Il mondo perde un po’ di bellezza (N.Y. Tribune del 5 Agosto 1962)

“L’attrice è stata vittima della sua incapacità di adattare la sua sensibilità e le sue ambizioni alle caratteristiche di quell’ambiente artificiale in cui viveva e lavorava. Le sue limitate capacità di attrice erano ignorate. Hollywood vendeva il suo corpo. Questa è stata la tragedia di Marilyn, questa è la tragedia di Hollywood”. (ANSA 6 Agosto).

Eppure io me lo chiedo ancora a chi volesse telefonare, visto che la trovarono con la cornetta in mano.
Forse dopotutto non voleva morire, probabilmente aveva cambiato idea un istante prima di volare via e aveva provato a rimanere attaccata alla vita in un disperato tentativo.

La storia di Marilyn secondo alcuni dimostra che la fama non è tutto e il successo e la ricchezza non possono rimarginare le ferite che fondano una personalità complessa come la sua, segnata dalla prematura scomparsa del padre e dalla malattia mentale di una madre che le sopravvisse.

Secondo me invece fu il successo il peggiore dei suoi mali perchè questo semplicemente non camminò di pari passo con il riconoscimento del suo valore.

In tanti, in troppi, si chiedevano come un’attricetta potesse essere stata sposata con Arthur Miller, ignari del fatto che lei possedeva un quoziente intellettivo leggermente superiore a quello di Einstein.

In tanti, in troppi non riconobbero l’acutezza nella leggerezza della recitazione di battute come: “Che vergogna quando arrivò l’idraulico. Io lì, tutta nuda nella vasca… e non avevo lo smalto sulle unghie!”

In tanti in troppi la relegarono ad “amante dei Kennedy” come un giocattolo collettivo.

Ecco secondo me fu per questo che Marilyn Monroe decise di farla finita perchè  “Arrendersi non significa sempre essere deboli; a volte significa essere forti abbastanza da lasciar perdere.”

E magari la cornetta fra le mani era stato soltanto un modo per mandare un ultimo messaggio: il mondo per lei non era stato abbastanza.

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