Il mio difetto fisico

Vent’anni di danza classica.  Un numero indefinito di scarpette con le punte(ormai appese al chiodo!). Ricordi indelebili. Ed un osso storto. Al piede. Il mio ‘difetto’ fisico.

Quello che puntualmente rispondi alla domanda: ‘Cosa cambieresti del tuo corpo?’. Anche se io, ad operarmi non ci penso neppure. Almeno per adesso.

In realtà, non avrei mai pensato di scrivere del mio piede, ma oggi, in qualche modo lo trovo necessario. Perché per la prima volta, in assoluto, mi è pesato come ‘una palla al piede’. A cui ho debitamente dato un calcio. Lo stesso che ho dato alle palle, che non ha avuto di chiedermi scusa, di chi ha tentato di offendermi.

Andiamo con ordine: vado al mare. Stesso lido. Stessa spiaggia.
Di fronte a me, un gruppo di coppie di amici. Allegri. Bevuti ed allegri a dismisura. Per tutto il giorno la cosiddetta ‘cordialità del buon vicinato’ ha fatto da padrona, fino quando, un tipo, lasciato a guinzaglio sciolto dalla fidanzata, mi fissa ed abbozza un vano approccio: ‘ciao zia!’, che prendo come un complimento, fatto da chi ha scelto una nonna, anagraficamente quantomeno, per compagna. (Non me ne voglia la signora, ma io credo fermamente nel ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’). Ricambio con altrettanta ilarità, quindi.

Male. Malissimo.

Poco dopo, con atteggiamento poco figo ma da spaccone incalza con i suoi amici “io con questi piedi non uscirei neppure di casa”. [Il riferimento era, in modo chiaro ed inequivocabile, ai miei].
Ho sgranato gli occhi. Non potevo credere che realmente avesse detto una roba simile. Ma la conferma inconfutabile mi è giunta da chi mi sedeva accanto.


Delle due una: o mi alzavo e gli mollavo due sberle, o lo ammonivo verbalmente. Ho scelto di dirgli che fosse indiscutibilmente indelicato e maleducato. Certa, che si sarebbe scusato. Avremmo bevuto uno spritz. E saremmo diventati nuovi-grandi-amici.

U t o p i a.

Il tipo, medico-dermatologo, dato da non sottovalutare, persevera nel suo esser homo-cojons con i suoi amici, homoj cojons muti.
Non resisto. Mi alzo. E gli vomito addosso la mia filippica. Più precisamente, un vano tentativo di spiegargli come si dovrebbe vivere in questa società, sempre più attenta ad una perfezione. Che di fatto non esiste. Ed un medico che burla una patologia, ne è l’esempio più eclatante.

Francamente, non credo di esser riuscita nell’intento. Anzi, proprio no.
Però, dovevo. Dovevo dirgli che nonostante i suoi denti poco curati, il barista lo avesse servito. Lo spiaggista lo avesse fatto accomodare. E lo avevano fatto nello stesso identico modo, gentile, usato per tutti gli altri clienti. Me compresa.
Dovevo. E non tanto per difendere me stessa. Che sono esattamente come avrei voluto esser ad oggi. Ma per chiunque poteva esser lì, al mio di posto, che quotidianamente, invece, combatte con un qualsivoglia ‘difetto’.

Di me, in assoluto, mi piace l’idea di avere 1000 difetti ed un solo pregio. La verità, brutale ed ironica come solo lei può esser.

Ed in questa storia di verità ce n’è una sola: Io non ho neppure una ragione per vergognarmi del mio piede. Che mostro con discreta disinvoltura. Si, forse un giorno (più poi che prima) lo metterò sotto ai ferri. Ma fino a quel momento, continuerò, e posso farlo -davvero- a camminare. A testa alta. Tu, invece, caro dottorino, di cui ho già note le generalità, e che solo la normativa sulla privacy ti salva dall’esser menzionato, la prossima volta, con i tuoi, ormai cresciuti, amichetti, di prosecco, gioca ad insabbiarti la testa. Cosi, da evitare una figura di merda, che di questi tempi non è cosa di poco conto.

Intanto, concedimi di augurarti ogni 18 agosto un pelo incarnito incazzato. Per non dimenticar-mi.

Cordialità.

Di Rossana Campaniolo

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