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Biscotti conformismo e anticonformismo

Nel pomeriggio mi è venuta voglia di fare i biscotti. Dopo un po’ di indugi li ho cucinati rivedendo la ricetta.
Ho sostituito il burro con la margarina e, qui sta la vera rivoluzione, ho risolto di cuocerli in padella coperta, invece che in forno.

Sono venuti buonissimi e un po’ più morbidi rispetto a quelli a base di tradizionale pasta frolla.

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Mentre preparavo gli ingredienti ho pensato che la decisione di modificare il procedimento fosse il frutto del mio rapporto con il conformismo che – credo-  negli adulti abbia una natura essenzialmente percentuale.
Per quanto mi riguarda per  tre quarti mi adeguo: la legge, la ragionevolezza, i principi e l’opportunità mi guidano e mi mettono nella condizione di rispettare tutta una serie di norme e consuetudini.

Ma un quarto di me mi impone di deragliare e di fare di testa mia. E lì esce fuori la storia della variante: sempre nella vita privata, spesso in quella sociale, talvolta in quella lavorativa (e qui possono capitare i guai!)

Credo che sia un risultato cui giungiamo tutti, con la ricerca all’adeguamento nell’infanzia e con quello, più spasmodico, a distinguersi durante l’adolescenza. Poi, con gli anni, si viene a patti o peggio, si va proprio a Canossa.
Cambiano solo le proporzioni su cui ci si attesta alla fine ed è su questo che si sviluppano le diverse personalità.

Tendenzialmente non mi fido dei conformisti in massima misura, perchè sono rigidi e non hanno capacità di reazione: rischiano la frantumazione di fronte alla vera prima difficoltà della vita. Quindi ho un po’ paura di relazionarmi e condividere percorsi con loro.

Ma gli anticonformisti toutcourt, quelli sì che sono una fregatura.
Quelli sempre “io diversamente” cercano solo la scusa per fare un po’ come gli pare, e per non dovere considerare gli altri. Ecco sì, davanti a loro mi sale un rigurgito di nausea e pena insieme. Che vivere non sanno proprio e se ne vantano pure.

Zucchero di canna. Ma perchè?

Lo avete anche voi l’amico fricchettone che, gomito rigorosamente appoggiato sul bancone del bar, sceglie lo zucchero di canna per dolcificare il caffè?
Vi prego, ditemi di sì, perchè ho sinceramente bisogno di comprensione per questa disgrazia: mal comune mezzo gaudio.

Ed oggi mi è toccato pure a casa di mia sorella.

Vorrei fare notare a tutti i sedicenti salutisti che, esattamente come quello di barbabietola, lo zucchero di canna è chimicamente costituito da una molecola di glucosio ed una di fruttosio.

E’ saccarosio in entrambi i casi.

Un cucchiaio di legno di zucchero di canna. Tutto molto rustico.

Un cucchiaio di legno di zucchero di canna. Tutto molto rustico e soprattutto integrale e naturale.

Le varietà in commercio sono altrettanto raffinate, anzi spesso hanno una piccola aggiunta di colorante, per farlo sembrare più ambrato e quindi più grezzo e meno trattato.

Vero è che contiene alcune vitamine ed alcuni sali minerali interessanti, ma per assumerne una quantità ragionevole, bisognerebbe ingerirne chili, il che renderebbe un po’ problematico mantenere ad un livello accettabile la glicemia.

E poi altera stranamente il sapore del caffè.
Non assume anche al vostro palato uno strano retrogusto di caramello?
Ammettetelo! Anche voi adorate lo zucchero di barbabietola dolce e candido.

 

Ho perso la magia del caffè … ma la recupero.

Stamattina mi sono alzata molto contenta.
E’ uno dei pochi fine settimana che posso dedicare, almeno in parte, al riposo.

Sono uscita fuori dalle lenzuola e dritta dritta sono volata in cucina a preparare il caffè, usando la macchinetta automatica ancora nuova. L’ho comprata orgogliosamente ad Agosto, verde scuro, per intonarsi alle foglie dei fiorellini delle piastrelle.

Sono sempre stata una grande appassionata dell’elisir, quasi fino alla mania, per forma mentis familiare.
Me lo hanno fatto gustare sin da piccola, e nella stessa maniera abbiamo iniziato i bambini delle successive generazioni.
Una volta addirittura mia sorella, trovandosi a secco con la bombola del gas, ha piazzato la fiamma di cinque candele accese sotto la moka pur di averne una tazzina dopo pranzo.

Cosa di meglio di un caffè? Un caffè con due biscottini!

Cosa di meglio di un caffè? Un caffè con due biscottini!

Mentre pensavo tutto questo mi sono accorta che l’erogazione, veloce e asettica, mi stava completamente privando di quello che mi ammalia del caffè: il rito della preparazione, i profumi, l’emozione dell’attesa, la gioia del palato che giunge solo alla fine di questa sequela di atti rilassati e un po’ sognanti.

Ho deciso: dal lunedi al sabato macchinetta automatica.
La domenica sarà tutta per la moka.

La cucina e la zia

Tutte le volte che penso alla cucina mi viene in mente la Zia Maria, che mi ha cresciuta come una mamma.

Dovete sapere che lei faceva delle polpette che poi infilzava sugli spiedini con la cipolla e l’alloro che portavano l’intera famiglia al delirio alimentare e che c’è stato un intero lustro dove la cena del venerdì era luculliana, perchè mia sorella rientrava a casa per il fine settimana da un’altra città, perchè lavorava fuori.
le polpette della zia

le polpette della zia

Che la cucina di casa sia stata piccola piccola, stretta e lunga, che il tavolo venisse addossato alla parete, che i fornelli fossero di ultima generazione o che potessimo usufruire, come ora, di uno spazio adeguato a starci dentro tutti insieme, nel senso più allargato del termine, è sempre stata fucina di gran e buon cibo e di affetti.
Quindi sarà qua che leggerete le ricette di famiglia, tutte dedicate a mia zia, e qualche aneddoto, oltre ovviamente alle mie immancabili e seccantissime opinioni.

Apparecchiare la tavola … o anche il vassoio

Sono una instagramer dilettante.
Talmente abbozzata e manchevole di competenze che non avevo idea fino a poco tempo fa di cosa significasse #igers, però ho qualche follower e qualcuno lo seguo anche io.

Con questa storia che si possono seguire anche i personaggi famosi, mi sono imbattuta nel profilo di Lindsay Loan, attrice, cantante e modella statunitense, con tanto di pagina su wikipedia.
E’ una bellissima donna, è famosa e può vantare tre carriere, altro che disoccupazione.
Eppure non sa apparecchiare la tavola.
La bella Lindsay ha appena postato la foto di una colazione a letto su vassoio.
Immagino che in effetti non abbia sistemato lei questo insieme di posate, però la foto l’ha postata lei, segno che era anche nelle condizioni di sistemare un po’ il pastrocchio che giaceva lì, servito.
Al di là del fatto che sembra mangiare uova e prosciutto con del ketchup, roba da fare inorridire la dolce signora Minù, è tutto scombinato.
Il pane sul piatto con le uova, la salsina su un piattino che sembra quello di una tazza da caffè e le posate, tutte a sinistra, il coltello con la lama rivolta verso l’esterno.
Il vassoio di lindsay loan

Il vassoio di lindsay loan

A me, che sono assittata in pizzo, verso l’esterno si è rivoltato lo stomaco!
Ma è mai possibile che manchino sempre di più i fondamentali?
Chi non sa usare le quattro regole in croce della buona tavola, non saprà mai usare le regole in generale e quindi campare decentemente.
Non importa che tu sia ricca e famosa, comunque non lo saprai fare.

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Il luogo del mistero

La cucina delle case dove ho abitato è sempre stato il luogo del mistero. La fonte dell’alchimia, del piacere più sublime e dell’amore più totale.
Il posto dove gli stessi ingredienti diventavano torta o frittata, le zucchine potevano essere primo o contorno, l’irritazione di un genitore rivelarsi una manifestazione d’amore.

Da bambina quella di mia madre era microscopica, talmente piccola che un lato del tavolo era appoggiato alla lavatrice.
Era l’antro magico dove mia sorella maggiore preparava la torta margherita: 2 uova, 100 grammi di zucchero, 200 di farina, un bicchiere di latte, il lievito e un po’ di burro che insieme, grazie al calore del forno a gas, cambiavano la loro essenza e si trasformavano in un unicum paradisiaco.

La torta margherita. La merenda più buona.

La torta margherita. La merenda più buona.

Quella sì che era merenda, fatta con le mani e con il cuore.
Una specie di incantesimo come quella dei legami di una famiglia, un’unione dinamica che è ben più della somma dei suoi componenti.

Oggi ho una cosiddetta “cucina abitabile”. Sono stata fortunata perchè l’ho trovata con piani e stipi già predisposti in muratura. Come sempre di qui passano tutte le chimiche: quelle culinarie, quelle alcooliche e quelle della mia famiglia.

E succederà anche nella cucina di Assittata in Pizzo.

 

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