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Nino, Santo, la storia delle loro due famiglie e della mia

La sirena dei bombardamenti in arrivo era stata archiviata e il suo riecheggiare iniziava a sbiadire tra i ricordi.
La guerra era finita, l’Italia iniziava a pensare alla sua rinascita e questo rendeva speranzosi tutti.
Anche i giovani del quartiere dei Cantieri Navali, accanto al Borgo, finalmente potevano uscire la sera a passeggiare senza il timore di incontrare qualche pericolo.

E così faceva regolarmente anche Nino che aveva il coprifuoco a mezzanotte, ma solo perchè era ancora la calda stagione.
In inverno Don Ciccio gli imponeva di rientrare entro le dieci e mezzo, perchè il freddo rendeva la notte precoce e per questo più insidiosa.
Per quanto fosse maturo, il ragazzo aveva ancora solo quindici anni e le regole andavano date. L’attenzione con i figli non bastava mai.

Comunque sia fra un vai e un vieni, Nino si mise come tutti a fare le vasche nella zona di Via Montalbo con il suo amico di infanzia Michele.
Una sera conobbe Santo, il figlio di un barbiere.
Era un tizio bassino, di uno o due anni più di lui, dal fisico asciutto.
Santo vestiva già secondo la moda estera. Di pantaloni e camicia non ne voleva più sentire parlare.
Con il nuovo corso gli erano arrivati fra le mani i jeans e con i primi freschi tirò fuori dall’armadio anche un giubotto di pelle.

Precorreva, in poche parole, con una decina di anni abbondanti, “Tu vuò fa l’americano” di Carosone e se ne andava in giro gustandosi la libertà giovanile anche se prevedeva di sposarsi perchè a Marineo, dove durante il conflitto era stato sfollato con la famiglia, aveva la zita.

Nino, come sempre faceva con tutto quello che gli capitava, raccontò anche di lui in famiglia. E Don Ciccio non gradì.
Di uno che vestiva con il giubbotto di pelle bisognava diffidare. Che erano ste vergogne moderniste? Si trattava sicuramente di qualche mala compagnia.
Ma, per evitare di mettere sulla difensiva il figlio, non disse nulla.
Semplicemente ogni tanto iniziò a fare un giretto serale in via Montalbo, per vedere che aria tirava, finchè anche lui conobbe Santo.

Don Ciccio, con quei baffi, sembrava severo, ma in realtà era buono come un pezzo di pane.
Con Santo ci fece amicizia pure lui, che il picciotto, se ne rese subito conto, era una bravissima persona.
Tanto che, per l’età che aveva, fu lo stesso ragazzo a proporgli di presentarlo ai suoi di genitori: Totò e Carmelina.

Iniziò così un’amicizia importante e di lunghissima durata, tra Santo e Nino e tra i loro quattro genitori, da cui, nessuno di loro lo avrebbe potuto prevedere, si sarebbe determinato il destino di entrambe le famiglie e, a cascata, del mio.
Fu così che infatti Nino entrò in casa Tranchina e conobbe una delle sorelle di Santo, Graziella, mia madre.
Ma questa è la storia di un altro post, forse.

Asparinu e Maria che non lo volle sposare

Asparinu ogni tardo pomeriggio si piazzava là sotto, sulla strada, in Via Nicolò Spedalieri, accanto al lampione.
In questa maniera, quando veniva il buio, poteva continuare a guardare verso le persiane del primo piano, facendo scorgere con chiarezza la sua faccia e i suoi occhi che puntavano proprio lì, alla fessura microscopica da cui trasparivano ombre e luci della casa, per trasmettere tutte le sue serie intenzioni d’amore con quella pustiata.

Dietro c’era Maria, che era una ragazza sistemata. Di famiglia non ricca, ma dove entravano due stipendi, perchè la madre, Rosa, lavorava alla Manifattura Tabacchi, all’Acquasanta, e il padre, Francesco, era imbarcato, un fuochista della Tirrenia che, quando era a terra, prestava servizio alla Fabbrica Chimica dell’Arenella per l’affumicazione delle arance.

Lui certo era tanticchia grezzuliddu, era solo un manovale, ma Maria gli piaceva: era tutta bella formosa, no sicca sicca come certe picciotte che sembravano sarde salate, e giravano per il quartiere prese dalla mania di Greta Garbo. Insistendo magari quello spiraglio, lì tra le persiane, poteva diventare un passaggio.

E questa speranza diventò convinzione allorchè giunse notizia che Don Ciccio purtroppo era morto per una infezione all’orecchio. Sta figlia, ora che era orfana, avrebbero dovuto pur maritarla.

Andando al funerale, e tenendosi nelle retrovie del corteo, capì però che il suo grande problema non era il padre defunto, ma il fratello ventenne e vivissimo: Nino. Non altissimo, ma slanciato, bello, vestito sempre in camicia, con un paio di baffetti da sparviero curati. Parlava in italiano! La voce che correva su di lui era che fosse allittratu, studiava qualsiasi cosa gli capitasse sotto mano, dalla lingua inglese, alla fisica dei sistemi elettrici, dalla storia, alla geografia. Era pure iscritto alla Scuola Radio Elettra. E per questo le ragazze da marito del quartiere lo guardavano e lo riguardavano, soprattutto le tre sorelle Tranchina.

Sembrava un termine di paragone quasi imbattibile per lui.

Asparinu ebbe purtroppo conferma di ciò quando provò ad avvicinare Maria per strada qualche settimana dopo. Vestita ancora a lutto, che la madre aveva disposto che lo portassero per tre anni tale era il dolore in famiglia, andava in giro per Via Montalbo a fare la spesa con un’amica. Quando il povero giovane provò a proporsi ebbe in cambio uno sprezzante: “Vatinni sbriugnatu, si u sapi me frati…” (trad. “Vattene svergognato, se lo venisse a sapere mio fratello…”)

Invero Maria, tutte le volte che si accorgeva di Asparinu strada strada, messo accanto al lampione, le persiane le chiudeva magari meglio. Che non avesse a vederla manco per sbaglio. Un muratore che non spiccicava una parola che non fosse in dialetto, stiamo scherzando, cosa avrebbe detto mai Nino?

Fu così che Gaspare sposò Tanina, che era andata a passeggio quella mattina con Maria e che invece si era mostrata ben più disponibile, ma certo lei era figlia di tavernari.
Maria dal canto suo non si sposò mai. Perchè nessuno le sembrò degno di essere presentato al fratello.

 

 

Che il Natale sia con noi

Il 9 Dicembre mi sono svegliata storta: è Natale.
Da giorni, in alcuni casi anche più di dieci, il mondo intorno a me si è ricoperto di lucine, bastoncini di zucchero e festoni. Che palle!

Da quando sono adulta detesto l’albero e ciò che rappresenta e mi sono sempre sentita un po’ costretta ad allestirlo.
Amo le decorazioni per mero vezzo estetico: al netto delle kistch, alcune sono gradevoli.

Quindi per questa volta mi sono limitata ad abbellire casa, senza azzizzare il mio Spelacchio portando alle estreme conseguenze il fatto che l’anno passato ne avevo impostato uno piccolo, chiudendolo in un sacco, già bello e pronto, da tirare fuori e accendere per questo Dicembre: sforzo minimo con risultato massimo.

Invece no. Non ho avuto motivazione nemmeno nel fare questo: d’altronde è solo un oggetto di plastica, scimmiotta una pianta vera, è falsa, come i buonismi del periodo che poi si sciolgono nel nulla della quotidianità, goccia in un bicchiere.

Stamattina è arrivato puntuale il pentimento.

Su Facebook un mio contatto ha fatto presente a tutti i nemici della contentezza del periodo delle feste che sono così insofferenti probabilmente perchè hanno a portata di mano quello che in realtà sta intorno all’Albero e lo danno per scontato: la famiglia, gli affetti, le amicizie, il tempo e lo spazio da condividere con loro.

E’ tutto profondamente vero.
E mi sono sentita una stronza.

Quindi, a questo punto, non mi resta che alzare le terga dalla sedia da cui vi sto scrivendo ed andare ad incartare i regali che, comunque, ho già acquistato, ma devo ammetterlo soprattutto pensato in alcuni casi, per la mia famiglia, allegando cotanto di grazioso biglietto di accompagnamento.

Auguri (colpevoli) a tutte e tutti voi.

 

 

Otorinolaringoiatra

Mia zia è sempre stata un po’ fessa e da bambina mi ha trattata con i guanti, quindi non si sognava nemmeno lontanamente di rincorrermi attorno al tavolo.
Un po’ perchè la grave perdita che avevo subìto faceva che mi percepisse delicata, un po’ perchè sono sempre stata la sua bella gioia.
Benchè di tanto in tanto, per educarmi, dovesse correggermi, riprendermi e rimproverarmi non capitò mai che ricorresse a chissà quali punizioni.

Solo una volta mi diede uno schiaffo. Avevo trent’anni suonati.

La zia sotto al tavolo mi faceva pat pat sulla coscia. Per vostra informazione <3

Dovete sapere che lei aveva sempre sofferto di una parafasia periodica e occasionale derivante da alcuni episodi di natura epilettica occorsi nella sua prima adolescenza.
Per farvi un esempio, tra la mia quarta e la mia quinta elementare non riusciva a dire la parola “estate”, le usciva “està”. E non c’era verso di farle completare il fonema finale.
Questo implicava che tutte le volte che lei diceva “està” partiva di regola un coro di “teeeeeeee”, mio e delle mie sorelle.

La prendevamo in giro in base al momento.
Una burla continua era però legata alla parola “otorinolaringoiatra”.
Un vero scioglilingua impossibile per lei che, per tutta la vita, parafrasò  il termine con l’espressione estesa “dottore orecchio, naso e gola”.

E fu così che un pomeriggio di una dozzina di anni fa, tutta la mia famiglia al completo, sorelle e nipoti già grandicelli inclusi , si trovò intorno ad un tavolo di te e biscotti ed iniziò il  solito balletto.
“Non ci sento tanto bene, devo andare dall’orecchionasoegola”
“Zia, otorinolaringoiatra”
“Perchè orecchionasoegola non ti piace, che cambia?”
“Perchè si dice otorinolaringoiatra”
“E’ lo stesso, basta che si capisce, amunì Liliana sei una camurrìa”
“Zia, ma allora scusa, tu ginecologo, come lo dici?”

Non ebbi il tempo di finire la frase che mi aveva stampato le cinque dita in faccia.
Tra il mio sbigottimento e la risata generale sentenziò: “Accussì t’insigni vastasa ca un si autru”*
Perchè con lei non si era mai cresciuti definitivamente.

 

*Così impari, maleducata.

Tu corri intorno al tavolo

Comunque sia, a proposito di quello che vi ho raccontato, c’è da ammettere che anche mia madre “rompeva cose”.
Per esempio, una volta, nel tentativo di inseguire mia sorella Carmela perchè chissà che aveva combinato, provò a darle un colpo di cucchiaio di legno.
Ma lei, agile come un’ancidda,  la scansò e il manico si spezzò rovinosamente sulla barra divisoria del lavello della cucina.

In genere però mia mamma si limitava ad inseguire senza dare seguito e questo era anche colpa di papà che aveva insegnato a tutti la tecnica.

L’aveva ideata lui stesso da bambino, per sfuggre ai suoi, e suggerita a colei che sarebbe diventata Ziuccibus,  sua sorella Maria: “Quando la mamma ti vuole prendere a legnate, tu scappa e corri  intorno al tavolo, che lei poi si stanca e la smette.”
Ma lei era sempre stata fissittuna, imbranata c’era nata, e anche da ragazzina, si incastrava da sola in un angolo e mia nonna gliele suonava.

Allo stesso modo mia sorella Rosa Rita, la maggiore di noi tre: si bloccava e piangeva.
Invece Carmela no.
Lei riusciva a scappare e allora mia madre doveva tirarle qualche cosa appresso e la rompeva di regola.

Lo sbarco sulla luna a casa mia

Era il 20 Luglio 1969.
Mia sorella Carmela aveva tre anni ed io non ero ancora venuta al mondo.

Sembrava un angelo, nevvero?

Credo che sia nata con la passione per la musica nel dna, infatti già a quel tempo possedeva una chitarra che, sebbene giocattolo, avrebbe lasciato il segno sulle sue attitudini e i suoi gusti da adulta.
E un ricordo indelebile in tutti noi, anche in me, sebbene non esistessi ancora nemmeno nei pensieri familiari.

Ne era orgogliosa. Non faceva altro che suonarla. Anche quella sera.

Nostro padre, dal canto suo, si era piazzato davanti alla televisione in bianco e nero con grandi aspettative.
Si, perchè in quelle ore si attendeva proprio l’ atterraggio del primo uomo sulla luna.

Non oso immaginare l’interesse e l’ansia che l’umanità tutta, i miei genitori compresi, doveva provare e questa unione universale intorno ad un evento che andava oltre il pianeta terra e che doveva precorrere in un certo qual modo quel senso di globalità che per prima ha provato la generazione dei millennial ben cinquantanni dopo.
Deve essere stata una sconvolgente ispirazione collettiva del futuribile.

Ma a lei, bambina, non interessava.
E fu così che si piazzò davanti a mio papà, imbracciando lo strumento.

“Drang, drang, drang” grattava le corde “guarda papà”
“Carmela, finiscila per favore”
“Drang, drang, drang” ancora “guarda papà”
“Carmela, ti ho chiesto di smetterla per favore”
“Drang, drang, drang…”

Mio padre si alzò dalla poltrona “Vediamo questa chitarrina…”
Mia sorella sorridente gliela porse.
E lui la ruppe. Con una ginocchiata: “Domani te la ricompro”

Perchè racconto questo?
Perchè l’episodio insegnò a tutte le figlie, me inclusa, che nei momenti topici non bisogna distrarre l’attenzione e serbare un po’ di silenzio. E attendere che alcuni eventi si compiano.
Ed è quello che sto facendo.

Nonno Totò

Quando arrivavo a casa sua era sempre la tarda mattinata.
Di regola mentre mi avvicinavo al portone, guardavo da sotto in su, verso il balcone.
Da dietro i vetri prima mi sorrideva.  Poi, dispettoso, mi faceva le boccacce e marameo con le mani aperte ai lati delle orecchie enormi.

Salivo gioiosa e affannata le due rampe che mi separavano da lui per acciuffarlo, ma non riuscivo mai a trovarlo.
Si nascondeva, e giocava a scappare tra una stanza e l’altra per non farsi prendere.
Se era in giornata mia nonna lo copriva e lo aiutava, per poi di regola tradirlo e farmi intendere a cenni dove potevo sorprenderlo.

Un giorno mi impuntai con mia madre. Potevo avere quattro anni o poco più.
Avevo visto al mercato un paio di zoccoli estivi con la fibbia rossa e lucidissima.
Li volevo disperatamente. Erano la cosa più bella su cui avessi mai posato lo sguardo!
“Non se ne parla neanche” aveva sentenziato lei.
Erano di legno, rumorosi e troppo alti. Volgari insomma. Immettibili.

Invece una volta entrai a casa sua e li trovai lì, in bella mostra, sul letto. Tutti per me.
A nulla valsero le proteste di mamma. Me li mise ai piedi in quattro e quattr’otto.

Il massimo era però quando mi lasciava giocare con i suoi occhiali da vista con le lenti sfuocate e bluastre.
Li indossavo e guardavo attraverso. Il mondo era fiabesco, senza nemmeno una linea curva.
E tutto andava bene!

 

 

Crescere il mio bambino

Non sono un curiosone, o almeno non per ciò che riguarda le vite altrui. Lungi da me l’essere un terribile ficcanaso e un pettegolo. Evito come la peste di essere una persona che origlia le conversazioni altrui per avere più informazioni possibili su chiunque, ma se c’è una cosa che mi spinge a ficcanasare forse troppo, questo è senza alcun dubbio il sentir parlare di mia sorella e del suo prezioso bambino, mio nipote.

Dicono: «Un bambino di questa età non dovrebbe avere un padre?»
Rifletto, ed è un grosso no.
Insistono: «Una figura maschile, una guida. Non credi?»
Pesto i piedi mentalmente. No, no, no e no.

Per quale motivo mio nipote dovrebbe avere una figura maschile del tutto forzata, nella sua vita? Perché così potrebbe imparare a guardare il culo delle donne? Così potrebbe avere una spalla con cui commentare? Con cui sfogarsi? Un modello maschile a cui ispirarsi, anche quando questi potrebbe non rispettare la propria compagna, la propria moglie, o peggio ancora i propri figli?
La figura maschile, a mio parere, non è strettamente necessaria.
Mio nipote crescerà tra le donne. E allora? Questo significa automaticamente che crescerà male? Che, nell’immaginario collettivo, svilupperà una propria sessualità diversa? O peggio ancora, diranno di lui che sarà effeminato?

Io ne dubito seriamente.

Mio nipote crescerà con due mamme, perché la sua mamma e la sua nonna lo amano in egual modo e se ne curano assieme, in egual modo. Il mio bambino crescerà con due nonne, perché la sua nonna e la sua bisnonna giocano con lui in egual modo, lo coccolano in egual modo, si sostengono a vicenda in egual modo. Il mio piccolino crescerà con tante zie, non sempre necessariamente di sangue, perché i suoi zii saranno tutti lontano e se ne cureranno a distanza, per quanto possibile.

Ma al mio piccolo tesoro non mancherà mai niente.

Non mancherà la protezione, non mancherà l’educazione giusta, non mancherà l’istruzione, così come non gli mancheranno i giochi e le amicizie, maschili e femminili che siano.
Il mio bambino imparerà cosa significa rispettare le donne, apprezzarle per quello che sono e non per il fisico che mostrano, perché alle donne sarà eternamente grato. Loro lo hanno cresciuto e protetto dalle situazioni più disagiate in cui sarebbe incappato sin da quando fu in fasce, e sempre loro lo hanno amato con un candido affetto, ed io lo vedo nei suoi enormi sorrisi ancora senza denti, ma pieni d’adorazione.
Forzare una presenza maschile, possibilmente dannosa, mi sembra inopportuno.
Il mio cucciolo ha appena dodici mesi ed una forza incredibile, un’astuzia formidabile e una capacità di comprendere le situazioni fuori dal limite. Sa già di cos’ha bisogno, ed ha bisogno della sua mamma, delle sue mamme, delle sue nonne.

Nient’altro che questo per crescere al meglio.

Come nonno Ciccio naufragò per un bombardamento. E si salvò.

Lo faceva ogni santo pomeriggio, Rosa, di andare al molo.
All’uscita dalla Manifattura Tabacchi e prima di rientrare, anche se c’erano i bambini ad aspettarla.
Scrutava il cielo e osservava con preoccupazione se i gabbiani stanziavano sulla banchina: era segno di cattivo tempo.

Quanto doveva durare ancora la guerra?
Ciccio, suo marito, non tornava da mesi e non dava sue notizie da settimane.
Per di più lei e tutta la famiglia avevano passato intere notti nelle grotte, a rifugiarsi dai bombardamenti al Porto.
L’oscurità, la costrizione, il puzzo nauseabondo di quegli antri sovraffollati la esasperava.

La preoccupazione le mangiava il fegato, specie quando sua sorella Pinuccia arrivava fresca e tranquilla che Tanino, con cui era sposata da qualche anno, si era messo in malattia dalla Tirrenia ed era rimasto in mezzo alle cosce sue, e riportava di episodi di attacchi aerei, come un uccello di malaugurio.
“N’te aggie” le diceva suo padre.
Totò, ormai in pensione dal mare e rimasto lì, il giornale piegato fra l’avambraccio e l’ascella manco fosse una baguette e il tabacco masticato sotto al cappello, sapeva che una figlia torturava l’altra in questo modo, e voleva che la più piccola chiudesse la bocca.

Un giorno arrivarono finalmente novità.
Rosa guardò con terrore la busta  che le era stata appena consegnata.
Il mittente era chiaro: “Francesco Maniscalco”, suo marito.
Ma la scrittura non apparteneva a quelle mani che avrebbe riconosciuto pure al buio.
Si sedette. “E’ morto” pensò “inutile che la leggo”.
Trapassò con gli occhi la missiva ancora chiusa e fissò il vuoto. La sua esistenza era finita.

Dopo qualche ora di riluttanza prese coraggio, doveva pure parlare con i suoi figli.
Aprì i fogli e seppe.

Durante il servizio dal Lazio ad Olbia, mentre Ciccio si trovava in sala macchine, il postale aveva subìto un bombardamento degli Alleati ed era colato a picco nel giro di un’ora.
Le autorità erano convinte di non trovare vivo più nessuno. Mandarono i soccorsi per scrupolo. Ed effettivamente non si recuperarono che pezzi di carne esanimi. Non tutti i marinai erano però risultati all’appello, perchè  alcuni si erano dispersi tra le onde.

Dopo qualche giorno un cadavere entrò nelle acque dell’area del Golfo di Civitavecchia. Galleggiava poggiato su un asse di legno di tribordo. Evidentemente era qualcuno dell’equipaggio mandato a fondo e la corrente ne aveva restituito il corpo.

Si trattava di Ciccio. Era vivo. A pezzi ma vivo.
Il mare, invece che inghiottirlo, lo aveva riportato indietro.

Per settimane era rimasto in stato di semi incoscienza in cura presso l’ospedale militare di Gaeta.
Gli arti si erano rotti, scriveva l’infermiera sotto dettatura, ma lui tornava.
Aveva deciso di “mettere firma” e obbligare i medici a lasciarlo andare, certo che le cure familiari avrebbero in qualche maniera accelerato la sua ripresa.

Mio nonno Francesco, navigante, fuochista, rientrò storto e tutto fratturato a casa. Non si reggeva quasi in piedi.
Aveva servito la Patria fino a che aveva potuto: mentre spaurito come chi è scampato ad un pericolo gravissimo varcava la soglia della sua stanza, un tardo pomeriggio di fine estate, la radio annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile.

Era l’8 Settembre 1943.

 

Sisidda la manifattura tabacchi e i diritti delle donne

Sisidda era nata per seconda, dopo Tanina e quindici anni prima di Pina che, per la differenza d’età, fu per lei praticamente una figlia.
Era venuta al mondo anticipando di poco il XX secolo, da un vecchio lupo di mare e dalla moglie, una casalinga.

Visto che il padre imbarcava e sbarcava ciclicamente, la famiglia viveva al Borgo, il quartiere popolare che confinava con il Porto di Palermo, collegato alle altre zone periferiche attraverso una via sulla costa.

Un giorno giunse un’occasione. Era il periodo in cui lo Stato Italiano aveva deciso di unificare tutti i produttori tabaccai della città in una sola struttura sotto ai Monopoli e dava da lavorare.
La sede era nel vecchio Lazzaretto alla fine del quartiere dell’Acquasanta.

Tanina così fu sollecitata dalla Parrina ‘Ntonia, un’amica dei genitori degna di grande rispetto, a presentare la domandina per essere assunta alla Manifattura dove si sarebbero prodotti sigari “Toscani” e sigarette.
Non era però un’opportunità che era possibile cogliere giusto per lei.  Sebbene avesse l’età, la ragazza non era in salute perchè soffriva di nefrite, una malattia dei reni.

Si decise allora che avrebbero mandato i documenti di Rosa, Sisidda per l’appunto, che non aveva ancora raggiunto i sedici anni richiesti. Ma perchè non tentare? Sebbene corresse voce che le fanciulle prese troppo presto morivano più facilmente per i miasmi respirati lì. Ma si trattava di soldi e di pane.

Sisidda a sedici anni. Certo la Manifattura invecchiava...

Sisidda a sedici anni. Certo la Manifattura invecchiava…

Fu così che mia nonna, perchè da lei nacque mio padre, a quindici anni venne assunta.

La vita della sicarrara non si rivelò per nulla semplice. Sigarette e sigari venivano prodotti artigianalmente. Le mani, al contatto con le materie prime ingiallivano e si disidratavano e certe volte le operaie ne bagnavano la pelle con dell’acqua che trattenevano in bocca bevendo. I controllori, che verificavano tra le altre mille cose che il tabacco non ammuffisse per l’umidità, davano alle ragazze pacche sulle guance perchè fossero costrette ad inghiottire e impossibilitate a fare andare anche una sola goccia sulle foglie che venivano arrotolate in sequenza con movimenti veloci ma precisi.
Inoltre in entrata ed in uscita dallo stabilimento si doveva estrarre un biglietto e se se ne prendeva uno colorato si veniva perquisite dalla testa ai piedi per contrastare il contrabbando.

Quando Rosa rientrava a casa, tutti in famiglia avevano mangiato per sera ed erano già a letto. Specie la madre che aveva Pinuccia ancora piccola e la doveva fare addormentare. Ma, immancabilmente, oltre alla cena trovava i piatti di tutti da lavare.
Sì, perchè non si dicesse mai che, per farla lavorare, non le avevano insegnato degnamente a fare i mestieri.
Sennò chi se la sarebbe mai maritata?
Sisidda doveva capire che la vita era dura ma che le era toccata una gran fortuna. La Manifattura non era certo un posto semplice ma quale altra femmina poteva vantare di avere un lavoro, un periodo di vacanza e dei diritti riconosciuti?

E così fu. Mia nonna ebbe un marito, anche lui uomo di mare, e fu una donna di una emancipazione ed una modernità significativa per i suoi tempi.
Si limitò a due figli, perchè i suoi impegni le impedivano di averne di più, li mise a balia e poi li mandò a scuola privata come una qualsiasi lavoratrice madre avrebbe fatto  in Italia a partire dagli anni Settanta o Ottanta, e fece sigari fino al 1950.
Alle mie due sorelle bambine, e a me che non la conobbi mai se non per interposta persona, insegnò una lezione di vita fondamentale: una donna è libera se è professionalmente realizzata, perchè allora conosce, si confronta con gli altri e ha gli strumenti economici. Solo così è padrona delle sue decisioni, delle sue scelte, del suo pensiero, del suo corpo e in ultimo della sua stessa esistenza.
E questo concetto è arrivato fino a noi, tutte e tre che siamo assittate in pizzo a riguardo della nostra autonomia, forte e chiaro per direttissima dal 1897.

 

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