta Garbo. Insistendo magari quello spiraglio, lì tra le persiane, poteva diventare un passaggio.

E questa speranza diventò convinzione allorchè giunse notizia che Don Ciccio purtroppo era morto per una infezione all’orecchio. Sta figlia, ora che era orfana, avrebbero dovuto pur maritarla.

Andando al funerale, e tenendosi nelle retrovie del corteo, capì però che il suo grande problema non era il padre defunto, ma il fratello ventenne e vivissimo: Nino. Non altissimo, ma slanciato, bello, vestito sempre in camicia, con un paio di baffetti da sparviero curati. Parlava in italiano! La voce che correva su di lui era che fosse allittratu, studiava qualsiasi cosa gli capitasse sotto mano, dalla lingua inglese, alla fisica dei sistemi elettrici, dalla storia, alla geografia. Era pure iscritto alla Scuola Radio Elettra. E per questo le ragazze da marito del quartiere lo guardavano e lo riguardavano, soprattutto le tre sorelle Tranchina.

Sembrava un termine di paragone quasi imbattibile per lui.

Asparinu ebbe purtroppo conferma di ciò quando provò ad avvicinare Maria per strada qualche settimana dopo. Vestita ancora a lutto, che la madre aveva disposto che lo portassero per tre anni tale era il dolore in famiglia, andava in giro per Via Montalbo a fare la spesa con un’amica. Quando il povero giovane provò a proporsi ebbe in cambio uno sprezzante: “Vatinni sbriugnatu, si u sapi me frati…” (trad. “Vattene svergognato, se lo venisse a sapere mio fratello…”)

Invero Maria, tutte le volte che si accorgeva di Asparinu strada strada, messo accanto al lampione, le persiane le chiudeva magari meglio. Che non avesse a vederla manco per sbaglio. Un muratore che non spiccicava una parola che non fosse in dialetto, stiamo scherzando, cosa avrebbe detto mai Nino?

Fu così che Gaspare sposò Tanina, che era andata a passeggio quella mattina con Maria e che invece si era mostrata ben più disponibile, ma certo lei era figlia di tavernari.
Maria dal canto suo non si sposò mai. Perchè nessuno le sembrò degno di essere presentato al fratello.

 

 

Niente etichette

Non definisco i rapporti.
Non è più l’epoca in cui cercare una nicchia precostituita dentro cui trovare il senso di me.
Attraverso la fase della vita in cui non ne ho più bisogno per essere.
Ho necessità possibilmente di un po’ di felicità e di gustare le relazioni che il mio percorso mi ha, bontà sua, concesso, sperando in qualche nuova gratificazione futura, lavorandoci un po’ su e tagliando qualche ramo secco.

Uno dei doni più importanti dell’esistenza, forse il rapporto fondante della mia età adulta, lo descriverei così, come la ricetta di un cocktail: una parte di amicizia sincera, una di sesso godurioso, una di amore profondo ed una di libertà assoluta.

Il riposo dentro lo shaker del tempo ha fatto sì che, con gli anni, e per periodi più o meno lunghi, risaltasse una componente piuttosto che un’altra, senza che cambiasse mai la sostanza, rendendo però impossibile la definizione.

Ho così imparato che senza etichetta è meglio.

Vivamus atque amemus.
Questo basta.

 

A casa tutti bene

Ci sono nomi che creano aspettative. E lo sa bene, chi di professione ha scelto di fare il regista. Ed è esattamente quello che fa Gabriele Muccino, quando sceglie il cast del suo ultimo film. Tutti nomi che recano una certa carica di destino. ‘A casa tutti bene’, dunque.

Mi metto comoda ed aspetto.
Che poi è quello che faccio sempre quando temo ma spero, fino all’ultimo, di non esser delusa.

E Muccino, esattamente come da manuale, mi ha sedotta ed abbandonata. Naufragar nell’aspettative deluse, sotto ogni profilo.

Non c’è storia.

È una mera-fedele riproduzione di uno spaccato di vita, della borghesia italiana. Perlopiù concentrati ad apparire che viversi. Conoscersi.

Tutto è rimasto in superficie.

Non si è arrivati ad un rapporto madre-figlia viscerale. Nè ad un Amore follemente passionale. E neppure ad una vera e propria tragedia. Che come ha ben sdrammatizzato il mio Amico Pi seduto alla mia destra, è stata questa poi la vera tragedia, per me. Che ho imparato a smettere di essere anaffettiva. Che piango e rido in egual misura. Perché di piangere e ridere ne ho, addirittura, necessità.
Che sono diventata più brava a condannare che assolvere. Che non mi perdono. Che destrutturo, e spesso distruggo, in nome della verità – che è sempre una ed assoluta. Ed io mi sento esattamente così. Assoluta.

Peccare di pathos, quindi, è la colpa più grande di questa numerosa, ma neppure tanto caotica, famiglia italiana. Simile a molte, ma non di esempio. Voglio sperare.

Ps. È entrato nella mia lista dei perdibilisssimi, di default. Grazieaddio!

Rossana Campaniolo

Il mondo dietro una maschera gialla!

Quando siedo in casa Assittata, è difficile trovare qualcosa che mi trattenga dal riflettere a lungo e sfogare i miei pensieri su fogli di pixel bianchi.
Tra queste pareti volano pensieri e accuse, disgusti e complimenti di ogni tipo, consigli e pratiche vanità davanti allo specchio.

Parliamo di noi stessi, degli altri, dei luoghi che abbiamo visto e quelli che non vorremo più vedere, della realtà che ci circonda e di quella che creiamo noi per stare bene.

Oggi farò una cosa che non era successa prima su questi sfondi: vi parlerò di un esperimento sociale che ho avviato tre mesi fa, in silenzio e nascosto agli occhi di tutti, e che ho chiuso non pochi giorni or sono.
Ho usato una “dating app” per la prima volta, e assieme a voi ne analizzerò le varie sfaccettature, che hanno portato una persona tranquilla come me all’esasperazione e al più profondo orrore.

La realtà delle “dating app” esiste e si fa sentire, nonostante la gente tenda a tenerle nascoste e vergognarsene, non parlandone mai con amici o familiari e arrossendo quando se ne menziona anche solo il nome.
Si finge di non conoscerle o non ricordarne il marchio, e quando di fronte ad una determinata persona X viene posta la domanda: “Ma come l’hai conosciut*?” si tende ad inventare una storia del tutto nuova, o dare la colpa al più comune Facebook.
Eppure ho provato per la prima volta Grindr, un’applicazione d’incontri tra omosessuali, e non ne ho provato alcuna vergogna. Sarà perché non ho mai dato un peso concreto ad uno strumento simile, sarà perché son sempre stato schietto e sincero in ogni cosa della mia vita, ma non vedevo il motivo di così tanto imbarazzo.

E così, davanti ai vostri occhi, apro l’applicazione e ve ne descrivo i meccanismi, vissuti giorno dopo giorno per quasi tre mesi interi.
Clicchiamo sull’icona con la maschera gialla, che ormai vedo contro le palpebre ogni volta che chiudo gli occhi inorridito. Sulla home, sentiamo già che qualcosa puzza di marcio: volti, petti scoperti, sederi nascosti sotto ai jeans, profili senza immagine. Sono ovunque e si delineano poco a poco mentre scorriamo la lunga lista di contatti che, per fortuna, si ferma senza dare l’occasione di vedere altro.
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma non lasciatevi ingannare, perché nei prossimi punti vi elencherò cosa non va con un’applicazione che ormai è ritenuta qualcosa di fondamentale nella vita di quasi ogni omosessuale, considerata uno strumento necessario per “trovare qualcuno o riconoscere chi è cosa intorno a noi”.

1) HIGH SCHOOL NEVER ENDS
Così cantavano i “Bowling for Soup” e così va, più o meno, il magico mondo su sfondo nero di Grindr. Sembra di essere tornati tra i corridoi di un comune liceo americano, quelli stereotipati che vediamo sugli schermi quando seguiamo una banale serie televisiva o un film comico. L’unica differenza è che Grindr è la realtà, ed è una di quelle realtà fatta di gerarchie e scale sociali.

Abbiamo l’utente più famoso, che è normalmente il più bello e quello con i pettorali sempre in mostra, che ha la chat intasata di messaggi e “tap”, una sorta di adesivo che ci si invia l’un l’altro per dire: “Ehi, sono qua e ti trovo carino/scopabile, calcolami e andiamo!”
Lui comanda tutto e tutti, è conosciuto in lungo e in largo, e quando lo rifiuti o ti metti nei casini con lui sei automaticamente segnato. Puoi contare i tuoi giorni, perché dirà ai suoi amici in palestra o a chiunque sarà la sua prossima vittima che “c’è questa troia pazza che se la tira, ma non vale niente”. Vi stupite di come vadano le cose?

Maddai, è semplice gerarchia, forza!

In netto contrasto con questo tipo di utente, abbiamo gli sfigatelli, che poi sono le persone più comuni e discrete, quelle che preferiscono stare sulla loro e parlare con pochi utenti, fidandosi di ancor meno gente. Ovviamente passano in sordina e non avranno mai un’occasione da parte di nessuno, anzi se possibile saranno le prede più facili da ingannare, quelle a cui dirai qualsiasi cosa pur di aggiungere un’altra tacca alla tua cintura penosa di conquiste.
I poveri sfigatelli, che tanto sfigati poi non sono, sono i tipici utenti che preferiscono entrare su Grindr una volta ogni cento anni, pur di conservare la loro dignità ed evitare l’ennesima presa in giro da chi, su quello sfondo nero, fa da padrone e gioca con le carte più sporche che ci possano essere.

In fondo alla scala sociale abbiamo gli utenti più grandi, quelli che vanno dai quarant’anni a salire. Un po’ come i contadini nel medioevo, questi utenti vengono usati al momento del bisogno, per racimolare un po’ di soldi con del disgustoso sesso a pagamento o quando finiscono le scorte di utenti da manipolare.

In mancanza di carne fresca, va sempre bene tappare qualsiasi buco capiti a tiro, soprattutto nelle ore notturne e nelle fasi più improbabili della giornata, nei luoghi più sudici che sanno di trasgressione.
Siete perplessi? Eppure questo è il meccanismo base. Andiamo avanti.

2) VENDESI AL MIGLIOR OFFERENTE
Questo è un altro dei tasselli fondamentali delle regole non scritte che caratterizzano Grindr. In fondo, non è un caso che chiunque stia su quell’applicazione si lamenti di essere trattato come “carne da macello”, salvo poi comportarsi come se fosse peggio che un prodotto in vendita e pronto per essere concesso a tutti.

Eppure, applicazioni come Grindr non sono altro che una vetrina linda e pinta, in cui gli utenti si mettono in mostra provando a dare il meglio di sé, così da farsi comprare dal miglior acquirente nei dintorni.

Il kit del perfetto maiale al macello include:
– una foto profilo, che l’utente medio preferisce perfetta e impeccabile, possibilmente col fisico in mostra così da poter far capire agli altri che ne varrà la pena;
– una descrizione non troppo dettagliata, ma possibilmente interessante, così da ingannare anche le menti più innocenti e spingerle ad entrare in contatto con l’utente in questione;
– informazioni base come l’altezza e il peso, le preferenze sessuali e la cerchia a cui si appartiene, per delimitare il campo pur restando aperti a chiunque;
– extra come il profilo Instagram o Facebook, giusto per mantenersi social e alzare il numero di seguaci da tutto il mondo.

Con tutto il materiale a disposizione, l’utente medio può entrare senza problemi nel magico mondo di Grindr, e verrà quasi subito attaccato e bombardato di messaggi, finché il suo profilo non “passerà di moda” e sparirà tra il resto dei prodotti.
Curioso, vero? Sembra proprio di stare al supermercato. Eppure, tutto questo è ancora niente.

3) MAMMA, HO PAURA DELL’UOMO VERO
Se i primi due punti ho avuto modo di analizzarli da lontano, quest’ultimo ha purtroppo coinvolto anche me in prima persona, contro la mia volontà. Sembrerebbe un brutto vizio degli utenti di Grindr, ma io ritengo che sia soltanto una più comune paura, quella di trovare dietro la foto profilo una persona vera.

E con “vera” intendo una persona in carne ed ossa, con un cuore ed una mente, con una bocca per parlare, con un paio di occhi più o meno profondi per guardare e analizzare la situazione, con delle mani che possano stare al gioco o rifiutarlo di colpo.

Ma soprattutto, sembrerebbe che gli utenti di Grindr abbiano paura di trovare una persona che sia totalmente Umana, e non soltanto una bambola gonfiabile con cui parlare del nulla finché non si arriva al dunque, solitamente consumato sul letto di una stanza stretta o su una macchina al freddo di un parcheggio qualunque.

C’è qualcosa che gli utenti su Grindr notano in un’altra persona, ad un certo punto, ed è la stessa identica cosa che li spinge a sparire dopo la prima sera. Credo stia tutto negli occhi o nei dialoghi, quando si fanno troppo insistenti o presenti, quando si parla troppo e di troppe cose. È come se, con i dialoghi, si varcasse una soglia che rovina il rapporto sessuale consumatosi successivamente, spingendo uno dei due a tagliare i ponti sparendo nel nulla.
Da qui nasce il più comune “incontro-da-una-botta-e-via”, quello più semplice in cui non ci si conosce e non si parla più di tanto, se non limitandosi alle domande più educate tra “come va” e “che hai fatto oggi”. Niente che possa effettivamente cogliere l’interesse dell’altra persona.

C’è tanta paura tra gli utenti di Grindr, che può andare dalla paura di accettare il fatto di aver conosciuto un altro essere umano, alla paura di aver conosciuto effettivamente un uomo. Quest’ultima è una cosa che molti, anche su Grindr stesso, faticano ad accettare ritenendola inconsciamente contro natura e rifiutando qualsiasi tipo di legame affettivo con una creatura dello stesso sesso.
È triste, e penso che a questo punto vogliate fermare quest’analisi, troppo sconvolti da come funziona questo mondo nascosto nelle tasche dei jeans di milioni di persone al mondo.
Potrebbe mai essere peggio di così? Risposta ormai ovvia: sì.

4) IL PESO DI UN LEGAME
Confesso: questo è il punto che mi urta di più, ossia la costante paura che gli utenti di Grindr hanno di legarsi ad un’altra persona, nel modo più dolce e tenero possibile. Frequentando un’applicazione del genere, vi rendereste
conto che c’è una sorta di odio profondo, quasi malato, anche solo al sentir nominare la parola “relazione”.
E quando arriverete ai famosissimi “profili di coppia”, vi accorgerete che è lì che sta il problema di fondo: nessun utente di Grindr sarà mai disposto a rinunciare alla propria libertà sessuale, in cambio di qualcosa di stabile che potrebbe sfociare nella monotonia. È molto più facile trovare la novità in un corpo nuovo, e per questo nessuno vorrà mai legarsi troppo ad una persona.

La stessa cosa accade nella più comune frequentazione: due persone escono assieme per una settimana o due, magari arrivano anche ad uscire assieme per un mese, ma uno dei due manterrà sempre i contatti con chiunque gli capiti a tiro.
Questo è il perfetto esempio del fenomeno più tristemente diffuso su Grindr: la mancanza di rispetto e di sincerità, gli uni con gli altri, ma soprattutto verso sé stessi.
Non so quanto di tutto questo sia più o meno grave, ma purtroppo è un problema presente e credo che sia stato questo a spingermi a concludere in fretta il mio esperimento, per non andare ad incappare in qualcosa di ancor più grande e triste.

Sembra quasi che il mondo umano, a livello interiore, stia andando a rotoli e nessuno potrà mai farci niente. Le “dating app” sono una realtà insistente e, di questo passo, non tramonteranno mai.
Neanche in un futuro in cui si potrà stare tranquilli già solo essendo sé stessi in totale libertà.

Di Paolo Costa

La gelatina in polvere Fabbri di Bologna e la rinascita della pasticceria (a casa mia)

Saranno stati anni che non preparavo dolci, soprattutto a questo ritmo!

Essere siciliana dona agio con la pasticceria, non c’è nessuna necessità di farla in casa. Si trova davvero ad ogni angolo di strada. Perchè sbattersi così tanto se poi basta allungare il passo e qualche euro?

Salvo che i miei nipoti hanno improvvisamente scoperto di essere intolleranti al glutine e, per evitare complicate ricerche zuccherate per negozi nei giorni natalizi, ho deciso di cimentarmi di nuovo, con un investimento di energie importante sull’argomento.

Non ricordavo quasi più nulla. Dovevo studiare! Ho dunque iniziato con qualche ricerca su internet.

Ho trovato tante informazioni, molto dispersive e per questo complicate e stavo per mandare tutto in malora, finché mi sono ritrovata tra le mani, un po’ per caso, la gelatina in polvere della Fabbri.

L’ho guardata da subito e a maggior ragione con grande sospetto.
Per me il processo chimico che trasforma un liquido in un dolce al cucchiaio è sempre stato un po’ ammantato di mistero, conseguentemente costellato di insicurezze nell’approccio e caratterizzato dalla rinuncia alla lunga.

Salvo che, unico caso mai visto, dentro la scatola era segnalata la presenza di un piccolo ricettario.
Mi sono fatta coraggio: ho comprato il prodotto e l’ho portato a casa.

Miracolo! Il piccolo vademecum ha fatto più del suo dovere ed affinato con immediatezza le mie antiche attitudini.


In breve sono stata capace di realizzare una panna cotta, mai tentata in vita mia, elaborare una variante alla fragola del classico tiramisù, servire una mousse di frutta, con una colata di sciroppo di arancia e ganache al cioccolato.

Tutto spiegato là, in modo estremamente chiaro.
La gelatina si è rivelata molto semplice da usare e mi ha assicurato dei risultati certi. Si incorpora immediatamente ed a secco in tutte le preparazioni. Niente impiastri, nessun pasticcio. L’uso è lineare e comprensibile.

Mi si è riaperto un mondo. Da grande farò la pasticcera!

Qualche voto (considerate che la gelatina deve essere insapore, la buona valutazione nasce da questo!)

Aspetto 7/10
Profumo 7/10
Consistenza 8/10
Gusto 8/10
Prezzo 6/10

Totale 36/50

Pan Piuma – prodotto da Arte Bianca di Marghera (Venezia)

Qualche giorno fa un mio amico ha messo il naso dentro una confezione di pane in cassetta di una nota marca: “Niente, in qualche maniera questi prodotti odorano sempre di alcol”.

Ed è vero: per quanto comodi da mangiare danno una spiccata sensazione di finto.

Non è cosi per le fette di Pan Piuma. Che mi è stato recapitato dentro una scatola del programma degustabox.

E’ un articolo che mi è arrivato a sorpresa, molto gradevole direi, prodotto da Arte Bianca, a Maghera in provincia di Venezia.
Si tratta di un pane morbidissimo, costelato da cereali, dal profumo e dal sapore naturali, bianchissimo e un po’ ristico nell’aspetto, gradevole nel gusto e nel profumo, completamente privo di crosta.
Stasera l’ho mangiato come accompagnamento ad un passato di zucca e carote e ad una fetta di tacchino panato.

Spero di trovarlo anche qua per poterlo acquistare, posto che su google viene segnalato ad € 1,89 per una confezioni di 400 grammi.

Quale voto:

Aspetto 7/10
Profumo 7/10
Consistenza 8/10
Gusto 8/10
Prezzo 6/10

Totale 36/50

 

Lo Zighinì di Africa – Roma

A Palermo non ce ne sono ed io li ho conosciuti nella mia occasionale frequentazione di Roma.
Mi riferisco ai ristoranti Eritrei, sempre ospitali e gustosi.

Quello che ho avuto modo di visitare più spesso è “Africa” in zona Termini.
Interessante in primis per il fatto che è vicino la Stazione ma non si trova nel carnaio commerciale ed industriale che questa rappresenta: lì tutto è un touch point di marketing, anche un tozzo di pane.

Invece entrando nel locale si trova un’atmosfera accogliente, sebbene un po’ buia, calda e confidenziale.
Arredato, come ci si aspetterebbe, in stile africano, adattato probabilmente al gusto europeo.


La scelta nel menu è ampia e gustosa. Di norma i piatti possono essere piccanti, l’avventore viene avvisato e guidato nella scelta del livello di invasione delle papille gustative.

Quasi sempre ordino con qualche amico lo Zighinì, che è un piatto tipico, unico, a base di carne, pesce o verdure, a seconda dei gusti, servito su crespelle acidule che servono da accompagnamento e da posate.
Si mangia rigorosamente con le mani!

Il servizio è familiare il prezzo conveniente.
Anche i dessert sono per chi ama i gusti incisivi: l’halwa a base di sesamo può essere davvero tanto zuccherino.

La valutazione: è da frequentare tutte le volte in cui è possibile!

Eccola:

Location, 6/10
Servizio, 6/10
Presentazione piatti 7/10
Gusto e qualità, 8/10
Rapporto qualitá e prezzo, 8/10

Totale: 35/50

Me cumpari Turiddu – Catania

Sono con quattro amiche, ed una mi dice indicando un ingresso sulla strada giusto di fronte a noi “Andiamo là? Ci passo davanti quasi ogni giorno e a vederlo da fuori sembra buono”
Concordiamo tutte. Entrando la location è deliziosa: si tratta del Ristorante Bistro “Me cumpari Turiddu”, in Piazza Santo Spirito a Catania, con un arredo caratteristico e gradevole.

Il personale, sin da subito, è gentile e competente.
Ci viene rappresentata la possibilità di scegliere tra il ristorante, con una proposta articolata, e il bistrot, per pranzi veloci e leggeri.

Optiamo per il primo.

Il menu è vario ed interessante. E’ scritto in maniera curiosa e vivace.

Quasi tutte ordiniamo dalla sezione “padelle e pignate” una frittata a testa. Due commensali preferiscono le panelle con le crocchette (a Catania!) e altre due una provola grigliata.

Il servizio si conferma, come dall’ingresso, buono, il cibo è di qualità e ben trattato, le frittate alla zucca ed alle erbe sono deliziose. La provola è perfetta: ci sono ristoratori che esagerano nella grigliatura o che non insistono lasciando il formaggio sostanzialmente non cotto.


Le panelle sono gustose, le crocchette più morbide del necessario e predono un po’ di consistenza. Il sapore però è gradevole.

Il caffè finale non è da meno e una di noi acquista anche una marmellata: perchè sì, è possibile anche portar via qualche conserva o qualche dolce.

Il costo del pasto è stato più che sostenibile.

Molto interessante e consigliabile. Magari tornerò per provare l’offerta del ristorante.

Ecco un po’ la valutazione (buona)

Location, 8/10
Servizio, 8/10
Presentazione piatti 7/10
Gusto e qualità, 8/10
Rapporto qualitá e prezzo, 8/10

Totale: 39/50

 

 

Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

Salirosso – Trapani

“Trapani non sei tu, sono io!” è la relazione complicata che ho con la mia città natale, da 27 anni -orsono!
Lei mi accoglie. Io la difendo. Ogni volta. E quando litighiamo accade perchè io mi sento soffocare. E questo si ripete ogni mese di ottobre: Gli ultimi vacanzieri ripartono e Trapani va in letargo. Ed io mi sento mancare l’aria, giorno dopo giorno.

Il cinema. I reading. Le degustazioni. Sono le mie boccate d’ossigeno, sane e pure. Che voglio condividere con voi, assittati insieme a me.
È di giovedi, 23 Novembre, l’iniziativa “Il porco incontra il qualeddu”, ideata dai ristoratori di “Salirosso”, gioiellino nascosto in una delle viuzze storiche del centro della città. Serata-evento, che ha visto noi commensali-partecipanti-attivi.
Si, sono estasiata. E non solo perchè il giovedi lo preferisco, senza obiezione alcuna, al sabato sera. Ma tutto ciò che è nuovo mi attrae, ed agli accostamenti di sapori non resisto. Scelgo sempre di lasciarmi sorPrendere. E stavolta è andata bene! Nonostante il grande classico “Giovedì gnocchi”, io mi sono comunque sbrodolata con la fonduta di pecorino. Che è il massimo apprezzamento che potessi mostrare.

L’intenzione è quella di reinvintarsi ogni settimana qualcosa di invitante, ha confessato lo chef a fine serata. Io resto in attesa, quindi. Voi provate ad esserci, perchè iniziative simili vanno condivise, sUpportate e sOpportate -come ha ben fatto la mia Amica #mau, che di porco e qualeddu non ne aveva la benchè minima considerazione!

La mia parafrasi in voti è la seguente:

Location, 8.50/10
Servizio, 9.50/10
Presentazione piatti, 6/10
Gusto e qualità, 8/10
Rapporto qualitá e prezzo, 9/10 a menù fisso.

Totale: 41/50

Di Rossana Campaniolo

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