Monthly Archives: settembre, 2018

Nino, Santo, la storia delle loro due famiglie e della mia

La sirena dei bombardamenti in arrivo era stata archiviata e il suo riecheggiare iniziava a sbiadire tra i ricordi.
La guerra era finita, l’Italia iniziava a pensare alla sua rinascita e questo rendeva speranzosi tutti.
Anche i giovani del quartiere dei Cantieri Navali, accanto al Borgo, finalmente potevano uscire la sera a passeggiare senza il timore di incontrare qualche pericolo.

E così faceva regolarmente anche Nino che aveva il coprifuoco a mezzanotte, ma solo perchè era ancora la calda stagione.
In inverno Don Ciccio gli imponeva di rientrare entro le dieci e mezzo, perchè il freddo rendeva la notte precoce e per questo più insidiosa.
Per quanto fosse maturo, il ragazzo aveva ancora solo quindici anni e le regole andavano date. L’attenzione con i figli non bastava mai.

Comunque sia fra un vai e un vieni, Nino si mise come tutti a fare le vasche nella zona di Via Montalbo con il suo amico di infanzia Michele.
Una sera conobbe Santo, il figlio di un barbiere.
Era un tizio bassino, di uno o due anni più di lui, dal fisico asciutto.
Santo vestiva già secondo la moda estera. Di pantaloni e camicia non ne voleva più sentire parlare.
Con il nuovo corso gli erano arrivati fra le mani i jeans e con i primi freschi tirò fuori dall’armadio anche un giubotto di pelle.

Precorreva, in poche parole, con una decina di anni abbondanti, “Tu vuò fa l’americano” di Carosone e se ne andava in giro gustandosi la libertà giovanile anche se prevedeva di sposarsi perchè a Marineo, dove durante il conflitto era stato sfollato con la famiglia, aveva la zita.

Nino, come sempre faceva con tutto quello che gli capitava, raccontò anche di lui in famiglia. E Don Ciccio non gradì.
Di uno che vestiva con il giubbotto di pelle bisognava diffidare. Che erano ste vergogne moderniste? Si trattava sicuramente di qualche mala compagnia.
Ma, per evitare di mettere sulla difensiva il figlio, non disse nulla.
Semplicemente ogni tanto iniziò a fare un giretto serale in via Montalbo, per vedere che aria tirava, finchè anche lui conobbe Santo.

Don Ciccio, con quei baffi, sembrava severo, ma in realtà era buono come un pezzo di pane.
Con Santo ci fece amicizia pure lui, che il picciotto, se ne rese subito conto, era una bravissima persona.
Tanto che, per l’età che aveva, fu lo stesso ragazzo a proporgli di presentarlo ai suoi di genitori: Totò e Carmelina.

Iniziò così un’amicizia importante e di lunghissima durata, tra Santo e Nino e tra i loro quattro genitori, da cui, nessuno di loro lo avrebbe potuto prevedere, si sarebbe determinato il destino di entrambe le famiglie e, a cascata, del mio.
Fu così che infatti Nino entrò in casa Tranchina e conobbe una delle sorelle di Santo, Graziella, mia madre.
Ma questa è la storia di un altro post, forse.

Iò – EAT&GREET (Trapani)

Io, prima persona singolare. Iò, prima persona singolare. Apparentemente identici, profondamente diversi.
Il primo è un modo di essere. Il secondo è un modo di sentire. Ed in effetti, cambia il suono quando lo si dice, ma soprattutto, cambia l’atteggiamento di chi lo pronuncia.
Se l’io ha mille mila e più sfaccettature; iò si restringe. E nella maggior parte dei casi si alterna tra spavalderia ed assittamento in pizzo. E credo che sia questa la ragione per cui sono stata subito attratta dall’insegna del nuovo locale, inaugurato al centro storico di Trapani. Iò. Trapani –eat&greet. Ed alla prima occasione utile, che poi è sempre quella per far reunion tra amici, ho prenotato un tavolo.

Della serie: Iò e tu. In verità, noi eravamo più di dieci. Stile banchetto per citare il mio Amico P. E, faccio ammenda, nonostante fossimo in vergognoso ritardo siamo stati ugualmente bene accolti. Con un sorriso che sa di valore aggiunto, quindi.

Adesso, immaginate: Iò assittata in pizzo da iò. Che meraviglia! Forse, l’unica reale pecca è quella di esser in vetrina. Mi spiego: Si trova su strada da passeggio, con vetrate e n o r m i. Che se da un lato può incuriosire chi sta fuori, dall’altro imbarazza, in qualche modo, chi sta dentro. Un buon compromesso, potrebbe esser quello di tenere le tende scese, fino a metà. Lasciare gambe e piedi liberi, quindi. Esattamente, come liberi vengono lasciati i clienti di scomporre il proprio piatto.

Io l’ho fatto. Ho scomposto il mio EGG HAMBUGER. [voi non fatelo!] Io sono fatta cosi. Leggo e rileggo il menù. Mi consulto. Penso fino a che una cosa non la distruggo.

Poi, chiaramente tento la ricomposizione. A volte riesce, altre no.

Stavolta è riuscita. Al punto che lo considero il mio preteso per ritornare. Ed abbuffarmi compostamente.

La mia parafrasi in voti è la seguente:
Location 7,50/10
Servizio 9/10
Presentazione piatti 8/1O
Gusto e qualità 7,50/10
Rapporto qualitá e prezzo: 7,50/10

Totale 39.50/50

Rossana Campaniolo

“Abendrot”

Sono stata al teatro. Più precisamente, ad uno spettacolo di danza contemporanea. Ci sono andata da sola. Io. Me. Me stessa. Che già così potrebbe sapere di ‘notizia’ meritevole di scrittura. Ed invece no. Faccio tantissime cose da sola. Dormo da sola. Indi per cui, mi sveglio in quasi solitudine. -Mille mila domande di mamma, a parte, mentre con quasi religioso silenzio attendo il gorgoglio della moka.-

Ciò, quindi, che di interessante e nuovo c’è è che: Lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo!
A dire il vero, nonostante la sofferenza che sento per la mancanza, ormai dai tempi della seconda guerra mondiale, di un teatro a Trapani, mi è piaciuta anche la location. Un chiostro, quello di San Domenico, nel cuore del centro storico di Trapani, prestato all’arte soprattutto nella stagione estiva. Domenica e lunedì, 09-10 settembre 2018 ha aperto le porte alla mente-al cuore-ai piedi delle sorelle Lo sciuto. Betty e Patrizia che hanno ideato, coreografato e curato la regia di “Abendrot”.

Due donne leggere nell’ anima, quasi eteree, ma mai banali e superficiali. Questo, per chi non ha mai avuto modo di parlare con loro, guardandole negli occhi, lo si può intuire dalle poche ma puntuali note di regia. Tre parti, anziché il classico dualismo. Come un match. Danzato sul palco, della vita. E questa volta, la vittoria di tutta la compagnia di ballo è stata netta.

Il primo “ Vier Lezt Lieder” di Richard Strauss ha visto protagoniste Delfina Stella, Arabella Scalisi, Silvia Giuffrè, German Marina e la stessa Patrizia. Che alternandosi, puntualmente come le stagioni, perché d’altra parte è cosa ridondante che le mezze stagioni non esistano più, hanno fluito sul e nel tempo musicale e non. Lo hanno fatto con un’energia che teneramente contagia e fa riflettere, e, forse anche, imparare che abbandonarsi alla vita, nel senso di non opporsi, o meglio afFidarsi, è l’unica cosa che davvero ci è concessa.

Senza paura.

Il secondo momento “Rèminiscences d’amour” ha come incipit l’introspezione di una donna. Non saprei dire quanta autobiografia ci sia, ma sicuramente la minore delle sorelle Lo Sciuto s’è messa in discussione, e non in qualità di ballerina, le cui capacità sono pienamente riconosciute ma come essere femminile di questo tempo. Essere sempre più perfettibile, e per questo, forse, irrequieta. Interpretazione intimistica, commuovente. Ho pianto. Per me, per essermi riconosciuta in quell’ incomprensibile modus vivendi del “Io non sono sola. Sto da sola”. Che meriterebbe, concedetemelo, parimenti, lo stesso “Congratulazioni” che i più non mancano di rivolgere agli sposi che hanno deciso di condividersi per un tempo di vita indefinito. Ho pianto. Per tutte le donne, che non si vogliono bene. Che non riescono ad abbracciare se stesse. Che non riescono ad essere Amiche delle donne. Io che di Patrizia, invece, Amica sento di esserlo.

Uno spettacolo a predominanza femminile, sicuramente. Che a conferma dell’anticonformismo che lo contraddistingue sovverte, in modo misurato, un’idea anacronistica, e mette in scena “grandi uomini dietro a grandi donne” Marco Calaciura e German Marina. Ballerini che sanno di principi, quando volteggiano all’ unisono con la partner. E lo sono state, come solo l’Amore può farti essere, felici-emozionate-sognanti-tremanti Giuliana Martinez nell’ interpretare la “lei” del duo, e Giuliana Principato in “The unanswered question”.

Infine, trascorse le due ore di catarsi, se non sufficiente quantomeno necessaria, che è l’effetto di ogni spettacolo a maternità Lo Sciuto, il terzo ed ultimo incontro, tra palco e realtà, è stata una vera e propria festa in cui tutti i danzatori perfettamente allineati nei tempi, nei passi, nelle pause ed anche nei respiri sono esplosi in una fragorosa risata che ha coinvolto la platea tutta. Il cui cuore, sono certa, stesse scoppiando per tutte le emozioni da cui ognuno ha scelto di farsi investire.

Ed io che poco prima dell’inizio mi ero infastidita e per l’assenza di sedute a sufficienza per il pubblico presente, e per la presenza di bambini, forse troppo piccoli ma comunque rumorosi, sono tornata a casa felice di esserci stata. Fiera della mio passato di danzatrice. E malinconica per aver smesso.

NB. Foto di Rino Garziano.

Rossana Campaniolo

Asparinu e Maria che non lo volle sposare

Asparinu ogni tardo pomeriggio si piazzava là sotto, sulla strada, in Via Nicolò Spedalieri, accanto al lampione.
In questa maniera, quando veniva il buio, poteva continuare a guardare verso le persiane del primo piano, facendo scorgere con chiarezza la sua faccia e i suoi occhi che puntavano proprio lì, alla fessura microscopica da cui trasparivano ombre e luci della casa, per trasmettere tutte le sue serie intenzioni d’amore con quella pustiata.

Dietro c’era Maria, che era una ragazza sistemata. Di famiglia non ricca, ma dove entravano due stipendi, perchè la madre, Rosa, lavorava alla Manifattura Tabacchi, all’Acquasanta, e il padre, Francesco, era imbarcato, un fuochista della Tirrenia che, quando era a terra, prestava servizio alla Fabbrica Chimica dell’Arenella per l’affumicazione delle arance.

Lui certo era tanticchia grezzuliddu, era solo un manovale, ma Maria gli piaceva: era tutta bella formosa, no sicca sicca come certe picciotte che sembravano sarde salate, e giravano per il quartiere prese dalla mania di Greta Garbo. Insistendo magari quello spiraglio, lì tra le persiane, poteva diventare un passaggio.

E questa speranza diventò convinzione allorchè giunse notizia che Don Ciccio purtroppo era morto per una infezione all’orecchio. Sta figlia, ora che era orfana, avrebbero dovuto pur maritarla.

Andando al funerale, e tenendosi nelle retrovie del corteo, capì però che il suo grande problema non era il padre defunto, ma il fratello ventenne e vivissimo: Nino. Non altissimo, ma slanciato, bello, vestito sempre in camicia, con un paio di baffetti da sparviero curati. Parlava in italiano! La voce che correva su di lui era che fosse allittratu, studiava qualsiasi cosa gli capitasse sotto mano, dalla lingua inglese, alla fisica dei sistemi elettrici, dalla storia, alla geografia. Era pure iscritto alla Scuola Radio Elettra. E per questo le ragazze da marito del quartiere lo guardavano e lo riguardavano, soprattutto le tre sorelle Tranchina.

Sembrava un termine di paragone quasi imbattibile per lui.

Asparinu ebbe purtroppo conferma di ciò quando provò ad avvicinare Maria per strada qualche settimana dopo. Vestita ancora a lutto, che la madre aveva disposto che lo portassero per tre anni tale era il dolore in famiglia, andava in giro per Via Montalbo a fare la spesa con un’amica. Quando il povero giovane provò a proporsi ebbe in cambio uno sprezzante: “Vatinni sbriugnatu, si u sapi me frati…” (trad. “Vattene svergognato, se lo venisse a sapere mio fratello…”)

Invero Maria, tutte le volte che si accorgeva di Asparinu strada strada, messo accanto al lampione, le persiane le chiudeva magari meglio. Che non avesse a vederla manco per sbaglio. Un muratore che non spiccicava una parola che non fosse in dialetto, stiamo scherzando, cosa avrebbe detto mai Nino?

Fu così che Gaspare sposò Tanina, che era andata a passeggio quella mattina con Maria e che invece si era mostrata ben più disponibile, ma certo lei era figlia di tavernari.
Maria dal canto suo non si sposò mai. Perchè nessuno le sembrò degno di essere presentato al fratello.

 

 

Quando la misura è colma

Assittarsi in pizzo vuol dire notare ciò che non va e reagire, con il sopracciglio alzato.
Si tratta di avere la capacità di puntualizzare  quello che non  piace, di non subire senza però attraversare il punto di non ritorno.

Assittarsi in pizzo è una protesta non distruttiva.

E’ la tendenza al disappunto facile, veloce ma revocabile.
Tavolta muto. Perchè non sempre si esprime il proprio disagio.
Si cerca spesso di attendere che l’onda di indignazione passi e di razionalizzare.

Per non essere irragionevoli. Per non apparire irragionevoli. Per non farsi dire irragionevoli.

Talvolta però la misura è colma.
E lì con altrettanto silenzio, si alza il sopracciglio e si chiude la porta, con cortesia.
Perchè non c’è nulla di più distante e freddo della cortesia.

 

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