Ponte Morandi. Perfetto specchio d’Italia.

Tra il 2005 e il 2006 ho percorso il Ponte Morandi una dozzina di volte, perchè la vita mi ha riservato il privilegio immenso di conoscere un po’ Genova, quel tanto che basta per farla rimanere sempre nel cuore.

Ricordo bene il senso di aria e di vertigine che si prova a sfrecciare su quel tracciato sospeso sulla città, veloce e vitale. E’ un’impronta di libertà che ti segna l’anima. Tutto si pensa tranne che lì si possa morire.

Dopo ieri restare increduli è il minimo, provare rabbia è normale, eppure una riflessione intellettualmente onesta è necessario farla.

Il progetto era stato avveniristico, di grande clamore, un marchio dell’Italia degli anni Sessanta che esportava se stessa in tutto il mondo in fasi che sembravano ruggenti e che dovevano mostrare il nostro paese come vincente ad ogni costo. Era stato realizzato con tecnica e materiali che si sono rivelati tuttavia obsoleti nel breve giro di pochi anni, visto che già nei Novanta sono iniziate le opere di manutenzione. L’anacronismo della progettazione si è rivelata tragica in generale e in particolare nella mancata lettura dello sviluppo sociale e commerciale dei successivi decenni: la via era nata per fare transitare una serie di seicento e di camioncini, non certo i tir di oggi.
In più i piloni furono posizionati in una modalità di perfetta integrazione (è ironico!) con il tessuto urbano, tanto che gli stabili dove abitano i ferrovieri vi sono tuttora addossati, in una logica di reciproca invasione degli spazi impressionante e in totale spregio della sicurezza che davvero lascia affranti.
Della serie: questo ponte si doveva fare.

Ma, vogliamo essere sinceri, cosa c’è di differente rispetto a tutto quello che è stato realizzato in Italia?

Se proviamo ad allargare lo sguardo, i ponti nel paese in queste condizioni sono tanti.
E se proviamo a generalizzare un po’ di più sono le costruzioni ad essere spesso fatiscenti o non adeguatamente ristrutturate mano a mano che ne è emersa la necessità.
Basta una breve carrellata storica sulle scuole inagibili o sui danni dei terremoti o, più banalmente, leggere qualche saggio relativo alla rete idrica nazionale, un colabrodo da sempre, per rendersene conto.

E allora il punto non è  quello di dar colpe a chi non è intervenuto “solo” negli ultimi 5 anni, oppure a chi, di converso, ha combattuto contro alternative affermando, miope, che il Viadotto Morandi fosse solido.
Ed è ridicolo dare credito a chi qua e là rileva con sarcasmo che l’acquedotto romano – su cui poi non hanno mai viaggiato i tir – sia ancora in piedi. Questo poi!

Il punto è che l’Italia  cade in pezzi perchè da quando è stata unificata, a dispetto del fatto che non siamo più sotto un dominatore, almeno non militarmente parlando, nessuno di noi a partire dai nostri bisnonni, si è preso mai la briga di far le cose per bene, con capacità di pianificazione e visione per il futuro, ed in un’ottica complessiva di rispetto per il sistema “Paese” quale tesoro naturale, monumentale e di risorse.

Questa è una responsabilità collettiva, non possiamo cercare con il lanternino “IL” o “UN” colpevole per assicurarlo alla Giustizia. Ci siamo dentro tutti.

L’unica cosa che potremo fare, dunque sarà studiare, sbracciarci, e fare le persone serie per una volta.
E sistemare questa immensa rete di disastri che ci sta trascinando a fondo da tutti i punti di vista.
Perchè il Viadotto Morandi e le sue vicende non sono altro che il perfetto specchio d’Italia, dal 1861.

 

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