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“Abendrot”

Sono stata al teatro. Più precisamente, ad uno spettacolo di danza contemporanea. Ci sono andata da sola. Io. Me. Me stessa. Che già così potrebbe sapere di ‘notizia’ meritevole di scrittura. Ed invece no. Faccio tantissime cose da sola. Dormo da sola. Indi per cui, mi sveglio in quasi solitudine. -Mille mila domande di mamma, a parte, mentre con quasi religioso silenzio attendo il gorgoglio della moka.-

Ciò, quindi, che di interessante e nuovo c’è è che: Lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo!
A dire il vero, nonostante la sofferenza che sento per la mancanza, ormai dai tempi della seconda guerra mondiale, di un teatro a Trapani, mi è piaciuta anche la location. Un chiostro, quello di San Domenico, nel cuore del centro storico di Trapani, prestato all’arte soprattutto nella stagione estiva. Domenica e lunedì, 09-10 settembre 2018 ha aperto le porte alla mente-al cuore-ai piedi delle sorelle Lo sciuto. Betty e Patrizia che hanno ideato, coreografato e curato la regia di “Abendrot”.

Due donne leggere nell’ anima, quasi eteree, ma mai banali e superficiali. Questo, per chi non ha mai avuto modo di parlare con loro, guardandole negli occhi, lo si può intuire dalle poche ma puntuali note di regia. Tre parti, anziché il classico dualismo. Come un match. Danzato sul palco, della vita. E questa volta, la vittoria di tutta la compagnia di ballo è stata netta.

Il primo “ Vier Lezt Lieder” di Richard Strauss ha visto protagoniste Delfina Stella, Arabella Scalisi, Silvia Giuffrè, German Marina e la stessa Patrizia. Che alternandosi, puntualmente come le stagioni, perché d’altra parte è cosa ridondante che le mezze stagioni non esistano più, hanno fluito sul e nel tempo musicale e non. Lo hanno fatto con un’energia che teneramente contagia e fa riflettere, e, forse anche, imparare che abbandonarsi alla vita, nel senso di non opporsi, o meglio afFidarsi, è l’unica cosa che davvero ci è concessa.

Senza paura.

Il secondo momento “Rèminiscences d’amour” ha come incipit l’introspezione di una donna. Non saprei dire quanta autobiografia ci sia, ma sicuramente la minore delle sorelle Lo Sciuto s’è messa in discussione, e non in qualità di ballerina, le cui capacità sono pienamente riconosciute ma come essere femminile di questo tempo. Essere sempre più perfettibile, e per questo, forse, irrequieta. Interpretazione intimistica, commuovente. Ho pianto. Per me, per essermi riconosciuta in quell’ incomprensibile modus vivendi del “Io non sono sola. Sto da sola”. Che meriterebbe, concedetemelo, parimenti, lo stesso “Congratulazioni” che i più non mancano di rivolgere agli sposi che hanno deciso di condividersi per un tempo di vita indefinito. Ho pianto. Per tutte le donne, che non si vogliono bene. Che non riescono ad abbracciare se stesse. Che non riescono ad essere Amiche delle donne. Io che di Patrizia, invece, Amica sento di esserlo.

Uno spettacolo a predominanza femminile, sicuramente. Che a conferma dell’anticonformismo che lo contraddistingue sovverte, in modo misurato, un’idea anacronistica, e mette in scena “grandi uomini dietro a grandi donne” Marco Calaciura e German Marina. Ballerini che sanno di principi, quando volteggiano all’ unisono con la partner. E lo sono state, come solo l’Amore può farti essere, felici-emozionate-sognanti-tremanti Giuliana Martinez nell’ interpretare la “lei” del duo, e Giuliana Principato in “The unanswered question”.

Infine, trascorse le due ore di catarsi, se non sufficiente quantomeno necessaria, che è l’effetto di ogni spettacolo a maternità Lo Sciuto, il terzo ed ultimo incontro, tra palco e realtà, è stata una vera e propria festa in cui tutti i danzatori perfettamente allineati nei tempi, nei passi, nelle pause ed anche nei respiri sono esplosi in una fragorosa risata che ha coinvolto la platea tutta. Il cui cuore, sono certa, stesse scoppiando per tutte le emozioni da cui ognuno ha scelto di farsi investire.

Ed io che poco prima dell’inizio mi ero infastidita e per l’assenza di sedute a sufficienza per il pubblico presente, e per la presenza di bambini, forse troppo piccoli ma comunque rumorosi, sono tornata a casa felice di esserci stata. Fiera della mio passato di danzatrice. E malinconica per aver smesso.

NB. Foto di Rino Garziano.

Rossana Campaniolo

Enrichetta d’Inghilterra. Assittata nel Seicento

Sono nata nel 1974, quindi ho una dipendenza da Lady Oscar.
Un legame così forte da farmi appassionare alla storia europea anche dei secoli prima: da sempre sono curiosa soprattutto delle vicende delle grandi dinastie.

Temo sia questa la ragione per cui sto vendendo “Versailles” su Netflix.

Badate, nulla di differente rispetto a quanto non siano le fiction sui Borgia, piuttosto che sui Tudor.
Il re, maschio alfa, è sempre una specie di rockstar senza cuore che, a dispetto dell’avvenenza e dell’intelligenza, scarsine, si realizza secondo due direttrici: comandare e fottere. Così è Luigi XIV, un megalomane dal letto affollato.
Ovviamente non si tratta di una valutazione storica, ma relativa alla sua rappresentazione nella serie.

Tuttavia questa ennesima immagine della corte del Re Sole mi ha fatto scoprire una figura mai notata in ben 38 anni di esperienza: Enrichetta di Inghilterra.

by Sir Peter Lely, oil on canvas, feigned oval, circa 1662

Principessa sfigatissima, a cui fu decapitato il padre e che fu ospite con la madre presso i Francesi, fin quando il fratello Stewart non riprese il potere. Fu  allora che venne data in sposa a Filippo d’Orleans, che era smaccatamente, apertamente, notoriamente gay. Talmente omosessuale che anche in famiglia sin da piccolo lo appellavano con il soprannome “la nostra bambina”. Talmente omosessuale che andava in giro per i saloni di corte vestito in abiti femminili.
Oltre al danno, la beffa.

E lei? Si assittò in pizzo o almeno ci provò.

Intanto fece due figli, sì con il marito gay. Poi si fece Luigi XIV, alla faccia del marito gay. Certo commise un errore di valutazione, infilando nel letto del re una domestica che poi divenne l’amante successiva del sovrano, ma allora erano rischi che si correvano.

Fu talmente civetta che ingelosì il marito e fu richiamata ufficialmente dalla regina madre di Francia affinchè mantenesse costumi più morigerati.

In pratica si tolse il testale: visto che non poteva avere quello che voleva, si prendeva quello che desiderava.
Lo fece talmente tanto che morì probabilmente avvelenata, forse dall’amante del marito, Filippo di Lorena, lo Chevalier.

Qui e qui potete appurare le prodezze di questa giovane, che visse alla grande fino a 26 anni e che ha tutta la mia stima storica.

 

Salvate il rispetto, salvate l’amore

Sedici anni, lo stomaco in preda al tipico formicolio del primo amore, un amore che l’ha scaldata per un anno, facendole tremare il cuore giorno dopo giorno.
Un cuore che non batte più.

Noemi Durini, col suo dolce sorriso e il suo amore incondizionato, è morta tra le mani del mostro di cui era innamorata. Un mostro che le ha regalato l’illusione di toccare il cielo con un dito, portandola sempre più in alto, verso nuvole di zucchero filato, come un sogno ad occhi aperti.
È proprio da lì che il mostro l’ha buttata giù, con gesti ripetuti per mesi interi: picchiata, aggredita verbalmente, con le ali tappate.

La splendida Noemi è morta a colpi di sassi, in una campagna sperduta.

Trascinata per due metri, forse tre, è rimasta coperta dai massi per chissà quanto tempo. Davanti ai suoi occhi, ormai spenti, il volto che aveva baciato infinite volte in quei 365 giorni d’amore: il suo fidanzato.
Cosa avrà pensato in quei pochi istanti prima del colpo? Cosa avrà pensato quando, accanto al mostro che aveva amato, si era trovata in aperta campagna? Si sarà rassegnata all’idea di morire? Avrà lottato in quei pochi istanti? Avrà pensato alla sua famiglia, ai suoi amici, a quei giorni in cui pensava che tutto potesse andar bene?

Forse avrà pensato: «Ci siamo, è andata così. Tutti lo sapevano e nessuno ha fatto niente.»

Perché è così che è andata esattamente.
Tutti lo sapevano, ma nessuno ha fatto niente. Noemi si è confidata con la madre, una mossa intelligente da parte di una ragazzina che forse amava davvero sé stessa e la propria vita. Insieme, hanno sporto denuncia, hanno parlato dell’atteggiamento turbolento del ragazzo.
Nessun provvedimento.

Adesso è troppo tardi. È sempre troppo tardi, in queste tristi storie.
Noemi giace in una bara bianca, pura come la sua anima, quella di una ragazza che ha amato sinceramente e con una semplicità unica, tipica dei primi amori e dell’adolescenza.
Le è costato la vita.

Ma quante volte ancora dovremmo sentire queste parole?
Quante volte ancora un amore malato, che riesce a plagiare le menti più pure, deve vincere sulla sincerità di un sentimento genuino?
Quante Noemi devono morire ancora? Quante altre persone, come Valentina Pitzalis, devono trovarsi faccia a faccia con la morte e restarne segnate per sempre?

Io non mi do pace e nessuno dovrà averne finché si sentiranno notizie del genere.
Bisogna farsi avanti, farsi ascoltare, urlare a squarciagola cosa si affronta, battere i pugni davanti ad un tribunale, insistere, mostrarne i segni, superare la paura e il trauma.
Anni fa avrei potuto essere io, ma adesso potrebbe essere chiunque. L’idea che anche un’altra ragazzina di sedici anni abbia dovuto affrontare queste cose, uscendone sconfitta, mi darà il tormento per anni.
Ed io non mi darò MAI pace.
Reggetevi forte, state in piedi, affrontate tutti questi Schiocchi di petto, a testa alta. Parlatene a voce e testa alta, ma parlatene.

Salvatevi, prima che sia troppo tardi.⁠⁠⁠⁠

Di Paolo Costa

Ufficio nonsense

Anno 2005. In un ufficio a Palermo. Settimana di Ferragosto.

Entro di botto in una stanza, i miei colleghi J. e K. sono alla medesima scrivania a controllare alcuni dati: “Scusate cercavo H.”
K.: “Non c’è, sarà andato a cagare”
Io, osservo meglio l’ambiente: “Questa stanza è grande, se si alzano due muri vicino le finestre si può ricavare una cabina bagno viso che H. ed J. cagano in continuazione”.
K.: “Ma invece non ti sembrerebbe il caso di aprire giusto quella finestra che è sempre chiusa, cu stu scuru?” ed indicando J. “Capisco che lui ha l’anima dark”
Io: “No guarda lascia perdere, almeno manteniamogli l’anima dark, visto che da quando si è fatto zito porta t-shirt che pare un vecchio”
fantozzi
K. “Un vecchio in pigiama, parino i maglietti ca usu io ri nuotte. E tu “rivolto a J ” dormi nudo la notte?”
Io: “Per favore favore finemula ca poi vi immagino nudi sul letto”
J.: “Io dormo con i pantaloncini e la maglietta, per esempio per ora ne ho una dei Metallica”
K.: “Iu haiu un pigiama, della fila, uno pantaloncini rossi e maglietta bianca, uno pantaloncini blu e maglietta blu con una fascia grigia…”
Io:” Matri mia parinu i pigiami ri Raimondo Vianello”
K.: “I pigiami di Raimondo Vianello? Talè ca stasira mi fazzu a foto e ta mannu”
Ancora aspetto…

L’uomo vitruviano (de noartri)

“Stamattina la sfango”. Giuro che l’ho pensato.
Perchè quando salgo sull’autobus la situazione è a dir poco paradisiaca, forse complici i dieci minuti di anticipo con cui sono riuscita ad uscire da casa.

Mezzo semi vuoto, posti, svariati posti a sedere a disposizione, corsa regolare, aria condizionata a manetta tanto da rendere possibile l’effetto “vento tra i capelli”.
Posso dirmi soddisfatta. Mi siedo e, addirittura allungo le gambe.

Invece no: sale lui.

Un metro e sessanta non di più, esile, chiaro di carnagione, capelli ed occhi, con un vestito gessato secondo le tonalità dei colori della terra, così assurdi che secondo me i pantaloni e la giacca glieli ha cuciti la mamma.
Quale commerciante distribuirebbe mai un obbrobrio simile?

vitruviano

A parte il pugno negli occhi anche l’agire è tutto un programma.
Decide infatti, nonostante sostegni liberi a iosa, di non appoggiarsi da nessuna parte e mantenere l’equilibrio nel corso della marcia in autonomia: gambe divaricate, braccia leggermente discoste dai fianchi, sguardo dritto.

Ma che ci deve fare l’uomo vitruviano?

E così, fra un avanti ed un indietro ondeggia sotto ai miei occhi per dieci minuti buoni, fino a quando, miracolosamente scende, alla mia stessa fermata, ed ha la decenza di sparire.

L’autobus è mio (come la piazza)

Ieri in autobus, che è sempre un luogo foriero di immense stranezze, entro e trovo già abbarbicato ad un passamano un tizio.
Apparentemente è un turista: shorts color sabbia, sandali scuri ai piedi, cappellino con visiera, occhiali da sole, zainetto di quelli pratici.
Subito dietro di me una signora arranca un po’.
Saliamo dalla parte anteriore, perchè  lì di solito c’è più spazio di manovra ed è più semplice obliterare, salvo che la macchinetta per timbrare stavolta è solo in fondo all’autoveicolo.
La donna contro ogni aspettativa e in qualche maniera mi supera e chiede all’uomo di passare.
Lo fa con cortesia e a bassa voce.
autobus-roma
Lui, con accento e sopracciglio inarcato perfettamente milanese: “Scusi perché, a che le serve?”
Lei, anche un po’ stupita: “Devo fare il biglietto”
Lui, sprezzante verso l’ignoranza meridionale e come se non parlasse con un’indigena spiega: “Il biglietto si acquista fuori, negli appositi chioschi “
Lei affina il concetto: “Fare nel senso di convalidare, devo andare alla macchinetta in fondo”.
Lui, allora, nella sua migliore espressione hitleriana: “E perché per passare deve invadere il MIO spazio?”
Lei non ne può più. La vedo mentalmente mettere le mani ai fianchi alla maniera delle assittate in pizzo meridionali che stanno per suonarle di santa ragione a chi si para per davanti e sbotta: “Picchì lei u spazio s’accattò nsiemmula o bigghiettu! Giustu è?”
Quello sgrana gli occhi.
Lei sgomita e passa. Sipario.

Assittarsi in pizzo è universale

Tutte le volte che salgo in autobus assisto a qualche pezzo di vita degli altri.
Un paio di giorni fa stavo sulla 101, percorrendo la direttrice di Via Libertà quando, aperte le porte posteriori all’altezza della fermata di piazza Politeama, scorgo vicinissimo quasi sotto lo scalino di uscita un uomo, dai tratti asiatici tipici del sud est, in bicicletta.
Faceva come a fermare la macchina, tanto da farmi pensare “O mamma, questo vuole caricarsi qui dentro con tutto quello che ha appresso”, invece una manciata di secondi dopo vedo spuntare dietro di lui una donnina giovane, di  non più di ventidue o ventitré anni, forse anche meno, dalla pelle scura e i tratti delicati.
E’ vestita tutta colorata e porta i pantaloni, una tipica casacca lunga e ha il capo coperto da un hijab che la rende affascinante.
Lo sguardo, nocciola, è basso, lo si vede appena appena attraverso le ciglia.
La ragazza, un po’ affannata, inizia a salire le scale e lui intanto le rivolge tre frasi nella lingua originaria.
Il tono, severo e direttivo, non lascia adito a molti dubbi.
Devono essere ordini di condotta del tipo: “Non perdere tempo”, “Non dare conto agli sconosciuti per strada” , “Stai attenta a quello che combini”.
Lei sussurra un assenso, o così sembra dal tono, e circospetta si accomoda su un sedile accanto ad un altra donna.
Le porte si chiudono, il bus parte e la ragazza sparisce alla vista dell’uomo.
Finalmente sola, e per questo libera, lei solleva la testa e, novella Magda, sospira e alza gli occhi al cielo: assittarsi in pizzo è universale!
pakistan_donna

Santuzza day (15 luglio 2009)

Ieri e oggi Palermo commemora la donna più importante: Rosalia Sinibaldi, una nobile che nel XII secolo, sfuggendo alle profferte amorose di un invadente principotto, chiese ed ottenne l’eremitaggio sul monte Pellegrino, la bassa collina che sovrasta la città.

Fu la fanciulla che, tre secoli dopo, già salvata Bivona nel 1375, fece in modo che Panormo scampasse alla Peste. Correva l’anno 1624, gli abitanti morivano come le pere ed un passaggio delle sue spoglie fu sufficiente a respingere totalmente il morbo.

Rusulia

La prodezza le valse il titolo di patrona e le diede modo di scalzare ben altre quattro protettrici: Caterina, Ninfa, Agata e Oliva che tutt’ora campeggiano ai canti di città nelle nicchie monumentali ma che, nelle ambascie di quei giorni, non risposero mai alle invocazioni dei fedeli.

La santuzza, così viene chiamata, è commemorata due volte all’anno, in luglio, con il mitico festino -panem et circenses delle cui beltà scrisse anche il grande Goethe- e con l’acchianata di settembre, pellegrinaggio all’eremo sul monte per chiedere grazie e rendere omaggio per quelle ricevute.

Dal 1625 le reliquie vennero poste all’interno di uno scrigno in argento e vetro, custodito all’interno del Palazzo Arcivescovile, e furono portate in processione per ricordare il miracolo compiuto, inaugurando una tradizione che in più di tre secoli ha subito ben poche interruzioni.

Il rito incontrò diverse variazioni nel tempo. In partenza consisteva in un breve tragitto commemorativo dal Palazzo stesso alla Cattedrale, poi divenne sempre più complesso, arricchendosi della presenza delle confraternite, di ulteriori passaggi e di carri in numero variabile, da quattro piccoli ad uno ma grande e trionfale.

Ancora oggi è un evento fondamentale per la palermitudine e presenta alcune tappe obbligate, dalla tradizione e dalla fama giunta anche ai turisti, come la visita alla cattedrale, la passeggiata per il cassaro e l’attraversamento di porta Felice verso il mare incontro ai fuochi d’artificio, nel simbolismo del cambiamento benefico dell’abbandono dell’oscurità, della malattia e della morte e dell’incontro con la luce della vita.

La processione è accompagnata almeno nel tratto centrale dalle grida:
“Uno. Notti e ghiornu farìa sta via!
Tutti. Viva Santa Rusulia!
U. Ogni passu ed ogni via!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nni scanza di morti ria!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nn’assisti a l’agunia!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Virginedda gluriusa e pia
T. Viva Santa Rusulia!”
ed ogni tanto il grido “E chi semu muti? Viva viva Santa Rusulia”.

I molti, dopo averlo visto, ricordano più che altro le acrobazie della vera e propria rappresentazione teatrale che, in particolare dagli anni Novanta, narra la pestilenza a Palermo e che ha fatto il giro del mondo.

Gli estimatori sanno però che il vero spettacolo sono i fuochi belli, coinvolgenti, emozionanti.

I disegni di luci in aria, così incredibilmente vicini da dare allo spettatore quasi la sensazione che alcuni tizzoni ardenti possano precipitare sul pavimento da un momento all’altro, cullati dalla musica che ne dirigono il procedere verso l’alto, sono stati e saranno sempre la vera espressione poetica del gaudio panormita.

Io, lui e le batterie

“Buongiorno, mi occorrono una confezione di batterie stilo, una di mini stilo e una piatta da 3 volt”
“Stilo o mini stilo?” Il tabaccaio scandisce la “O” e mi guarda sospettoso, dall’alto verso il basso, dove evidentemente mi colloca.
“Stilo e mini stilo” rimarco la “E”
“No perché tante volte si confondono”

38;39;250;250

“Io non le confondo” specifico “E la piatta da 3 volt, per favore”. Mi faccio seria, mi atteggio con l’espressione della persona che sa quello che dice.
“Per quella mi fai visionare quella vecchia, che non ti serve più, oppure mi porti l’elettrodomestico”
“E perché?”
“Perché ce ne sono di tre spessori e ti puoi confondere”
“Scusa me le fai vedere?” Insisto.
Le prende e me ne mette tre davanti: “Allora questa è la più spessa, poi c’è questa sottile e quella ultra sottile”
Prendo tra le mani la più consistente: “E’ questa, la compro”
“Sei certa?” di nuovo mi relega con gli occhi da Suor Gray che rimprovera Candy Candy “Attenta che una volta aperta la confezione non si può restituire”
“Grazie al cazzo” mi limito a pensare e gli porgo i danari per pagare.
Il reggiseno non mi impedisce di scegliere le batterie. Cretino.

Denti perfetti

Sono fissata con i denti delle persone. Ossessionata dai miei.
Non so perchè. Eppure mia zia me lo diceva sempre che “Cu s’innammura ri capiddi e denti s’innamura ri nenti”*
Forse dipenderà dalle perle perfette che sembrava avere in bocca mio padre – erano finti ma da bambina non potevo nemmeno immaginarmelo – o per il trauma che ho subito dopo la caduta dei miei primi.

A quattro anni avevo un’arcata perfetta e bianchissima, invece mia madre badava che li avessi soprattutto dritti.
Fu uno shock per me vedere crescere il primo dente nuovo: forma, colore, aspetto e inizialmente anche funzione non erano quelli che avevo sperato nell’attesa. Era più grande degli altri e mi dava fastidio.
Ecco perchè San Nicola mi aveva portato i soldi sotto la tazza capovolta: per risarcirmi del danno!

E come se non bastasse una caduta dalle scale qualche mese dopo me ne ha leggermente sbeccato uno, con nessuna conseguenza meccanica, tanto che il medico non volle intervenire.

denti

Comunque sia oggi sono una fan di tutti quei siti che ti dicono come mantenerli al meglio o al meno peggio.
Ho scoperto così oltre la salvia, il limone, il bicarbonato,  e che qualcuno – ma non io che me la faccio sempre un po’ sotto – usa sconsideratamente l’acqua ossigenata.

Infine ovviamente il dentista che ti cazzìa per il limone e il bicarbonato…

By the way, sappiatelo: se scopro che non ve li lavate mi assetto proprio in pizzo.
Quindi, nel caso non sia così, statemi alla larga per favore. Grazie assai.

 

*Chi si innamora di capelli e denti si innamora di niente

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