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Carmelina, Totò e la frittura delle patate

Carmelina era bidduna.
Con i capelli scuri e gli occhi celesti, chiarissimi.
Era venuta al mondo mentre i genitori  erano immigrati per un periodo in Algeria  per poi tornare a Palermo, in piena epoca coloniale.
Era il 1907 e la sua nascita era stata registrata presso il governo di Parigi,  per questo lei si considerò per tutta la vita orgogliosamente francese.

Fatto sta che, tornata in Sicilia, a sedici anni, Totò la adocchiò e iniziò a lanciare sguardi di fuoco diretti proprio a lei tra una grata e l’altra del balcone.
Lei, come si conveniva al tempo, si ritraeva dietro le persiane e aveva cura di accostarle per bene per negarsi anche solo alla vista.

Di tanto in tanto, però, scambiava con lui qualche parola di cortesia, per strada, complici la buona educazione e il fatto che Ciccina, la sorella di Totò, le mostrava considerazione.

Una mattina, mentre rientrava in tutta fretta verso casa con la spesa, acquistata su commissione della madre, la giovane incontrò il ragazzo che, tutto trafelato, le chiese aiuto per la sorella che si trovava in casa in difficoltà.

Lei accorse e Ciccina, non si seppe mai con quale pretesto, le chiese di friggere delle patate, cosa che avrebbe dovuto fare in quel momento e che la risoluzione del misterioso impiccio le impediva.

Passata una mezz’ora buona, anche un po’ preoccupata di non essere ancora rientrata, la ragazza fece per andarsene quando Totò le disse: “Non puoi, oramai sei compromessa, ci dobbiamo sposare”.
Ciccina, complice del fratello, era uscita di nascosto ed aveva comunicato il misfatto alla famiglia di Carmelina: non si poteva più tornare indietro.

Così, a causa dell’inganno intorno ad una frittura di patate, Carmela sposò Salvatore ed arrunzò otto figli, quattro dei quali diventarono adulti. Una fu mia madre.

Negli anni mia nonna richiamò l’episodio più volte a riprova dell’ingenuità di cui mio nonno approfittò per averla.
E ha sempre detto che “iu pi friiri ru patati e fu maritata senza né scu né passiddrà”*

Carmelina e Totò nel giorno del loro 50° anniversario di nozze. Non fatevi ingannare dall'inizio del loro matrimonio. Fu lei, poi, a portare i pantaloni...

Carmelina e Totò nel giorno del loro 50° anniversario di nozze. Non fatevi ingannare dall’inizio del loro matrimonio. Fu lei, poi, a portare i pantaloni…

 

*Andò per friggere due patate contate e si ritrovò sposata senza nemmeno una valida spiegazione

 

Una pagina di “giallo”

Mi ricordo che era magrolino e muoveva braccia e gambe bluastre.
Tremava di freddo.
Mi dissero che era bellissimo. A me non sembrava tanto, però a guardarlo mi suscitava un forte interesse.

Con il passare dei giorni cambiò.
Da blu diventò giallo. La mia viva curiosità si trasformò in amore incondizionato e immotivato: era solo che respirava, al massimo rigurgitava.

Qualche settimana dopo si addormentava, la TV accesa e la bavetta che colava dall’angolo della bocca mezzo piena di tempestina, davanti ai culetti ballerini di “Non è la Rai” .

A quattro anni era arrabbiato con suo padre e tirava calci , aveva ragione lui, e a sei versava calde lacrime su un foglio di quaderno costretto a ricopiare la parola “giallo” in stampatello.

A sette o otto si ficcava sotto al tavolo. Piangeva nell’eventualità che io trovassi un fidanzato con cui andare lontano.

Poi è stato portato a correre dietro un pallone, successivamente messo tra i due pali per acchiapparlo, ma alla fine non gli interessava e così manifestava al mondo la prima avvisaglia di una intelligenza viva, autonoma e strutturata.

Superava l’infinita matematica dell’universo per amore della chimica.

tocco

Da oggi gli altri potranno chiamarlo “Dottore”, per il titolo.
Io penso che dottore c’è già da un po’ per il modo in cui affronta la vita e di tanto in tanto, maestro inconsapevole, per come ci insegna a farlo.

Che dire? Se avessi saputo che i nipoti erano una tale gioia, ne avrei avuti di più.

La polizza la fa e la riceve chi ama

Partiamo dal presupposto che della storia delle polizze mi interessa abbastanza poco. Se fosse falsa sarebbe uno dei tanti teatrini strumentali intorno alla Raggi, se fosse vera, costituirebbe l’ennesimo episodio di malaffare di un partito in Italia, un paese il cui problema principale, non dimentichiamocelo mai, è e resta la corruzione, con tutto il suo portato culturale.

Posto che bisognerebbe capire più che altro come mai Romeo  vada in giro ad accendere assicurazioni in favore di Tizia, Caia e Sempronia, ma tant’è, questa notizia mi ha fatto venire in mente un episodio del passato. Una delle dimostrazioni di amore più disinteressato mai ricevute.

Mia nipote, al tempo dell’aneddoto bambina, oggi giovane donna, è sempre stata una grandissima fan del danaro.
Non ha mai perso un’opportunità per battere cassa, per intenderci. E nessuno di noi può tuttora sfuggirle se lei ha deciso che qualcuno in famiglia, con particolare riferimento a sua madre, deve erogare.
In quel tempo, possedevo alcune sostanze ereditate dai miei genitori – oggi andate bellamente in fumo –  che mi permettevano di operare qualche investimento.
Mi proposero di attivare una polizza assicurativa sulla vita.
Potevo avere 22 o 23 anni. Sebbene giovane  e soprattutto molto inesperta avevo compreso che lasciare dei soldi a marcire, senza movimentarli, non avrebbe giovato a nessuno. Così accettai.

polizza
Dovevo individuare un beneficiario, e così pensai proprio a questa nipotina, secondogenita di una delle mie sorelle, una dei tre bambini di casa: gli altri due, primi nati, avrebbero avuto forse più possibilità di lei, un benefit avrebbe potuto farle comodo negli anni a venire. Pertanto mi decisi e indicai il suo nome, con tanto di commozione della funzionaria della banca: in caso di mia prematura scomparsa lei avrebbe intascato.

Passati un paio di anni, diventata lei più grandicella, decisi di informarla.
Ebbe una reazione di netto rifiuto: “Io non voglio dei soldi pevchè tu muovi”, e mi lasciò là, piacevolmente sorpresa: “Mi ama” pensai.
Di quel tesoretto nulla è più rimasto, a causa della crisi.
Anzi fu una delle prime linee di risparmio della mia vita ad andare in fumo, con sua grande soddisfazione.

Tuttavia la morale del ricordo è chiara. Ama chi la polizza la fa. Ama chi la polizza la riceve.

Ovviamente si fa per celia…

La mia nascita raccontata da mia sorella

Avevo sette anni, una sorella e volevo ardentemente un fratellino.
Quando papà quella mattina chiamò prestissimo a casa, forse non erano ancora le sei, mi disse che ne era nata un’altra. Femmina.

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Il mio entusiasmo scemò immediatamente e non mostrai alcuna volontà di precipitarmi in clinica a conoscere la nuova arrivata. Gli farfugliai che sarei andata più tardi. Non avevo certo fretta di constatare che le mie speranze non si erano avverate.

La famiglia invece mi portò quasi subito al quarto piano della “Noto Pasqualino” di Via Dante.
Che volessi o no dovevo andare a trovare la mamma.

Seduta sul letto manifestavo tutto il mio disinteresse quando entrò una infermiera.
Una donna molto robusta e sorridente che apostrofava mio padre “nonno” per sottolinearne l’età avanzata: nel 1974 a quarantasei anni si era considerati troppo vecchi per allargare ancora la famiglia.

Chiese: “Chi è la più piccola qui?”
Io, timidissima, la guardavo da sotto in sù.
“Sei tu?” domandò ancora rivolgendosi a me.
“Sì”
“Ecco tua sorella”
Mi mise in braccio la bambina.
E fu il giorno più bello della mia vita.

Da quel momento in poi si volatilizzarono tutte le paturnie dell’infanzia e mi sentii investita della responsabilità di soddisfare i suoi bisogni.

[Nota  successiva della narratrice: “Per fortuna, mi passò dopo un anno.E tornai una bambina normale.”]

 

La misura delle cose

Mia sorella è una tipa tutta quagliamento e concretezze: gestione familiare, economica, divertimenti bilanciati con le responsabilità, scelte dal gusto ragionevole ed equilibrato.

Comprenderete che quindi non è mai stata interessata a partecipare ad una cena sociale abbastanza elegante, che organizzo ogni anno insieme ad altri volontari,  per sostenere le spese delle campagne e del centro educativo dell’associazione di cui faccio parte.

La sua non è insensibilità, si tratta di franco pragmatismo.

Questa mattina invece mi ha chiamata per venire e, spingendosi un po’ più oltre, per provare proprio a portare un gruppo di amici.

Tanto per decorare. La bellezza ha il potere di confortarci

Tanto per decorare. La bellezza ha il potere di confortarci

La ragione è evidente: questi per me sono mesi di risalita e, sapendolo, attraverso la condivisione delle piccolezze che mi riguardano, mi sostiene, anche psicologicamente facendomi contenta.

Avere la misura delle cose, della loro importanza, minore o maggiore a seconda dei momenti della propria ed altrui esistenza, è un dono.
Spesso si rischia di caricare di troppe aspettative fatti futili nell’economia generale della vita.
Altre volte si rischia di non dare l’importanza che hanno, magari solo in quella fase.

 

Otto anni fa oggi

Otto anni fa, come oggi, mi sarei svegliata senza impegni.
Un po’ infastidita dal rumore di stoviglie che proveniva dalla cucina.
Per la precisione si sarebbe trattato di fracasso di tazze e piattini, di quelli di porcellana molto sottile, che hai un po’ paura che si rompano solo a guardarli.

Ogni volta, per il mio compleanno, la zia mi portava la colazione a letto. Ed era sempre la stessa.
Una tazza di cioccolata calda, fumante, con otto, non so perchè ma sempre otto, biscotti.
Era piacevole. Lo era molto di più quando Ottobre non era caldo.
Per esempio due anni fa facevano quaranta gradi all’ombra e sarebbe sembrata un’impresa più che altro.

Comunque sia sarebbe comparsa sulla porta in penombra ancheggiando come Mamy di “Via col Vento” – la mole era quella –  e avrebbe cantato il motivetto, sempre uguale, che ha intonato per tutti: “Vola Gigino, vola Gigetto, torna Gigino, torna Gigetto”.

Non chiedetemi cosa volesse dire, la filastrocca. Resterà sempre negli annali dei misteri familiari.
Fatto sta che saltellando e svolazzando come una farfalla da un punto all’altro della mia stanza, mi avrebbe donato la colazione più amorevole di sempre, anche se avevo ancora sonno e, vorrei dire, 34 anni suonati!

Ci sono stati periodi molto difficili nella vita della mia famiglia e la zia aveva anche i suoi problemi.
Però una cosa me l’ha insegnata: a rialzarmi nel momento più basso, aprire le ali e volare sull’esistenza, prendendola un poco alla leggera. Leggera esattamente come saltellava qua e là per la mia camera le mattine dei miei compleanni.
E così ha fatto fino all’ultimo. Dandomi la migliore delle lezioni.

La zia i qualche maniera volava sulla vita

La zia in qualche maniera volava sulla vita

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