Restaci

Ho amato il tuo modo di camminare, dalla prima volta. Mi attrae come una calamita.

Lì per lì sembra un po’ baldanzoso, come se volessi contrastare il mondo con coraggio.
Un inaspettato velo di incertezza però tradisce poi la consapevolezza dell’assunzione dei rischi che la vita comporta. Così l’incedere risulta in bilico, tra attacco e difesa.
Rispecchia quello che è il tuo modo di essere secondo me: un po’ sospeso, volontariamente irrisolto.

Oggi ti guardo camminare ancora una volta e si svela ai miei occhi un nuovo e indesiderato aspetto di questa tua essenza e sottolinea beffardo la mia stoltezza.

E’ un’apocalisse.

Lì, al centro del marciapiede, occupi tutto lo spazio possibile, senza se e senza ma
Starti a fianco semplicemente non è praticabile.
Nulla di personale ma non ne lasci modo.

Non te ne accorgi nemmeno: continui a parlare, di te, e ad infilare un passo dopo l’altro.

Non ti rendi conto che gironzolo a destra prima, a manca poi del tuo baricentro, che provo a collocarmi, dall’uno o dall’altro lato.
Non lo vedi. La mia necessità non è nella tua capacità di osservazione.
Non è che non ti importi, non è semplicemente nei tuoi orizzonti.
La relazione di complice prossimità non può essere presa in considerazione, io non posso essere presa in considerazione, niente e nessuno può essere preso in considerazione, a parte te stesso.

Nella tua vita, come in questo marciapiede, a passeggiare ci sei soltanto tu.
Chi vuole può percorrere un tratto parallelo al tuo, ma sarebbe comunque altro percorso.

Tu sei tu e nessun altro più e non è previsto diversamente.

Lo sai che ti dico? Restaci, miope e stolto che non sei altro.
Io me ne vado altrove, alla ricerca di uno scambio autentico. E alla pari.

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