Monthly Archives: agosto, 2018

Maricetta di Poitiers mostrava le minne

Maricetta era alta e snella.
Aveva lunghi boccoli neri, come la notte.
Non aveva un bel viso, anzi era piuttosto bruttina.
Ma qualcuno doveva averle insegnato che nella vita l’atteggiamento è tutto.
E lei si atteggiava assai.
Per esempio, quando vedeva una fontana, immancabilmente si distendeva sul bordo, messa a sirena.

Quello che le piaceva di più di se stessa erano le minne.
Piccole e tonde.
Si diceva che la coppa di champagne fosse stata ideata sul modello del seno di Diana di Poitiers, la favorita di Enrico II di Francia.
Ebbene, lei non aveva nulla da invidiarle, salvo che non aveva ancora trovato il suo re.

Un’estate, Ninetta e Linuccia, due amiche di Lapislazzula, la invitarono a stare al mare per qualche giorno in vacanza con la famiglia.
Lei andò, e si portò appresso l’intero guardaroba: chissà che serate importanti ci sarebbero state lì per il suo avvenire.
Ma il paesino si rivelò paesazzo, pieno di anziani sputacchiosi.
L’unica speranza di incontrare l’agognato sovrano restava la mattina, quando si andava alla spiaggia degli Ottomani a fare il bagno.
Sugli scogli giungeva tutta la regione ed era pieno di masculi.

Un giorno, giunte là, esasperata perchè non si batteva chiodo, scavò dentro di sè e trovò l’atteggiamento.
Prese e sciolse i cordini del costume e restò con le minne all’aria.
“Maricetta santo cielo che fai?”
“Prendo il sole quasi integrale, così quando ho la scollatura profonda non si vedono i segni” fece lei.
E restò sulla battigia, messa a sirena, nella convinzione che sarebbe stata più attraente.

Qualche comare di Lapislazzula però era lì presente e l’episodio fece il giro del paese.
Una bussò alla porta della madre di Linuccia e le disse “Quella è sfacciata e svergognata”.
Iniziò un vero e proprio processo seduta stante alle amiche che “La dovevano sorvegliare per la reputazione della famiglia”.
Le ragazze giurarono.

Il giorno dopo, quando Maricetta andò per slacciarsi, Nina e Lina le fecero il lisciabus.
Ma lei resistette, a parte che per il sovrano, per la sua libertà.
E loro? Per direttissima la portarono al treno.
E la rispedirono da dove era arrivata.
Che non si dicesse che non avevano saputo difendere il loro buon nome.

Il mio difetto fisico

Vent’anni di danza classica.  Un numero indefinito di scarpette con le punte(ormai appese al chiodo!). Ricordi indelebili. Ed un osso storto. Al piede. Il mio ‘difetto’ fisico.

Quello che puntualmente rispondi alla domanda: ‘Cosa cambieresti del tuo corpo?’. Anche se io, ad operarmi non ci penso neppure. Almeno per adesso.

In realtà, non avrei mai pensato di scrivere del mio piede, ma oggi, in qualche modo lo trovo necessario. Perché per la prima volta, in assoluto, mi è pesato come ‘una palla al piede’. A cui ho debitamente dato un calcio. Lo stesso che ho dato alle palle, che non ha avuto di chiedermi scusa, di chi ha tentato di offendermi.

Andiamo con ordine: vado al mare. Stesso lido. Stessa spiaggia.
Di fronte a me, un gruppo di coppie di amici. Allegri. Bevuti ed allegri a dismisura. Per tutto il giorno la cosiddetta ‘cordialità del buon vicinato’ ha fatto da padrona, fino quando, un tipo, lasciato a guinzaglio sciolto dalla fidanzata, mi fissa ed abbozza un vano approccio: ‘ciao zia!’, che prendo come un complimento, fatto da chi ha scelto una nonna, anagraficamente quantomeno, per compagna. (Non me ne voglia la signora, ma io credo fermamente nel ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’). Ricambio con altrettanta ilarità, quindi.

Male. Malissimo.

Poco dopo, con atteggiamento poco figo ma da spaccone incalza con i suoi amici “io con questi piedi non uscirei neppure di casa”. [Il riferimento era, in modo chiaro ed inequivocabile, ai miei].
Ho sgranato gli occhi. Non potevo credere che realmente avesse detto una roba simile. Ma la conferma inconfutabile mi è giunta da chi mi sedeva accanto.


Delle due una: o mi alzavo e gli mollavo due sberle, o lo ammonivo verbalmente. Ho scelto di dirgli che fosse indiscutibilmente indelicato e maleducato. Certa, che si sarebbe scusato. Avremmo bevuto uno spritz. E saremmo diventati nuovi-grandi-amici.

U t o p i a.

Il tipo, medico-dermatologo, dato da non sottovalutare, persevera nel suo esser homo-cojons con i suoi amici, homoj cojons muti.
Non resisto. Mi alzo. E gli vomito addosso la mia filippica. Più precisamente, un vano tentativo di spiegargli come si dovrebbe vivere in questa società, sempre più attenta ad una perfezione. Che di fatto non esiste. Ed un medico che burla una patologia, ne è l’esempio più eclatante.

Francamente, non credo di esser riuscita nell’intento. Anzi, proprio no.
Però, dovevo. Dovevo dirgli che nonostante i suoi denti poco curati, il barista lo avesse servito. Lo spiaggista lo avesse fatto accomodare. E lo avevano fatto nello stesso identico modo, gentile, usato per tutti gli altri clienti. Me compresa.
Dovevo. E non tanto per difendere me stessa. Che sono esattamente come avrei voluto esser ad oggi. Ma per chiunque poteva esser lì, al mio di posto, che quotidianamente, invece, combatte con un qualsivoglia ‘difetto’.

Di me, in assoluto, mi piace l’idea di avere 1000 difetti ed un solo pregio. La verità, brutale ed ironica come solo lei può esser.

Ed in questa storia di verità ce n’è una sola: Io non ho neppure una ragione per vergognarmi del mio piede. Che mostro con discreta disinvoltura. Si, forse un giorno (più poi che prima) lo metterò sotto ai ferri. Ma fino a quel momento, continuerò, e posso farlo -davvero- a camminare. A testa alta. Tu, invece, caro dottorino, di cui ho già note le generalità, e che solo la normativa sulla privacy ti salva dall’esser menzionato, la prossima volta, con i tuoi, ormai cresciuti, amichetti, di prosecco, gioca ad insabbiarti la testa. Cosi, da evitare una figura di merda, che di questi tempi non è cosa di poco conto.

Intanto, concedimi di augurarti ogni 18 agosto un pelo incarnito incazzato. Per non dimenticar-mi.

Cordialità.

Di Rossana Campaniolo

Enrichetta d’Inghilterra. Assittata nel Seicento

Sono nata nel 1974, quindi ho una dipendenza da Lady Oscar.
Un legame così forte da farmi appassionare alla storia europea anche dei secoli prima: da sempre sono curiosa soprattutto delle vicende delle grandi dinastie.

Temo sia questa la ragione per cui sto vendendo “Versailles” su Netflix.

Badate, nulla di differente rispetto a quanto non siano le fiction sui Borgia, piuttosto che sui Tudor.
Il re, maschio alfa, è sempre una specie di rockstar senza cuore che, a dispetto dell’avvenenza e dell’intelligenza, scarsine, si realizza secondo due direttrici: comandare e fottere. Così è Luigi XIV, un megalomane dal letto affollato.
Ovviamente non si tratta di una valutazione storica, ma relativa alla sua rappresentazione nella serie.

Tuttavia questa ennesima immagine della corte del Re Sole mi ha fatto scoprire una figura mai notata in ben 38 anni di esperienza: Enrichetta di Inghilterra.

by Sir Peter Lely, oil on canvas, feigned oval, circa 1662

Principessa sfigatissima, a cui fu decapitato il padre e che fu ospite con la madre presso i Francesi, fin quando il fratello Stewart non riprese il potere. Fu  allora che venne data in sposa a Filippo d’Orleans, che era smaccatamente, apertamente, notoriamente gay. Talmente omosessuale che anche in famiglia sin da piccolo lo appellavano con il soprannome “la nostra bambina”. Talmente omosessuale che andava in giro per i saloni di corte vestito in abiti femminili.
Oltre al danno, la beffa.

E lei? Si assittò in pizzo o almeno ci provò.

Intanto fece due figli, sì con il marito gay. Poi si fece Luigi XIV, alla faccia del marito gay. Certo commise un errore di valutazione, infilando nel letto del re una domestica che poi divenne l’amante successiva del sovrano, ma allora erano rischi che si correvano.

Fu talmente civetta che ingelosì il marito e fu richiamata ufficialmente dalla regina madre di Francia affinchè mantenesse costumi più morigerati.

In pratica si tolse il testale: visto che non poteva avere quello che voleva, si prendeva quello che desiderava.
Lo fece talmente tanto che morì probabilmente avvelenata, forse dall’amante del marito, Filippo di Lorena, lo Chevalier.

Qui e qui potete appurare le prodezze di questa giovane, che visse alla grande fino a 26 anni e che ha tutta la mia stima storica.

 

Ponte Morandi. Perfetto specchio d’Italia.

Tra il 2005 e il 2006 ho percorso il Ponte Morandi una dozzina di volte, perchè la vita mi ha riservato il privilegio immenso di conoscere un po’ Genova, quel tanto che basta per farla rimanere sempre nel cuore.

Ricordo bene il senso di aria e di vertigine che si prova a sfrecciare su quel tracciato sospeso sulla città, veloce e vitale. E’ un’impronta di libertà che ti segna l’anima. Tutto si pensa tranne che lì si possa morire.

Dopo ieri restare increduli è il minimo, provare rabbia è normale, eppure una riflessione intellettualmente onesta è necessario farla.

Il progetto era stato avveniristico, di grande clamore, un marchio dell’Italia degli anni Sessanta che esportava se stessa in tutto il mondo in fasi che sembravano ruggenti e che dovevano mostrare il nostro paese come vincente ad ogni costo. Era stato realizzato con tecnica e materiali che si sono rivelati tuttavia obsoleti nel breve giro di pochi anni, visto che già nei Novanta sono iniziate le opere di manutenzione. L’anacronismo della progettazione si è rivelata tragica in generale e in particolare nella mancata lettura dello sviluppo sociale e commerciale dei successivi decenni: la via era nata per fare transitare una serie di seicento e di camioncini, non certo i tir di oggi.
In più i piloni furono posizionati in una modalità di perfetta integrazione (è ironico!) con il tessuto urbano, tanto che gli stabili dove abitano i ferrovieri vi sono tuttora addossati, in una logica di reciproca invasione degli spazi impressionante e in totale spregio della sicurezza che davvero lascia affranti.
Della serie: questo ponte si doveva fare.

Ma, vogliamo essere sinceri, cosa c’è di differente rispetto a tutto quello che è stato realizzato in Italia?

Se proviamo ad allargare lo sguardo, i ponti nel paese in queste condizioni sono tanti.
E se proviamo a generalizzare un po’ di più sono le costruzioni ad essere spesso fatiscenti o non adeguatamente ristrutturate mano a mano che ne è emersa la necessità.
Basta una breve carrellata storica sulle scuole inagibili o sui danni dei terremoti o, più banalmente, leggere qualche saggio relativo alla rete idrica nazionale, un colabrodo da sempre, per rendersene conto.

E allora il punto non è  quello di dar colpe a chi non è intervenuto “solo” negli ultimi 5 anni, oppure a chi, di converso, ha combattuto contro alternative affermando, miope, che il Viadotto Morandi fosse solido.
Ed è ridicolo dare credito a chi qua e là rileva con sarcasmo che l’acquedotto romano – su cui poi non hanno mai viaggiato i tir – sia ancora in piedi. Questo poi!

Il punto è che l’Italia  cade in pezzi perchè da quando è stata unificata, a dispetto del fatto che non siamo più sotto un dominatore, almeno non militarmente parlando, nessuno di noi a partire dai nostri bisnonni, si è preso mai la briga di far le cose per bene, con capacità di pianificazione e visione per il futuro, ed in un’ottica complessiva di rispetto per il sistema “Paese” quale tesoro naturale, monumentale e di risorse.

Questa è una responsabilità collettiva, non possiamo cercare con il lanternino “IL” o “UN” colpevole per assicurarlo alla Giustizia. Ci siamo dentro tutti.

L’unica cosa che potremo fare, dunque sarà studiare, sbracciarci, e fare le persone serie per una volta.
E sistemare questa immensa rete di disastri che ci sta trascinando a fondo da tutti i punti di vista.
Perchè il Viadotto Morandi e le sue vicende non sono altro che il perfetto specchio d’Italia, dal 1861.

 

210 Grammi (di Felicità) – Ristorante Trapani

Un uomo che ti porta a cena sa di felicità. Se poi è tuo fratello, quella felicità pesa esattamente 210 grammi (e mille mila). Che è anche il nome del posto che ha scelto, non a caso, ne sono certa, per festeggiare il mio compleanno. (Con un modestissimo ritardo di 45 giorni!).
Ma quando si vive lontani, le Reunion diventano fondamentali in qualsiasi momento (utile). E la costante è che quelle coccole abbiano effetto durevole fino alla prossima (di Reunion)!
Siamo a Trapani, in vacanza, e nel marasma di tanti turisti che riempiono la città, ci hanno accolto, con gentilezza e disponibilità, nonostante la nostra negligenza di prenotare.
Abbiamo con-diviso, perché con-dividere è cosa necessaria per menti e cuori allineati, un tagliere nazionale. Che ci ha emozionato -esattamente- come la nazionale del 2006 (semiCit.). Arrivatoci ai rigori, in qualche modo, visto la luuuunga attesa (prima pecca!).
Medio tempore ci siamo rallegrati sorseggiando del buon Taif, cantina Fina.
In un secondo momento, dalla terra ci siamo tuffati in mare. Più precisamente, spiaggiati su un letto di burrata con battuto di gambero rosso e perlage di acciughe. Con uova di salmone. Che è stato protagonista anche del secondo piatto di crudità, poggiato su dell’avocado.


Soddisfatti, ma con ancora un certo languorino abbiamo deciso di rispettare la tradizione della ‘torta di compleanno’ è così abbiamo ordinato una cheescake ai frutti di bosco, che il cameriere ha successivamente appellato con ‘FDB’, (seconda ed ultima pecca!!).
Qualche perplessità, seppur minima, ce l’abbiamo avuta, e per onestà intellettuale di chi scrive non poteva non esser raccontata. Ma è con la stessa onestà che vi suggerisco: e di porre l’attenzione su tutte le cose belle e buone di cui ho tenuto a rendervi partecipi e, soprattutto, di andare a provarle. Per credermi.

Ps. Se avete un fratello o sorella portateceli. E siate felici.

La mia parafrasi in voti è la seguente:
Location 9,50/10
Servizio 9/10
Presentazione piatti 8.5/10
Gusto e qualità 9/10
Rapporto qualitá e prezzo :8/10

Totale 44/50

Di Rossana Campaniolo

Io odio i matrimoni

Io odio i matrimoni. Mi fanno assittare in pizzo assai.
Non parlo dell’istituzione. Quella mi sembra più che legittima se non altro dal punto di vista legale e sociale.
Parlo delle cerimonie. E per diverse ragioni.

La prima: poi tanto si separano.
Orbene ammettetelo, quante volte siete andati ad una cerimonia letteralmente bardate come i cavalli per una parata convinte, anzi direi convintissime, che il legame sarebbe durato da Natale a Santo Stefano? A prescindere poi sappiamo che la fatica organizzativa sarà vanificata nella metà dei casi, secondo statistica.

La seconda. Il regalo.
Ma che cazzo. Voi vi sposate. Voi sarete felici. Voi vorrete festeggiare. E devo pure pagare?

La terza: il vestito
E’ un problema. Sempre. Il costo, lo stile, in dipendenza dai posti in cui si andrà e dal trend degli altri invitati e, naturalmente, dal fatto che nessuna donna vorrebbe riciclare l’abito elegante. Quindi è sempre un danno che si aggiunge alla beffa (del regalo ovviamente)

La quarta: i tacchi.
No, no e poi no! I tacchi non li porto e non voglio portarli. Tranne ai matrimoni. Lì mi sento costretta da obblighi morali, quasi dalla pubblica decenza. E vi odio per questo. A sera – perchè più le scarpe sono alte maggiore è il numero di ore necessarie da starci su – non ho più le dita e le piante dei piedi. Siete da denuncia.

La quinta: il clima. Troppo caldo. E vi sposate tutti d’estate. Che è Febbraio vi fa schifo?
Viste le gran rotture almeno maritatevi quando si possono aggiungere vestiti addosso. Oltre la nudità, all’aperto, con le zanzare, l’umidità e il sushi di benvenuto accompagnato dai cockatil aperitivo, proprio non possiamo andare.

La sesta: è un rebus geografico.
E’ sempre distante. Da casa tua. Da casa loro. E tra la chiesa e il luogo del rinfresco ci vogliono le ORE. Sempre che questi luoghi si trovino. Gogle maps spesso smentisce e ti indica trazzere chiuse o che sbucano sul nulla.
E vogliamo mettere le meravigliose salite transitabili solo a piedi?

La settima: il wedding sola.
Si tratta di quello che ti aspetti in grande stile, per cui ti azzizzi tutta super wow, tacco 12. E poi ti trovi all’agriturismo dello zio Peppe. Con i ciottoli e la terra, sui sandali gioiello. E naturalmente il riso al pesto.

Insomma, chetatevi.
Non vi sposate. O se lo fate. Non invitatemi.

di Azzurra La Fata

Kentia (Cefalù)

Sabato scorso sono stata invitata a pranzo da una mia amica che mi ha portata a Cefalù, una cittadina che tra storia e mare è tra le mie, e ho scoperto le sue, preferite.

La giornata è stata piacevole a prescindere, e sono rimasta abbacinata dall’affetto di questa giovane donna.
La sua risata e la sua intelligenza mi avrebbero fatto digerire anche i sassi, ma non ce n’è stato bisogno.

Kentia è in centro città ed offre uno spazio piuttosto vasto. La caratteristica principale della location è la grande terrazza sul mare. Ventilata, luminosa, ariosa, con un arredo moderno e curato. Questa già darebbe il senso di per sè per un passaggio, ma pensare di ridurre il ristorante alla sua affacciata sarebbe un grave errore.

Il servizio è stato ottimo: puntuale, attento, ma mai invadente.
Immediata la risposta alla chiamata. Nessun tipo di sbavatura.

E abbiamo mangiato bene.

Insieme abbiamo ordinato un antipasto che porta il nome del locale.
L’introduzione si è presentata come un piattone con un misto di pesce: sarde fritte “allinguate”, insalata di polpo, salmone e pesce spada affumicato. A questo sono stati aggiunti due classici involtini di melanzane.

Successivamente la mia amica ha ordinato il pesce spada alla messinese, molto morbido e ben condito. Io ho optato per un calamaro alla griglia. La semplicità del piatto non ha inficiato la sua bontà, nè la sua presentazione, davvero molto particolare, con un gioco di incastri delle chele con il corpo centrale.

Due caffè sono stati la degna conclusione.

Ha pagato la mia amica, ad occhio e croce so che ci siamo attestate intorno alle 25/28 euro a persona alla luce delle bevande: acqua e un calice di vino.

La valutazione è che ci ritornerò certamente.

Location, 8/10
Servizio, 7/10
Presentazione piatti 7/10
Gusto e qualità, 7/10
Rapporto qualitá e prezzo, 7/10

Totale: 36/50

 

 

 

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