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Scusate. Scusate per il disturbo.

“Scusate. Scusate per il disturbo. Sono in quella fascia di età in cui fanno fatica a stare seduti, fermi, a tavola ma al contempo non riescono ancora ad aggirarsi in modo composto. Alla baby-sitter serale abbiamo preferito portarli in giro con noi , affinchè imparino a prendere le giuste misure con gli spazi e gentii. Quindi, grazie per averli richiamati all’ordine. Grazie per aver interagito con loro. Grazie per aver, in qualche modo, contribuito al loro percorso di crescita”. Queste sono le parole che avrei voluto sentire dai miei vicini di tavolo, con appresso figli non poco irrequieti. Questo è l’incipit di una storia, che avrei voluto raccontarvi. Ahimè, però, le cose sono andate un tantino diversamente.

E’ domenica. Come, ormai, da consuetudine ci fermiamo a cena fuori. Le ultime ore del weekend ci sono propedeutiche a tutta la nuova settimana. Dopocena ci accomodiamo nei tavolini fuori. Chiacchieriamo. Accanto a noi un gruppo di bambini che, senza sosta, saltella sulla pedana di legno posizionata all’entrata.

Disturbano? Si. Possono farsi male? Facile. Ecco almeno due, se non sufficienti quantomeno necessari, motivi per cui chiediamo loro di acquietarsi. Lo facciamo una prima volta, con tutta la comprensione che richiede quell’età, fastidiosa concedetemelo, tra l’infanzia e la prima adolescenza. Ci fissano. Ci sfidano. Rincarano la dose.

Noi, un po’ increduli ma ancora pazienti, facciamo un secondo tentativo. Ancora un terzo. Avremmo tentato, francamente, con la stessa quantità di pazienza- anche il quarto, se non fossimo stati aggrediti più che verbalmente da uno dei padri. Ci si avvicina con fare poco galante, gesticola animatamente e ci intima di non guardare i suoi figli. Ci urla che, in quanto bambini, non bisogna parlare con loro. Tutto possono fare. Tutto devono fare.

Immediatamente mi è chiaro che esattamente come i suoi pargoli pestiferi non sono predisposti all’ascolto, in egual misura e modo, il tizio non è predisposto al dialogo. Provo comunque a spiegargli che ai bambini, invece, bisogna parlare. Ci si può. Ci si deve. Sono molto più recettivi di quanto, a volte, non lo siamo noi adulti, ancorati alle nostre convinzioni. Io parlo e lui, dichiarandosi in totale disaccordo, prova ad accorciare la distanza fisica tra noi. Lo fa davanti ai figli, che inevitabilmente acquistano un’insana sicurezza. Da dentro la campana di vetro in cui i genitori hanno deciso di farli viverli, ci guardano. E’ un’aggressività passiva quella che viene fuori dai loro occhietti. Ancora troppo acerbi. Ma si sa, il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero.

Il rapporto genitori-figli è sicuramente il più complesso tra le relazioni che un essere umano possa vivere. Lo scrivo da figlia. Lo dico da amica di mamme. Lo penso da futura, un giorno, mamma.
Non esiste un vademecum. E non lo troverete neppure più avanti. Ci sono però delle regole, che la civiltà ci ha tramandato, che è bene mantenere a mente. Il buonsenso, in primissima battuta, che in questa vicenda, ahimè, è mancato. Proviamo a capire dove, quando e perché.

E’ umanamente indiscutibile difendere chi vogliamo bene, ma è insensato farlo, a spada tratta, quando sbaglia. Minimizzare od addirittura negare lo sbaglio significa, in realtà, negargli una, che poi potrebbe anche essere la, possibilità di crescita. E’ controproducente non utilizzare lo spazio di quell’errore, tanto più se si tratta di un bambino che inevitabilmente necessita di una guida. Una guida e non un paraurti. Indicare la strada, oltre ad esser più agevole, è anche più proficuo che spianarla. Soprattutto nel lungo termine, quando le rocce genitoriali smettono di esser tali, per causa di forze maggiore.

Se la genitorialità è un dovere, la paternità/maternità no. Ed entrambe la scelte vanno rispettate.
E vi è rispetto anche quando non vi è prevaricazione. Invadenza dell’altrui comfort zone.
Ecco perché se l’educazione non viene a noi, noi dobbiamo andare all’educazione.

“Scusate. Scusate se interrompo la vostra cena, gentili clienti, ma i bambini stanno iniziando a disturbare alcuni degli altri commensali presenti”. È cosi che doveva iniziare e finire, questa storia. O quantomeno è questo che ci aspettavamo. Una gestione super partes.

Rossana Campaniolo

Nino, Santo, la storia delle loro due famiglie e della mia

La sirena dei bombardamenti in arrivo era stata archiviata e il suo riecheggiare iniziava a sbiadire tra i ricordi.
La guerra era finita, l’Italia iniziava a pensare alla sua rinascita e questo rendeva speranzosi tutti.
Anche i giovani del quartiere dei Cantieri Navali, accanto al Borgo, finalmente potevano uscire la sera a passeggiare senza il timore di incontrare qualche pericolo.

E così faceva regolarmente anche Nino che aveva il coprifuoco a mezzanotte, ma solo perchè era ancora la calda stagione.
In inverno Don Ciccio gli imponeva di rientrare entro le dieci e mezzo, perchè il freddo rendeva la notte precoce e per questo più insidiosa.
Per quanto fosse maturo, il ragazzo aveva ancora solo quindici anni e le regole andavano date. L’attenzione con i figli non bastava mai.

Comunque sia fra un vai e un vieni, Nino si mise come tutti a fare le vasche nella zona di Via Montalbo con il suo amico di infanzia Michele.
Una sera conobbe Santo, il figlio di un barbiere.
Era un tizio bassino, di uno o due anni più di lui, dal fisico asciutto.
Santo vestiva già secondo la moda estera. Di pantaloni e camicia non ne voleva più sentire parlare.
Con il nuovo corso gli erano arrivati fra le mani i jeans e con i primi freschi tirò fuori dall’armadio anche un giubotto di pelle.

Precorreva, in poche parole, con una decina di anni abbondanti, “Tu vuò fa l’americano” di Carosone e se ne andava in giro gustandosi la libertà giovanile anche se prevedeva di sposarsi perchè a Marineo, dove durante il conflitto era stato sfollato con la famiglia, aveva la zita.

Nino, come sempre faceva con tutto quello che gli capitava, raccontò anche di lui in famiglia. E Don Ciccio non gradì.
Di uno che vestiva con il giubbotto di pelle bisognava diffidare. Che erano ste vergogne moderniste? Si trattava sicuramente di qualche mala compagnia.
Ma, per evitare di mettere sulla difensiva il figlio, non disse nulla.
Semplicemente ogni tanto iniziò a fare un giretto serale in via Montalbo, per vedere che aria tirava, finchè anche lui conobbe Santo.

Don Ciccio, con quei baffi, sembrava severo, ma in realtà era buono come un pezzo di pane.
Con Santo ci fece amicizia pure lui, che il picciotto, se ne rese subito conto, era una bravissima persona.
Tanto che, per l’età che aveva, fu lo stesso ragazzo a proporgli di presentarlo ai suoi di genitori: Totò e Carmelina.

Iniziò così un’amicizia importante e di lunghissima durata, tra Santo e Nino e tra i loro quattro genitori, da cui, nessuno di loro lo avrebbe potuto prevedere, si sarebbe determinato il destino di entrambe le famiglie e, a cascata, del mio.
Fu così che infatti Nino entrò in casa Tranchina e conobbe una delle sorelle di Santo, Graziella, mia madre.
Ma questa è la storia di un altro post, forse.

Iò – EAT&GREET (Trapani)

Io, prima persona singolare. Iò, prima persona singolare. Apparentemente identici, profondamente diversi.
Il primo è un modo di essere. Il secondo è un modo di sentire. Ed in effetti, cambia il suono quando lo si dice, ma soprattutto, cambia l’atteggiamento di chi lo pronuncia.
Se l’io ha mille mila e più sfaccettature; iò si restringe. E nella maggior parte dei casi si alterna tra spavalderia ed assittamento in pizzo. E credo che sia questa la ragione per cui sono stata subito attratta dall’insegna del nuovo locale, inaugurato al centro storico di Trapani. Iò. Trapani –eat&greet. Ed alla prima occasione utile, che poi è sempre quella per far reunion tra amici, ho prenotato un tavolo.

Della serie: Iò e tu. In verità, noi eravamo più di dieci. Stile banchetto per citare il mio Amico P. E, faccio ammenda, nonostante fossimo in vergognoso ritardo siamo stati ugualmente bene accolti. Con un sorriso che sa di valore aggiunto, quindi.

Adesso, immaginate: Iò assittata in pizzo da iò. Che meraviglia! Forse, l’unica reale pecca è quella di esser in vetrina. Mi spiego: Si trova su strada da passeggio, con vetrate e n o r m i. Che se da un lato può incuriosire chi sta fuori, dall’altro imbarazza, in qualche modo, chi sta dentro. Un buon compromesso, potrebbe esser quello di tenere le tende scese, fino a metà. Lasciare gambe e piedi liberi, quindi. Esattamente, come liberi vengono lasciati i clienti di scomporre il proprio piatto.

Io l’ho fatto. Ho scomposto il mio EGG HAMBUGER. [voi non fatelo!] Io sono fatta cosi. Leggo e rileggo il menù. Mi consulto. Penso fino a che una cosa non la distruggo.

Poi, chiaramente tento la ricomposizione. A volte riesce, altre no.

Stavolta è riuscita. Al punto che lo considero il mio preteso per ritornare. Ed abbuffarmi compostamente.

La mia parafrasi in voti è la seguente:
Location 7,50/10
Servizio 9/10
Presentazione piatti 8/1O
Gusto e qualità 7,50/10
Rapporto qualitá e prezzo: 7,50/10

Totale 39.50/50

Rossana Campaniolo

“Abendrot”

Sono stata al teatro. Più precisamente, ad uno spettacolo di danza contemporanea. Ci sono andata da sola. Io. Me. Me stessa. Che già così potrebbe sapere di ‘notizia’ meritevole di scrittura. Ed invece no. Faccio tantissime cose da sola. Dormo da sola. Indi per cui, mi sveglio in quasi solitudine. -Mille mila domande di mamma, a parte, mentre con quasi religioso silenzio attendo il gorgoglio della moka.-

Ciò, quindi, che di interessante e nuovo c’è è che: Lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo!
A dire il vero, nonostante la sofferenza che sento per la mancanza, ormai dai tempi della seconda guerra mondiale, di un teatro a Trapani, mi è piaciuta anche la location. Un chiostro, quello di San Domenico, nel cuore del centro storico di Trapani, prestato all’arte soprattutto nella stagione estiva. Domenica e lunedì, 09-10 settembre 2018 ha aperto le porte alla mente-al cuore-ai piedi delle sorelle Lo sciuto. Betty e Patrizia che hanno ideato, coreografato e curato la regia di “Abendrot”.

Due donne leggere nell’ anima, quasi eteree, ma mai banali e superficiali. Questo, per chi non ha mai avuto modo di parlare con loro, guardandole negli occhi, lo si può intuire dalle poche ma puntuali note di regia. Tre parti, anziché il classico dualismo. Come un match. Danzato sul palco, della vita. E questa volta, la vittoria di tutta la compagnia di ballo è stata netta.

Il primo “ Vier Lezt Lieder” di Richard Strauss ha visto protagoniste Delfina Stella, Arabella Scalisi, Silvia Giuffrè, German Marina e la stessa Patrizia. Che alternandosi, puntualmente come le stagioni, perché d’altra parte è cosa ridondante che le mezze stagioni non esistano più, hanno fluito sul e nel tempo musicale e non. Lo hanno fatto con un’energia che teneramente contagia e fa riflettere, e, forse anche, imparare che abbandonarsi alla vita, nel senso di non opporsi, o meglio afFidarsi, è l’unica cosa che davvero ci è concessa.

Senza paura.

Il secondo momento “Rèminiscences d’amour” ha come incipit l’introspezione di una donna. Non saprei dire quanta autobiografia ci sia, ma sicuramente la minore delle sorelle Lo Sciuto s’è messa in discussione, e non in qualità di ballerina, le cui capacità sono pienamente riconosciute ma come essere femminile di questo tempo. Essere sempre più perfettibile, e per questo, forse, irrequieta. Interpretazione intimistica, commuovente. Ho pianto. Per me, per essermi riconosciuta in quell’ incomprensibile modus vivendi del “Io non sono sola. Sto da sola”. Che meriterebbe, concedetemelo, parimenti, lo stesso “Congratulazioni” che i più non mancano di rivolgere agli sposi che hanno deciso di condividersi per un tempo di vita indefinito. Ho pianto. Per tutte le donne, che non si vogliono bene. Che non riescono ad abbracciare se stesse. Che non riescono ad essere Amiche delle donne. Io che di Patrizia, invece, Amica sento di esserlo.

Uno spettacolo a predominanza femminile, sicuramente. Che a conferma dell’anticonformismo che lo contraddistingue sovverte, in modo misurato, un’idea anacronistica, e mette in scena “grandi uomini dietro a grandi donne” Marco Calaciura e German Marina. Ballerini che sanno di principi, quando volteggiano all’ unisono con la partner. E lo sono state, come solo l’Amore può farti essere, felici-emozionate-sognanti-tremanti Giuliana Martinez nell’ interpretare la “lei” del duo, e Giuliana Principato in “The unanswered question”.

Infine, trascorse le due ore di catarsi, se non sufficiente quantomeno necessaria, che è l’effetto di ogni spettacolo a maternità Lo Sciuto, il terzo ed ultimo incontro, tra palco e realtà, è stata una vera e propria festa in cui tutti i danzatori perfettamente allineati nei tempi, nei passi, nelle pause ed anche nei respiri sono esplosi in una fragorosa risata che ha coinvolto la platea tutta. Il cui cuore, sono certa, stesse scoppiando per tutte le emozioni da cui ognuno ha scelto di farsi investire.

Ed io che poco prima dell’inizio mi ero infastidita e per l’assenza di sedute a sufficienza per il pubblico presente, e per la presenza di bambini, forse troppo piccoli ma comunque rumorosi, sono tornata a casa felice di esserci stata. Fiera della mio passato di danzatrice. E malinconica per aver smesso.

NB. Foto di Rino Garziano.

Rossana Campaniolo

Asparinu e Maria che non lo volle sposare

Asparinu ogni tardo pomeriggio si piazzava là sotto, sulla strada, in Via Nicolò Spedalieri, accanto al lampione.
In questa maniera, quando veniva il buio, poteva continuare a guardare verso le persiane del primo piano, facendo scorgere con chiarezza la sua faccia e i suoi occhi che puntavano proprio lì, alla fessura microscopica da cui trasparivano ombre e luci della casa, per trasmettere tutte le sue serie intenzioni d’amore con quella pustiata.

Dietro c’era Maria, che era una ragazza sistemata. Di famiglia non ricca, ma dove entravano due stipendi, perchè la madre, Rosa, lavorava alla Manifattura Tabacchi, all’Acquasanta, e il padre, Francesco, era imbarcato, un fuochista della Tirrenia che, quando era a terra, prestava servizio alla Fabbrica Chimica dell’Arenella per l’affumicazione delle arance.

Lui certo era tanticchia grezzuliddu, era solo un manovale, ma Maria gli piaceva: era tutta bella formosa, no sicca sicca come certe picciotte che sembravano sarde salate, e giravano per il quartiere prese dalla mania di Greta Garbo. Insistendo magari quello spiraglio, lì tra le persiane, poteva diventare un passaggio.

E questa speranza diventò convinzione allorchè giunse notizia che Don Ciccio purtroppo era morto per una infezione all’orecchio. Sta figlia, ora che era orfana, avrebbero dovuto pur maritarla.

Andando al funerale, e tenendosi nelle retrovie del corteo, capì però che il suo grande problema non era il padre defunto, ma il fratello ventenne e vivissimo: Nino. Non altissimo, ma slanciato, bello, vestito sempre in camicia, con un paio di baffetti da sparviero curati. Parlava in italiano! La voce che correva su di lui era che fosse allittratu, studiava qualsiasi cosa gli capitasse sotto mano, dalla lingua inglese, alla fisica dei sistemi elettrici, dalla storia, alla geografia. Era pure iscritto alla Scuola Radio Elettra. E per questo le ragazze da marito del quartiere lo guardavano e lo riguardavano, soprattutto le tre sorelle Tranchina.

Sembrava un termine di paragone quasi imbattibile per lui.

Asparinu ebbe purtroppo conferma di ciò quando provò ad avvicinare Maria per strada qualche settimana dopo. Vestita ancora a lutto, che la madre aveva disposto che lo portassero per tre anni tale era il dolore in famiglia, andava in giro per Via Montalbo a fare la spesa con un’amica. Quando il povero giovane provò a proporsi ebbe in cambio uno sprezzante: “Vatinni sbriugnatu, si u sapi me frati…” (trad. “Vattene svergognato, se lo venisse a sapere mio fratello…”)

Invero Maria, tutte le volte che si accorgeva di Asparinu strada strada, messo accanto al lampione, le persiane le chiudeva magari meglio. Che non avesse a vederla manco per sbaglio. Un muratore che non spiccicava una parola che non fosse in dialetto, stiamo scherzando, cosa avrebbe detto mai Nino?

Fu così che Gaspare sposò Tanina, che era andata a passeggio quella mattina con Maria e che invece si era mostrata ben più disponibile, ma certo lei era figlia di tavernari.
Maria dal canto suo non si sposò mai. Perchè nessuno le sembrò degno di essere presentato al fratello.

 

 

Quando la misura è colma

Assittarsi in pizzo vuol dire notare ciò che non va e reagire, con il sopracciglio alzato.
Si tratta di avere la capacità di puntualizzare  quello che non  piace, di non subire senza però attraversare il punto di non ritorno.

Assittarsi in pizzo è una protesta non distruttiva.

E’ la tendenza al disappunto facile, veloce ma revocabile.
Tavolta muto. Perchè non sempre si esprime il proprio disagio.
Si cerca spesso di attendere che l’onda di indignazione passi e di razionalizzare.

Per non essere irragionevoli. Per non apparire irragionevoli. Per non farsi dire irragionevoli.

Talvolta però la misura è colma.
E lì con altrettanto silenzio, si alza il sopracciglio e si chiude la porta, con cortesia.
Perchè non c’è nulla di più distante e freddo della cortesia.

 

Maricetta di Poitiers mostrava le minne

Maricetta era alta e snella.
Aveva lunghi boccoli neri, come la notte.
Non aveva un bel viso, anzi era piuttosto bruttina.
Ma qualcuno doveva averle insegnato che nella vita l’atteggiamento è tutto.
E lei si atteggiava assai.
Per esempio, quando vedeva una fontana, immancabilmente si distendeva sul bordo, messa a sirena.

Quello che le piaceva di più di se stessa erano le minne.
Piccole e tonde.
Si diceva che la coppa di champagne fosse stata ideata sul modello del seno di Diana di Poitiers, la favorita di Enrico II di Francia.
Ebbene, lei non aveva nulla da invidiarle, salvo che non aveva ancora trovato il suo re.

Un’estate, Ninetta e Linuccia, due amiche di Lapislazzula, la invitarono a stare al mare per qualche giorno in vacanza con la famiglia.
Lei andò, e si portò appresso l’intero guardaroba: chissà che serate importanti ci sarebbero state lì per il suo avvenire.
Ma il paesino si rivelò paesazzo, pieno di anziani sputacchiosi.
L’unica speranza di incontrare l’agognato sovrano restava la mattina, quando si andava alla spiaggia degli Ottomani a fare il bagno.
Sugli scogli giungeva tutta la regione ed era pieno di masculi.

Un giorno, giunte là, esasperata perchè non si batteva chiodo, scavò dentro di sè e trovò l’atteggiamento.
Prese e sciolse i cordini del costume e restò con le minne all’aria.
“Maricetta santo cielo che fai?”
“Prendo il sole quasi integrale, così quando ho la scollatura profonda non si vedono i segni” fece lei.
E restò sulla battigia, messa a sirena, nella convinzione che sarebbe stata più attraente.

Qualche comare di Lapislazzula però era lì presente e l’episodio fece il giro del paese.
Una bussò alla porta della madre di Linuccia e le disse “Quella è sfacciata e svergognata”.
Iniziò un vero e proprio processo seduta stante alle amiche che “La dovevano sorvegliare per la reputazione della famiglia”.
Le ragazze giurarono.

Il giorno dopo, quando Maricetta andò per slacciarsi, Nina e Lina le fecero il lisciabus.
Ma lei resistette, a parte che per il sovrano, per la sua libertà.
E loro? Per direttissima la portarono al treno.
E la rispedirono da dove era arrivata.
Che non si dicesse che non avevano saputo difendere il loro buon nome.

Il mio difetto fisico

Vent’anni di danza classica.  Un numero indefinito di scarpette con le punte(ormai appese al chiodo!). Ricordi indelebili. Ed un osso storto. Al piede. Il mio ‘difetto’ fisico.

Quello che puntualmente rispondi alla domanda: ‘Cosa cambieresti del tuo corpo?’. Anche se io, ad operarmi non ci penso neppure. Almeno per adesso.

In realtà, non avrei mai pensato di scrivere del mio piede, ma oggi, in qualche modo lo trovo necessario. Perché per la prima volta, in assoluto, mi è pesato come ‘una palla al piede’. A cui ho debitamente dato un calcio. Lo stesso che ho dato alle palle, che non ha avuto di chiedermi scusa, di chi ha tentato di offendermi.

Andiamo con ordine: vado al mare. Stesso lido. Stessa spiaggia.
Di fronte a me, un gruppo di coppie di amici. Allegri. Bevuti ed allegri a dismisura. Per tutto il giorno la cosiddetta ‘cordialità del buon vicinato’ ha fatto da padrona, fino quando, un tipo, lasciato a guinzaglio sciolto dalla fidanzata, mi fissa ed abbozza un vano approccio: ‘ciao zia!’, che prendo come un complimento, fatto da chi ha scelto una nonna, anagraficamente quantomeno, per compagna. (Non me ne voglia la signora, ma io credo fermamente nel ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’). Ricambio con altrettanta ilarità, quindi.

Male. Malissimo.

Poco dopo, con atteggiamento poco figo ma da spaccone incalza con i suoi amici “io con questi piedi non uscirei neppure di casa”. [Il riferimento era, in modo chiaro ed inequivocabile, ai miei].
Ho sgranato gli occhi. Non potevo credere che realmente avesse detto una roba simile. Ma la conferma inconfutabile mi è giunta da chi mi sedeva accanto.


Delle due una: o mi alzavo e gli mollavo due sberle, o lo ammonivo verbalmente. Ho scelto di dirgli che fosse indiscutibilmente indelicato e maleducato. Certa, che si sarebbe scusato. Avremmo bevuto uno spritz. E saremmo diventati nuovi-grandi-amici.

U t o p i a.

Il tipo, medico-dermatologo, dato da non sottovalutare, persevera nel suo esser homo-cojons con i suoi amici, homoj cojons muti.
Non resisto. Mi alzo. E gli vomito addosso la mia filippica. Più precisamente, un vano tentativo di spiegargli come si dovrebbe vivere in questa società, sempre più attenta ad una perfezione. Che di fatto non esiste. Ed un medico che burla una patologia, ne è l’esempio più eclatante.

Francamente, non credo di esser riuscita nell’intento. Anzi, proprio no.
Però, dovevo. Dovevo dirgli che nonostante i suoi denti poco curati, il barista lo avesse servito. Lo spiaggista lo avesse fatto accomodare. E lo avevano fatto nello stesso identico modo, gentile, usato per tutti gli altri clienti. Me compresa.
Dovevo. E non tanto per difendere me stessa. Che sono esattamente come avrei voluto esser ad oggi. Ma per chiunque poteva esser lì, al mio di posto, che quotidianamente, invece, combatte con un qualsivoglia ‘difetto’.

Di me, in assoluto, mi piace l’idea di avere 1000 difetti ed un solo pregio. La verità, brutale ed ironica come solo lei può esser.

Ed in questa storia di verità ce n’è una sola: Io non ho neppure una ragione per vergognarmi del mio piede. Che mostro con discreta disinvoltura. Si, forse un giorno (più poi che prima) lo metterò sotto ai ferri. Ma fino a quel momento, continuerò, e posso farlo -davvero- a camminare. A testa alta. Tu, invece, caro dottorino, di cui ho già note le generalità, e che solo la normativa sulla privacy ti salva dall’esser menzionato, la prossima volta, con i tuoi, ormai cresciuti, amichetti, di prosecco, gioca ad insabbiarti la testa. Cosi, da evitare una figura di merda, che di questi tempi non è cosa di poco conto.

Intanto, concedimi di augurarti ogni 18 agosto un pelo incarnito incazzato. Per non dimenticar-mi.

Cordialità.

Di Rossana Campaniolo

Enrichetta d’Inghilterra. Assittata nel Seicento

Sono nata nel 1974, quindi ho una dipendenza da Lady Oscar.
Un legame così forte da farmi appassionare alla storia europea anche dei secoli prima: da sempre sono curiosa soprattutto delle vicende delle grandi dinastie.

Temo sia questa la ragione per cui sto vendendo “Versailles” su Netflix.

Badate, nulla di differente rispetto a quanto non siano le fiction sui Borgia, piuttosto che sui Tudor.
Il re, maschio alfa, è sempre una specie di rockstar senza cuore che, a dispetto dell’avvenenza e dell’intelligenza, scarsine, si realizza secondo due direttrici: comandare e fottere. Così è Luigi XIV, un megalomane dal letto affollato.
Ovviamente non si tratta di una valutazione storica, ma relativa alla sua rappresentazione nella serie.

Tuttavia questa ennesima immagine della corte del Re Sole mi ha fatto scoprire una figura mai notata in ben 38 anni di esperienza: Enrichetta di Inghilterra.

by Sir Peter Lely, oil on canvas, feigned oval, circa 1662

Principessa sfigatissima, a cui fu decapitato il padre e che fu ospite con la madre presso i Francesi, fin quando il fratello Stewart non riprese il potere. Fu  allora che venne data in sposa a Filippo d’Orleans, che era smaccatamente, apertamente, notoriamente gay. Talmente omosessuale che anche in famiglia sin da piccolo lo appellavano con il soprannome “la nostra bambina”. Talmente omosessuale che andava in giro per i saloni di corte vestito in abiti femminili.
Oltre al danno, la beffa.

E lei? Si assittò in pizzo o almeno ci provò.

Intanto fece due figli, sì con il marito gay. Poi si fece Luigi XIV, alla faccia del marito gay. Certo commise un errore di valutazione, infilando nel letto del re una domestica che poi divenne l’amante successiva del sovrano, ma allora erano rischi che si correvano.

Fu talmente civetta che ingelosì il marito e fu richiamata ufficialmente dalla regina madre di Francia affinchè mantenesse costumi più morigerati.

In pratica si tolse il testale: visto che non poteva avere quello che voleva, si prendeva quello che desiderava.
Lo fece talmente tanto che morì probabilmente avvelenata, forse dall’amante del marito, Filippo di Lorena, lo Chevalier.

Qui e qui potete appurare le prodezze di questa giovane, che visse alla grande fino a 26 anni e che ha tutta la mia stima storica.

 

Ponte Morandi. Perfetto specchio d’Italia.

Tra il 2005 e il 2006 ho percorso il Ponte Morandi una dozzina di volte, perchè la vita mi ha riservato il privilegio immenso di conoscere un po’ Genova, quel tanto che basta per farla rimanere sempre nel cuore.

Ricordo bene il senso di aria e di vertigine che si prova a sfrecciare su quel tracciato sospeso sulla città, veloce e vitale. E’ un’impronta di libertà che ti segna l’anima. Tutto si pensa tranne che lì si possa morire.

Dopo ieri restare increduli è il minimo, provare rabbia è normale, eppure una riflessione intellettualmente onesta è necessario farla.

Il progetto era stato avveniristico, di grande clamore, un marchio dell’Italia degli anni Sessanta che esportava se stessa in tutto il mondo in fasi che sembravano ruggenti e che dovevano mostrare il nostro paese come vincente ad ogni costo. Era stato realizzato con tecnica e materiali che si sono rivelati tuttavia obsoleti nel breve giro di pochi anni, visto che già nei Novanta sono iniziate le opere di manutenzione. L’anacronismo della progettazione si è rivelata tragica in generale e in particolare nella mancata lettura dello sviluppo sociale e commerciale dei successivi decenni: la via era nata per fare transitare una serie di seicento e di camioncini, non certo i tir di oggi.
In più i piloni furono posizionati in una modalità di perfetta integrazione (è ironico!) con il tessuto urbano, tanto che gli stabili dove abitano i ferrovieri vi sono tuttora addossati, in una logica di reciproca invasione degli spazi impressionante e in totale spregio della sicurezza che davvero lascia affranti.
Della serie: questo ponte si doveva fare.

Ma, vogliamo essere sinceri, cosa c’è di differente rispetto a tutto quello che è stato realizzato in Italia?

Se proviamo ad allargare lo sguardo, i ponti nel paese in queste condizioni sono tanti.
E se proviamo a generalizzare un po’ di più sono le costruzioni ad essere spesso fatiscenti o non adeguatamente ristrutturate mano a mano che ne è emersa la necessità.
Basta una breve carrellata storica sulle scuole inagibili o sui danni dei terremoti o, più banalmente, leggere qualche saggio relativo alla rete idrica nazionale, un colabrodo da sempre, per rendersene conto.

E allora il punto non è  quello di dar colpe a chi non è intervenuto “solo” negli ultimi 5 anni, oppure a chi, di converso, ha combattuto contro alternative affermando, miope, che il Viadotto Morandi fosse solido.
Ed è ridicolo dare credito a chi qua e là rileva con sarcasmo che l’acquedotto romano – su cui poi non hanno mai viaggiato i tir – sia ancora in piedi. Questo poi!

Il punto è che l’Italia  cade in pezzi perchè da quando è stata unificata, a dispetto del fatto che non siamo più sotto un dominatore, almeno non militarmente parlando, nessuno di noi a partire dai nostri bisnonni, si è preso mai la briga di far le cose per bene, con capacità di pianificazione e visione per il futuro, ed in un’ottica complessiva di rispetto per il sistema “Paese” quale tesoro naturale, monumentale e di risorse.

Questa è una responsabilità collettiva, non possiamo cercare con il lanternino “IL” o “UN” colpevole per assicurarlo alla Giustizia. Ci siamo dentro tutti.

L’unica cosa che potremo fare, dunque sarà studiare, sbracciarci, e fare le persone serie per una volta.
E sistemare questa immensa rete di disastri che ci sta trascinando a fondo da tutti i punti di vista.
Perchè il Viadotto Morandi e le sue vicende non sono altro che il perfetto specchio d’Italia, dal 1861.

 

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