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Scusate. Scusate per il disturbo.

“Scusate. Scusate per il disturbo. Sono in quella fascia di età in cui fanno fatica a stare seduti, fermi, a tavola ma al contempo non riescono ancora ad aggirarsi in modo composto. Alla baby-sitter serale abbiamo preferito portarli in giro con noi , affinchè imparino a prendere le giuste misure con gli spazi e gentii. Quindi, grazie per averli richiamati all’ordine. Grazie per aver interagito con loro. Grazie per aver, in qualche modo, contribuito al loro percorso di crescita”. Queste sono le parole che avrei voluto sentire dai miei vicini di tavolo, con appresso figli non poco irrequieti. Questo è l’incipit di una storia, che avrei voluto raccontarvi. Ahimè, però, le cose sono andate un tantino diversamente.

E’ domenica. Come, ormai, da consuetudine ci fermiamo a cena fuori. Le ultime ore del weekend ci sono propedeutiche a tutta la nuova settimana. Dopocena ci accomodiamo nei tavolini fuori. Chiacchieriamo. Accanto a noi un gruppo di bambini che, senza sosta, saltella sulla pedana di legno posizionata all’entrata.

Disturbano? Si. Possono farsi male? Facile. Ecco almeno due, se non sufficienti quantomeno necessari, motivi per cui chiediamo loro di acquietarsi. Lo facciamo una prima volta, con tutta la comprensione che richiede quell’età, fastidiosa concedetemelo, tra l’infanzia e la prima adolescenza. Ci fissano. Ci sfidano. Rincarano la dose.

Noi, un po’ increduli ma ancora pazienti, facciamo un secondo tentativo. Ancora un terzo. Avremmo tentato, francamente, con la stessa quantità di pazienza- anche il quarto, se non fossimo stati aggrediti più che verbalmente da uno dei padri. Ci si avvicina con fare poco galante, gesticola animatamente e ci intima di non guardare i suoi figli. Ci urla che, in quanto bambini, non bisogna parlare con loro. Tutto possono fare. Tutto devono fare.

Immediatamente mi è chiaro che esattamente come i suoi pargoli pestiferi non sono predisposti all’ascolto, in egual misura e modo, il tizio non è predisposto al dialogo. Provo comunque a spiegargli che ai bambini, invece, bisogna parlare. Ci si può. Ci si deve. Sono molto più recettivi di quanto, a volte, non lo siamo noi adulti, ancorati alle nostre convinzioni. Io parlo e lui, dichiarandosi in totale disaccordo, prova ad accorciare la distanza fisica tra noi. Lo fa davanti ai figli, che inevitabilmente acquistano un’insana sicurezza. Da dentro la campana di vetro in cui i genitori hanno deciso di farli viverli, ci guardano. E’ un’aggressività passiva quella che viene fuori dai loro occhietti. Ancora troppo acerbi. Ma si sa, il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero.

Il rapporto genitori-figli è sicuramente il più complesso tra le relazioni che un essere umano possa vivere. Lo scrivo da figlia. Lo dico da amica di mamme. Lo penso da futura, un giorno, mamma.
Non esiste un vademecum. E non lo troverete neppure più avanti. Ci sono però delle regole, che la civiltà ci ha tramandato, che è bene mantenere a mente. Il buonsenso, in primissima battuta, che in questa vicenda, ahimè, è mancato. Proviamo a capire dove, quando e perché.

E’ umanamente indiscutibile difendere chi vogliamo bene, ma è insensato farlo, a spada tratta, quando sbaglia. Minimizzare od addirittura negare lo sbaglio significa, in realtà, negargli una, che poi potrebbe anche essere la, possibilità di crescita. E’ controproducente non utilizzare lo spazio di quell’errore, tanto più se si tratta di un bambino che inevitabilmente necessita di una guida. Una guida e non un paraurti. Indicare la strada, oltre ad esser più agevole, è anche più proficuo che spianarla. Soprattutto nel lungo termine, quando le rocce genitoriali smettono di esser tali, per causa di forze maggiore.

Se la genitorialità è un dovere, la paternità/maternità no. Ed entrambe la scelte vanno rispettate.
E vi è rispetto anche quando non vi è prevaricazione. Invadenza dell’altrui comfort zone.
Ecco perché se l’educazione non viene a noi, noi dobbiamo andare all’educazione.

“Scusate. Scusate se interrompo la vostra cena, gentili clienti, ma i bambini stanno iniziando a disturbare alcuni degli altri commensali presenti”. È cosi che doveva iniziare e finire, questa storia. O quantomeno è questo che ci aspettavamo. Una gestione super partes.

Rossana Campaniolo

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