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Ho imparato che

Ho imparato a riconoscere i miei errori. Per la maggiore di valutazione. Ho acquisito la capacità di riconoscere quando arriva il mio momento di chiedere scusa. Ma non so ancora come si faccia -concretamente- tutto ciò. Ed allora scrivo. Ho scritto quando ero dispiaciuta per aver alzato la voce contro la persona sbagliata. Ho usato la penna quando, magari, avrei dovuto abbracciare. Magari!

Ho sempre usato le parole, insomma. Perchè credo che -se le usi con onestà- corrispondano meglio a ciò che dicono. Non mi nascondo dietro alle parole, anzi, tutt’altro. Emergo. Con le parole, ancora prima di esprimere un pensiero, affermo me stessa. Che è quanto di più coraggioso riesca a fare. Adesso, perlomeno.

È mercoledi, fine pomeriggio. Ho viaggiato in pullman, che in Sicilia non è esattamente sinonimo di comodità. Mi sono ingozzata di sushi. Mi sono persa dentro zara e ritrovata davanti ad uno spritz. Tutto molto bello, davvero. Tutto emotivamente sensibile, però!

Ero stanca ma felice. E toh, poco dopo sono stata superficiale (ma questo l’ho capito qualche giorno più tardi!).
Al centro di piazza Castelnuovo, diffusamente conosciuta come piazza Politeama, c’è un albero di Natale. Alto e pieno di roba. Troppa! -Ho esclamato.
Ho storto il naso, e sono passata oltre.

Sono tornata a casa.

È qualche giorno dopo, invece, di sabato, quando il karma -perchè esiste e con il passare del tempo me ne convinco sempre più- mi mette a tu per tu con un articolo di Marcello Mussolin. Èd è esattamente in quel momento che mi sento stupida. Anche Marcello è andato al politema. Ed al contrario di me, si è soffermato. Ha iniziato a fotografare l’abete e scatto dopo scatto ha letto dei nomi. Aurora, Dimitri, Melissa…Tutti bambini che su quei rami, forse non perfettamente belli ed armoniosi, hanno appeso la loro speranza. Di guarire dal cancro.

Ebbene si. Non è un addobbo comunale. È qualcosa di più. Di diverso. È l’abero della vita -di questi piccoli pazienti del civico di Palermo- che sta attraversando una bufera fortissima di vento. Ed io, come nessun altro passante distratto – tanto quanto me- abbiamo il diritto di schernire.

Mi sono sentita tremendamente in colpa per non aver dedicato la giusta attenzione, ed è per questo che ho promesso di tornare a Palermo e lasciare un biglietto ad Aurora, Dimitri, Melissa, Rinaldo..È il mio modo di chiedere scusa. Ad ognuno di loro. Ma è anche il mio modo per ringraziarli. Perchè il loro coraggio di non arrendersi è per me una lezione. Di vita. E buongusto!

Di Rossana Campaniolo

Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

L’amore è fatto di letto e bollette

“Ed è per questo che ti amo”.
Butti la frase lì, quasi per caso, in piena notte, nel bel mezzo di una conversazione che racconta d’altro.
Come un’affermazione di nessuna importanza.
Io, forse contrariandoti ma pazienza, decido di attendere senza manifestare alcuna reazione.
Aspetto di vedere se ci sarà un seguito che, in cuor mio, so già che non arriverà.

Quale effetto pensi di provocare in me?
Si tratta solo di parole.

L’amore, quello reale, è fatto di un singolare ed equilibrato miscuglio tra camera da letto e bollette da pagare.
E’ da lì che viene il collante: dall’intimità e dalla complicità nella quotidianità più noiosa della vita.
Lo so perchè lo vedo in quelli che funzionano.

E allora quella frase, in me, se non è seguita da fatti, ha la stessa valenza di una battuta in un film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

Se vuoi un minimo di credibilità dovresti semplicemente avere un po’ di pragmatismo.
Non parlare. Se vuoi, fai.
Se non vuoi, non fare. Non è obbligatorio.
Ma non dare fiato alla bocca senza un reale motivo.

LIBERO: Rispettare con Cura!

Guardo il mio riflesso allo specchio, ormai mio amico dopo anni di incomprensioni e rivalità, dopo aver postato una foto del mio addome scoperto su uno dei classici social ormai in voga negli ultimi anni.
L’immagine impressa sul vetro mi comunica che qualcosa non va: ho l’espressione corrucciata, anche se è passata soltanto un’ora dalla pubblicazione.
Sono preoccupato, a tratti agitato, ma il motivo di fondo è presente e si fa sentire.
Sono consapevole di cosa mi aspetta, so con certezza quale uragano sta arrivando, quale piaga umana si abbatterà su di me questa volta: l’etichetta, tanto semplice quanto disumana, tipica malattia della società.

Uomo, donna, grassa, magro, troppo alto, troppo basso, brutto, vecchio, troppo piccolo, troppo grande, etero, frocio, battona, maschiaccio, effeminato, secchione, sfaticato, santarellina, figlio di papà.

Nessuno è mai una Persona, nessuno è mai Umano.
Eppure siamo un sacco di cose messe assieme e non lo sappiamo neanche con certezza, dal momento che chiunque ci incontri per strada affida a noi un’etichetta nuova di zecca senza il nostro consenso. E poi in un giorno qualunque basta una semplice foto come quella di oggi per esporre gli altarini, da sempre coperti miseramente da belle facce e grandi sorrisi.

“Eppure il corpo ce l’hai”, “hai la faccia per certe cose”, “chissà quanti ne tieni sotto al letto”, “che cattivo ragazzo che sei”.

Educatamente ringrazio, perché apprezzo la fiducia che ripone certa gente in me, pensando che io abbia successo con gli uomini tanto quanto io ne abbia nella letteratura e nella traduzione. La fiducia, seppur sbagliata o in piccole dosi, è sempre da apprezzare di questi tempi, per cui chino la testa e sorrido. “Che ingenui”, penso tra me e me allontanandomi.

Quanto può essere facile considerare una persona promiscua, quando questa ha la semplice sicurezza in sé che gli permette di poter sfoggiare una parte del proprio corpo, senza scadere nel volgare o nel provocante?
Quanto può dar fastidio, agli occhi degli insicuri, vedere un uomo o una donna vivere liberamente la propria sessualità, con il giusto rispetto verso il proprio corpo e con la giusta attenzione, data anche dal potere di scegliere con chi andare e chi evitare? Quanto bisogna tirare la questione per le lunghe, prima di capire che ci sono etichette che pesano e marchiano la pelle delle persone, quasi come fossero lebbrosi?

Basta una parola sbagliata alla persona giusta, o la parola giusta alla persona sbagliata, e ci si vede privati della libertà di girare in città senza sentirsi additati e percepire i bisbigli della popolazione pseudo-pudica, che si lascia cadere dalle labbra sporcaccione commenti indecenti come: “che troia, un ragazzo del genere sarà un maniaco, un maiale”.

Eppure le etichette sono come le scarpe: tutti ne abbiamo un paio e spesso sono scomode, si rovinano o soffocano il piede. Cosa serve a capire che non bisogna mai scambiare la libertà di vivere con qualcosa di inutile come un’etichetta? Perché porre dei limiti alla società? Perché si sente il bisogno di raggruppare chiunque sotto una determinata categoria, che pesa tanto quanto il far girare una voce sbagliata o un commento di troppo, che spesso viene frainteso?

Io non me lo spiego e intanto medito, nella speranza che un giorno la gente possa capire quanto sia sbagliato il diffondersi di questa vera e propria peste dell’anima e della mente.
Controllo il mio telefono un’ultima volta e ignoro i messaggi sporcaccioni di chi sente il dovere di prendersi la libertà di avanzare certe proposte, come se fossi disposto ad andare con chiunque solo perché “troppo espansivo” ai loro occhi maliziosi.

Il mio riflesso mi sorride adesso ed io gli parlo. Confesso, è vero che ho tante etichette addosso, ma forse l’unica che affiderei a me stesso è quella con su scritto a caratteri cubitali: “LIBERO”.
Così come sono libero di scegliere chi rifiutare e chi frequentare, perché amo me stesso e ho un rispetto enorme per la persona che sono.

Ed io mi amo così tanto da permettermi di mostrare il mio addome e andarne fiero senza rimpianti.

Diario di una settimana senza glutine

Alimentazione gluten free, giorno 1.

Responso: mi veni ‘i chianciri! (=mi viene da piangere)

Alimentazione gluten free, giorno 2.

Appena recatami in casa Martino, Martina mi lancia una brioscina con le gocce di cioccolato.
La afferro e con sguardo malinconico le ricordo che non posso mangiarla.
Le di lei lacrime sono state l’immediata conseguenza.

Responso: veni ‘i chianciri puru a idda! (=viene da piangere pure a lei)

Alimentazione gluten free, giorno 3.

Questo regime alimentare mi rende piena di forze.
Sono passata dalla perpetua narcolessia all’isteria compulsiva.

Responso: si stava meglio quando si stava peggio!

Alimentazione gluten free, giorno 4.

In pizzeria con papà, ordino una pizza con impasto senza glutine. A metà del pasto il proprietario si avvicina per chiedere come stesse procedendo e senza neanche darmi il tempo di rispondere afferma:” Eeeh, la pizza senza glutine… Ti fa rimpiangere il passato ma almeno è meglio di niente”

Responso: la gente comincia a provare compassione.

Alimentazione gluten free, giorno 5.

Stasera a cena stavo per morire soffocata da un pezzo di pane senza glutine.

Responso: l’odio a quanto pare è reciproco.

Alimentazione gluten free, giorno 6.

Per la cena mia madre ha preparato uno sformato di broccoli senza glutine e delle polpette di sarde senza glutine. Il tutto accompagnato con del pane senza glutine e un’insalata, ovviamente, senza glutine.
Per chiudere, frutta senza glutine.
L’acqua era senza glutine, i piatti senza glutine, il bicchiere senza glutine, la sedia su cui ero seduta era senza glutine e pure i croccanti del cane erano senza glutine.
Porta all’improvviso un vassoio con degli invitantissimi biscotti, mi allungo per afferrarne uno, la mamma lancia un acutissimo urlo ed esclama: “Eh no, questi non sono gluten free!”

Responso: sono diventata orfana.

P.s.: ragazzi sto scherzando, la mamma per questa sera si accomoda sotto i portici di Via Ruggero Settimo.
Ci ritroviamo domani per l’ultimo appuntamento della mia appassionante rubrica. Tanto love per i miei fans.

Alimentazione gluten free, settimo e (si spera) ultimo giorno.

Oggi mia madre osservava con stupore la mia pancia particolarmente sgonfia grazie al nuovissimo regime alimentare.
Esclama euforica:” Sai, anche io da giovane avevo la pancia così piatta!”
Un attimo di silenzio, uno sguardo malinconico e all’improvviso con un diabolico luccichio negli occhi aggiunge:” Certo, io però le tette le avevo!”

Responso finale: non importa che tu ti senta perfetta e in pace con te stessa, ci sarà sempre la mamma a riportarti coi piedi per terra ricordandoti che in realtà sei un cesso ambulante 

Vorrei ringraziare tutti i miei contatti per essermi stati vicini in questa settimana intensa e dolorosa.
Quello che non ti uccide ti fortifica, ma non potrà mai farti crescere le tette!

Di Adriana Bruno

La Trapani di Giada la scalmanata

Lungo tutta la mia permanenza in Casa Assittata ho taciuto su molti aspetti della mia vita, lasciando sottili spiragli insignificanti che hanno permesso a poche informazioni di trapelare, quasi invisibili, tra una riflessione e l’altra.

Non ho parlato delle mie amicizie, quelle poche ma essenziali che si contano sulle dita di una mano o due, ed ho nascosto la parte migliore della mia splendida famiglia. Una delle tre, perché di famiglie ho avuto la fortuna di averne tre, tutte assolutamente valide e sullo stesso piano. Ho avuto una fortuna infinita, da questo punto di vista, ed ogni volta che mi trovo a rifletterci sopra mi si scalda il cuore, ma decido di tacere e tenermi quel calore tutto per me.
Spesso sono egoista anche in questo, ma lo dico con un sorriso.

Soltanto oggi colgo l’occasione di aprirvi una piccola porticina nella mia vita, quella che mi circonda, che sta alle spalle del lupo solitario e dell’anima pensierosa che avete visto fino ad ora. L’amica e collega Rossana, che è “assittata” accanto a me da prima che io arrivassi in casa e che mi ha aperto le porte accogliendomi, ha buttato giù un pensiero sulla nostra città: Trapani, l’estrema punta della Sicilia occidentale.

Ho vissuto anch’io a Trapani, per diciotto anni, mentre al mio diciannovesimo anno decisi di lasciarla per qualcosa di più grande e mi trasferii a Palermo. Non bastò affatto. Al mio ventesimo anno già compiuto, scappai da Palermo e dalla Sicilia, andando verso una nuova terra per ricostruirmi e ricominciare.
Ma io, la mia Trapani, l’ho vissuta a tutto tondo e l’ho anche odiata, tra i fine settimana e le estati di puro divertimento e follia. Credo sia il rapporto più sano che possa esistere con la propria città: amarla al punto giusto da curarsene, da godersela, e poi odiarla a tal punto da partire per riscoprire sé stessi e quella nostalgia un po’ canaglia della terra che abbiamo alle spalle.

Qualcuno che la ama ciecamente, che la cura pienamente, che ne percorre ogni singola strada di giorno e di notte, c’è. La mia carissima amica Giada, che dall’azzurro dei suoi occhi e dall’alto del suo Belvedere scruta attentamente ogni palazzo e respira a fondo l’aria salmastra della città, del lungomare, delle sue onde che si agitano al vento d’inverno. La mia Giada è così, non smetterà mai di amare la sua città, perché ne ha corso ogni centimetro a bordo del suo skateboard. Ci ha lasciato le ginocchia cadendo, ma ha lasciato anche le sue migliori risate al vento, perché d’altronde ricorda sempre a chiunque che la sua Trapani è la città del sale e della vela, dell’accoglienza, perché anche Giada è accogliente e permette a chiunque di vivere Trapani a trecentosessanta gradi.

Fare un giro in città con questa spericolata è semplicemente fantastico. Senti già l’emozione, l’adrenalina, la gioia nel momento stesso in cui mettete il sedere sullo scooter e partire.

Trapani, ai miei occhi, ha sempre offerto poco ai ragazzi. Eppure, dal canto suo, Giada mi ripete sempre che ogni fine settimana non vede l’ora di tornare a casa, e che comincia il suo venerdì mattina con la valigia tra le mani e il conto alla rovescia attivo per il primo pullman per la città. Io non la capisco, ma la guardo e la ammiro. È così felice, ed ogni giorno scopre cose nuove, godendosi anche quelle vecchie. Mi porta a mangiare le arancine dove solo-lei-sa, poi al pastificio per mangiare le genovesi ericine, e Dio ne scansi se non dovessero averle come dice lei. Alla fine, siamo in un bar qualsiasi per chiacchierare da bravi siciliani, per stuzzicarci con i modi di dire classici della nostra terra e con gli eventi che più l’hanno contraddistinta.

Ed ora che sono lontano dalla mia casa, quella calorosa e accogliente del sud, penso a Trapani e mi viene in mente lei, la scalmanata, la mia Giada. Capelli biondi al vento, zainetto rosso in spalla, magliettina bianca e pronta chissà per quale avventura. Un giorno sarà al mare, il giorno dopo tra i boschi di Erice, poi tra gli scogli della riserva dello Zingaro, e poi chissà. La vedi e non la vedi più, perché corre ridendo per tutta la città, e quando sono con lei riesco a godere tutto quanto.


Perché Trapani, in fondo, la amo anche senza dirlo. Lei, invece, me lo fa urlare da ogni poro con una fragorosa risata di gioia.
Adesso siamo un po’ preoccupati per quello che accadrà alla nostra terra, e sento che anche Giada è un po’ angosciata al riguardo, ma lei decide sempre di fare la cosa giusta: si alza in piedi, esce di casa anche da sola, e gira per la città. Va alla ricerca dei suoi amici, va a godersi i frutti della nostra terra, va a prendere l’autobus e va al mare per studiare e concentrarsi.

Dovremmo farlo un po’ tutti, in fondo. Alzare la testa per cinque minuti mentre camminiamo e scoprire cose nuove, cose mai viste, dettagli che ci erano sfuggiti per tutti questi anni. Io lo farò, perché non voglio lasciare che il destino della mia città sia incerto.
E soprattutto, lo farò perché questa è la mia casa, ed è il bene più prezioso che potremmo mai avere. E poi, comunque, Giada mi ucciderebbe se lasciassi la mia terra alla distruzione; ed io so che, un po’, ne sarebbe distrutta anche lei.

Nata e cresciuta a Trapani. Con Trapani.

Sono nata e cresciuta a Trapani. Ed una volta raggiunta la maggior età ho scelto di restare. Quindi, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e ho frequentato a Trapani, polo distaccato. Questo mi ha dato l’opportunità di vivere la cittá quotidianamente, a tutto tondo. E cosi, ho avuto modo di constatarne la sua evoluzione.

Ho ricordi, risalenti a più di un decennio fa, di un centro storico cittadino assopito. Più precisamente, abbandonato. Saracinesche di negozi abbasate per sempre. E strade ricche di arte e cultura desolate.
Oggi, invece, è proprio un piccolo fiore all’occhiello. Almeno per me. E non solo, lo so. Poi io mi ci perdo, alla ricerca della mia casa ideale, dalla quale studiare e conoscere la storia che si racchiude nella parte più antica della città.

Le luci dei negozi restano accese fino a tarda sera, e la gentii pullula. In estate, poi i turisti raddoppiano le presenze. Questo è quello, almeno, che è accaduto fino a qualche mese fa.

Da domani, invece? Che ne sará di Trapani? Il rischio è, già temuto mesi fa a causa di un ballottaggio elettorale inusuale con un solo candidato conclusosi con il commissariamento del comune, quello di una regressione del territorio. Sotto ogni profilo. Infatti, è notizia dell’ultime ore la scelta amministrativa, del commissario in carica, di non aderire all’accordo co-marketing. Dal quale deriverà un danno incommensurabile per il turismo, attività principe del territorio. È sicuramente indiscusso l’indotto economico apportato dal vettore Raynair in città e provincia. Ma tale scelta, danneggia anche un apporto di tipo lavorativo a 360 gradi. La campagnia area, oggi esclusa, ha condotto luminari della medicina – emeriti relatori specializzati sulle più disparate tematiche. Insomma, è un bagaglio cosi enorme che la Città, noi cittadini non possiamo permetterci di perdere.

Lamentarsi sono certa non serva, ma alzarsi quantomeno dal divano ed iniziare a far ascoltar le proprie ragioni, se non sufficienti quanto meno necessarie, ritengo possa esser un punto di partenza. O ri-partenza.

Di Rossana Campaniolo

Otorinolaringoiatra

Mia zia è sempre stata un po’ fessa e da bambina mi ha trattata con i guanti, quindi non si sognava nemmeno lontanamente di rincorrermi attorno al tavolo.
Un po’ perchè la grave perdita che avevo subìto faceva che mi percepisse delicata, un po’ perchè sono sempre stata la sua bella gioia.
Benchè di tanto in tanto, per educarmi, dovesse correggermi, riprendermi e rimproverarmi non capitò mai che ricorresse a chissà quali punizioni.

Solo una volta mi diede uno schiaffo. Avevo trent’anni suonati.

La zia sotto al tavolo mi faceva pat pat sulla coscia. Per vostra informazione <3

Dovete sapere che lei aveva sempre sofferto di una parafasia periodica e occasionale derivante da alcuni episodi di natura epilettica occorsi nella sua prima adolescenza.
Per farvi un esempio, tra la mia quarta e la mia quinta elementare non riusciva a dire la parola “estate”, le usciva “està”. E non c’era verso di farle completare il fonema finale.
Questo implicava che tutte le volte che lei diceva “està” partiva di regola un coro di “teeeeeeee”, mio e delle mie sorelle.

La prendevamo in giro in base al momento.
Una burla continua era però legata alla parola “otorinolaringoiatra”.
Un vero scioglilingua impossibile per lei che, per tutta la vita, parafrasò  il termine con l’espressione estesa “dottore orecchio, naso e gola”.

E fu così che un pomeriggio di una dozzina di anni fa, tutta la mia famiglia al completo, sorelle e nipoti già grandicelli inclusi , si trovò intorno ad un tavolo di te e biscotti ed iniziò il  solito balletto.
“Non ci sento tanto bene, devo andare dall’orecchionasoegola”
“Zia, otorinolaringoiatra”
“Perchè orecchionasoegola non ti piace, che cambia?”
“Perchè si dice otorinolaringoiatra”
“E’ lo stesso, basta che si capisce, amunì Liliana sei una camurrìa”
“Zia, ma allora scusa, tu ginecologo, come lo dici?”

Non ebbi il tempo di finire la frase che mi aveva stampato le cinque dita in faccia.
Tra il mio sbigottimento e la risata generale sentenziò: “Accussì t’insigni vastasa ca un si autru”*
Perchè con lei non si era mai cresciuti definitivamente.

 

*Così impari, maleducata.

Fare il barbiere era una disgrazia. A volte mortale.

Fino al boom economico degli anni Sessanta, fare il barbiere era una disgrazia.
Questo perchè gli uomini comuni tagliavano e sistemavano i capelli tendenzialmente due volte all’anno: a Natale e a Pasqua. Chi praticava il mestiere, dunque, non poteva contare su entrate stabili e significative.
Viveva sostanzialmente in povertà.

Mio nonno Totò, non a caso, pur padroneggiando la tecnica, saltò da un’attività all’altra, aprendo anche una latteria a Mondello, e riuscì ad esercitare solo quando mia madre stava per sposarsi, assicurandole così un bel matrimonio.

Sempre per queste ragioni, le madri della prima metà del ventesimo secolo si opponevano con tutto il fiato in corpo alle relazioni tra le figlie e i giovani barbieri, perchè queste le avrebbero condannate ad un destino in cui l’unica speranza sarebbe stata quella di mangiare ogni tanto una sarda già leccata per molto tempo.

Allo stesso modo fece la cognata di mia nonna Rosa.
Quando seppe che la figlia voleva un tale “Giovanni”, il picciotto del barbiere del quartiere, il suo no fu irrevocabile.
A nulla valsero le preghiere della ragazza, a nulla le minacce di scappare e di disonorare la famiglia.
Alle brutte la giovane venne chiusa in casa per evitarle di far danno.

Il suo sembrava un mantra: “A Giovanni vogghiu”.
Ma la madre rispondeva pronta e più caparbia di lei: “Meglio morta che maritata ad un barbiere!”

E così fu.

La ragazza, a cui era affidato il compito di fare la spesa e di lavare i piatti, taciute le richieste per un po’ e tranquillizzati i familiari sul fatto che i suoi sentimenti fossero venuti meno, riuscì ad acquistare ed ingerire una dose sufficiente di stricnina da causarsi la definitiva uscita di scena.
Durante le lunghe ore di agonia, tra gli spasmi per l’irrigidimento progressivo, non rivelò mai chi le aveva venduto la sostanza, nè il pentimento della madre, usato come estremo tentativo, la salvò.

E Giovanni? Mia zia Maria che aveva saputo la storia da mia nonna Sisidda, non me lo disse mai.
Mi raccontò solo che Rosa, dopo vent’anni, piangeva ancora al pensiero che sarebbe bastato semplicemente permettere a quell’adolescente di amare chi voleva.

 

 

Assemblea della Notte e delle Stelle

Torno su queste sponde per parlare e viaggiare in lungo e in largo, cullato dalla sicurezza che mi farà bene, perché la casa di Assittata è un posto terapeutico per la mia anima rattoppata. Ma questa volta non la farò breve, e trascinerò chiunque lo voglia in un circolo vizioso.

Ebbene, va così: ogni sera resto seduto sul balcone per almeno un’ora o due, col naso all’insù e gli occhi fissi su una vasta tela blu scuro puntinata da luci che sogno continuamente di toccare con mano.
Il silenzio che mi circonda e il buio che si riflette un po’ ovunque, con quel suo fare intrusivo, mi spingono a riflettere. È come se tutta questa oscurità strisciasse con fare viscido e attento nella mia mente, prendendo per mano un filo sottile che mi conduce tra ricordi e riflessioni, su eventi passanti e sul latte ormai versato da tempo, o sul latte che fui costretto a mandar giù mal volentieri.

Sfido la notte a danzare con me guardandomi negli occhi, asciugandomi le lacrime con i suoi spifferi gelidi e conducendomi tra le nebbie più fitte della mente. Il tempo scorre senza farsi sentire, anche quando mi si accappona la pelle scossa da brividi di freddo, un chiaro segnale per dirmi che è il momento di rientrare e mettermi a letto. Non lo faccio, ovviamente. Mi perdo tra le mille strade dei momenti che mi piacciono meno, ma su cui rifletto molto.

Quindici anni, l’età in cui l’amore si fa vivo per la prima volta con quell’idea un po’ stupida del farsi belli per qualcun altro, così da convincerlo che siamo degni di essere amati e guardati e desiderati. L’età in cui amiamo chiunque, ci innamoriamo e piangiamo, ma non lo facciamo mai con e per noi stessi. Ci affidiamo agli occhi degli altri per trovare un senso a qualcosa che, sin dal principio e fino alla fine, sarà nostro. Il corpo, la mente, il rispetto, la dignità. Quante cose cadono davanti al primo amore? Quante cose vengono messe da parte, anche quando permettiamo a qualcuno di colpirci ripetutamente urlandoci contro e infamandoci, trasformandoci in nullità vaganti che non potranno mai riscattarsi perché convinte del fatto che sia quello il giusto modo di amare? Che siano quelli gli unici occhi che ci abbiano mai visto davvero? Quante volte ci nascondiamo dietro la porta di un bagno, convinti che è solo un momento di rabbia e che passerà donando semplicemente il proprio corpo all’altra persona, per compiacerla e farle capire che siamo lì, sempre e comunque, sottomessi come mai prima d’ora?

Sedici anni, isolati e distanti dagli amici, con gli occhi coperti da quello spesso velo chiamato “amore”. È già passato un anno, il freddo inverno è andato via e si ritorna all’estate, a quella casa sul mare isolati da tutti e quelle serate casuali in cui si parla e si gioca a fare l’amore, ancora troppo piccoli e ingenui per capire cosa fosse davvero. Rassegnati forse all’idea che è una vita giusta, quella in cui si litiga e ci si urla contro, sentendosi ripetere: «Se fossi lì ti darei due schiaffi».

Diciassette anni, l’idea che forse potremo salvare la persona che ci sta accanto, che forse ci ama o forse no. Allunga le mani verso qualcun altro, lo provoca e lo stuzzica, ma ti consoli all’idea che ogni sera torna da te. Per te è amore, per te è sincero, per te sarai sempre l’unica luce dei suoi occhi nonostante tutto, nonostante il fatto che per lui sei “poco interessante” e “poco stimolante”. Torni a quando avevi quindici anni e ti fai bello, con quei pantaloni attillati, con l’atteggiamento un po’ sbarazzino per provocarlo e risvegliarlo, per fargli vivere qualcosa che non c’è mai stato.
Te ne renderai conto a vent’anni, quando sarai lontano da lui ormai da due anni, col tuo riflesso allo specchio a gridarti che sei patetico per aver rovinato la vita ad altre persone, ancora troppo spaventate per guardare i tuoi occhi tristi, quelli che hanno sempre evitato perché troppo pieni di ricordi.

E mentre la notte rispecchia il tuo stato d’animo, alzando una bufera di vento ostile che scuote le fronde degli alberi che hai davanti al balcone, pensi e ripensi a cos’è andato storto. Come ti sei sentito, quando non capivi e ti convincevi delle cose sbagliate, solo perché i libri che leggevi ti dicevano che poteva andare meglio e che avresti vinto qualsiasi battaglia per amore?
Come ti senti, adesso che ne parli liberamente, con la consapevolezza che gli uomini si spaventano terribilmente se messi di fronte a realtà così dure? Consapevole del fatto che ti vedranno sempre come una vittima, come un possibile nemico, sempre ostile verso gli uomini e con problemi mentali, tra ansie e paure? Come pensi di poter andare avanti a conoscere qualcuno, quando li vedi approfittare della situazione e sparire, perché sei troppo complicato da capire e frequentare?
La notte ti guarda e sai benissimo come ti senti, di fronte a pesi così grandi. Sei solo ed hai paura, tremi un po’ ed hai le mani fredde, con nessun posto in cui scaldarle se non tra le tue stesse gambe. Ridi e rifletti, capisci che è questo che sarà, perché gli uomini hanno paura e tremano tanto quanto te, ma tu hai passato di peggio e l’hai passato da solo. Guardi ogni singola stella e ti senti più forte, perché dopotutto cadiamo tutti ma torniamo a splendere, stiamo sempre in piedi e il mondo non si ferma per noi. Perché non provare a splendere, allora?

Il buio è uno spettacolo pazzesco, per chi lo sa vivere pienamente.
Tiri un sospiro di sollievo ed esci dal tunnel di pensieri e ricordi. In bocca un sapore amaro, dovuto alla piena consapevolezza che sei vicino alla realtà, al capire che non hai bisogno di nessun altro per stare bene e vivere a testa alta. Non hai bisogno di coccole, di sentirti dire che sei bello, che qualcun altro ti proteggerà, che “io non sono così” e “io non lo farei mai ad uno come te”.

Non hai bisogno di andare alla ricerca di qualcuno che non abbia paura di quello che sei, perché ti guarderai allo specchio e non ti sentirai più patetico né in colpa per quello che è successo. Ti sentirai già in salvo, al sicuro dai tuoi quindici e sedici anni, al sicuro da chi si allontana dai tuoi occhi tristi.
Il vento attorno a te si fa più forte, spingendoti a prenderlo come una metafora: sono passati gli anni, sei sempre più grande, e sarai sempre più forte di ciò che credi.

Le ore son trascorse ormai e il freddo ti penetra nelle ossa, ma sei finalmente soddisfatto, perché hai pianto e singhiozzato e ti sei fatto forza da solo, stringendoti da solo e riscaldandoti da solo. Sai che ci saranno notti difficili e giornate pesanti, ma ricordi i tuoi quindici anni, ricordi i tuoi diciassette e ti guardi adesso che ti avvicini ai ventuno.
La notte non fa più così paura, il freddo non è più fastidioso, la pelle che si accappona ti ricorda che sei ancora vivo e ti lascia un messaggio fondamentale.
La vita è tua e non la regalerai più a nessuno.
Torni in camera e ti chiudi la finestra alle spalle. Il mondo fuori trema e si scuote al vento, ma tu sei ben saldo sui tuoi piedi e cammini da solo, seppur in ciabatte e col pigiama. Sai che è pur sempre un buon inizio.

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