Asparinu e Maria che non lo volle sposare

Asparinu ogni tardo pomeriggio si piazzava là sotto, sulla strada, in Via Nicolò Spedalieri, accanto al lampione.
In questa maniera, quando veniva il buio, poteva continuare a guardare verso le persiane del primo piano, facendo scorgere con chiarezza la sua faccia e i suoi occhi che puntavano proprio lì, alla fessura microscopica da cui trasparivano ombre e luci della casa, per trasmettere tutte le sue serie intenzioni d’amore con quella pustiata.

Dietro c’era Maria, che era una ragazza sistemata. Di famiglia non ricca, ma dove entravano due stipendi, perchè la madre, Rosa, lavorava alla Manifattura Tabacchi, all’Acquasanta, e il padre, Francesco, era imbarcato, un fuochista della Tirrenia che, quando era a terra, prestava servizio alla Fabbrica Chimica dell’Arenella per l’affumicazione delle arance.

Lui certo era tanticchia grezzuliddu, era solo un manovale, ma Maria gli piaceva: era tutta bella formosa, no sicca sicca come certe picciotte che sembravano sarde salate, e giravano per il quartiere prese dalla mania di Greta Garbo. Insistendo magari quello spiraglio, lì tra le persiane, poteva diventare un passaggio.

E questa speranza diventò convinzione allorchè giunse notizia che Don Ciccio purtroppo era morto per una infezione all’orecchio. Sta figlia, ora che era orfana, avrebbero dovuto pur maritarla.

Andando al funerale, e tenendosi nelle retrovie del corteo, capì però che il suo grande problema non era il padre defunto, ma il fratello ventenne e vivissimo: Nino. Non altissimo, ma slanciato, bello, vestito sempre in camicia, con un paio di baffetti da sparviero curati. Parlava in italiano! La voce che correva su di lui era che fosse allittratu, studiava qualsiasi cosa gli capitasse sotto mano, dalla lingua inglese, alla fisica dei sistemi elettrici, dalla storia, alla geografia. Era pure iscritto alla Scuola Radio Elettra. E per questo le ragazze da marito del quartiere lo guardavano e lo riguardavano, soprattutto le tre sorelle Tranchina.

Sembrava un termine di paragone quasi imbattibile per lui.

Asparinu ebbe purtroppo conferma di ciò quando provò ad avvicinare Maria per strada qualche settimana dopo. Vestita ancora a lutto, che la madre aveva disposto che lo portassero per tre anni tale era il dolore in famiglia, andava in giro per Via Montalbo a fare la spesa con un’amica. Quando il povero giovane provò a proporsi ebbe in cambio uno sprezzante: “Vatinni sbriugnatu, si u sapi me frati…” (trad. “Vattene svergognato, se lo venisse a sapere mio fratello…”)

Invero Maria, tutte le volte che si accorgeva di Asparinu strada strada, messo accanto al lampione, le persiane le chiudeva magari meglio. Che non avesse a vederla manco per sbaglio. Un muratore che non spiccicava una parola che non fosse in dialetto, stiamo scherzando, cosa avrebbe detto mai Nino?

Fu così che Gaspare sposò Tanina, che era andata a passeggio quella mattina con Maria e che invece si era mostrata ben più disponibile, ma certo lei era figlia di tavernari.
Maria dal canto suo non si sposò mai. Perchè nessuno le sembrò degno di essere presentato al fratello.

 

 

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