Monthly Archives: luglio, 2018

Negazionisti fantastici e dove trovarli

L’EPISODICO: “si è trattato di un caso isolato”. Lo dicevano anche della mafia. I mafiosi.

Il RELATIVISTA: “è un reato come gli altri, perché dovrebbe essere più grave?”. Perché lo dice la legge, non belzebù e nemmeno i comunisti: aggravante per motivi razziali. Il motivo storico nemmeno vale la pena di citarlo.

Il BENALTRISTA: “ci sono ben altri problemi in Italia, perché ci occupiamo solo di questo?”. Di solito chi lo afferma non si occupa nemmeno degli altri problemi, a meno che non lo riguardino. Ma la cosa divertente dei razzisti è che, a differenza degli altri criminali comuni, tendono ad organizzarsi e a fare squadra, fondare partiti, governare. Di solito non finisce bene.

Lo SCIENTIFICO: “non puoi dimostrarmi il legame tra quello che dice Salvini e questi episodi”. E tu saresti chiamato a sfoderare statistiche criminologiche e giudiziarie, grafici e altro. Poi guardi la sua bacheca dove scrive che tutti gli immigrati sono delinquenti e l’omosessualità è innaturale e ti accontenti del dato percettivo: “guarda, non ho le prove, ma secondo me poco poco scemo lo sei”.

Il SERENISSIMO: “non so, non sono problemi miei, è roba lontana”. Niente da fare, tocca lavorare pure per loro.

Il COSPIRATORE: “questo fenomeno è sempre esistito ma purtroppo se ne parla solo adesso”. Si riferisce a sé stesso e alla visibilità che Facebook gli ha dato.

Il FILOSOFO: “è un problema ben più grave, non puoi ridurlo all’indignazione e basta”. E tu te lo immagini chino a studiare libri sul tema, pronto a illuminarti. E invece niente.

Il COLPEVOLISTA: “la colpa è della vittima/dell’immigrazione incontrollata/del PD”. Dello stronzo che ha sparato, offeso, ingiuriato, mai.

Il MA-ISTA: “è stato razzismo, ma…” una variante additiva di quelli sopra. Fa finta di riconoscere il fenomeno ma in fondo non lo fa: si sa infatti che nelle regole della lingua conta quello che viene dopo la virgola, non quello che viene prima.
(Simone Samuele Rizza).

Non mi sono mai fatta rincorrere. Non rincorro

Che peccato!
Si, proprio così. Che peccato!
La sensazione di esser reciprocamente incuriositi, l’un l’altro, a conoscerci, io ce l’ho avuta fin da subito. E mi era piaciuta.
Poi, senza riuscire a percepire un valido motivo, in poco meno di quarantott’ore, suppongo lui abbia pensato (male!) che io dovessi rincorrerlo. Forse, in qualche modo, involontariamente, gli ho fatto credere che l’avrei realmente fatto? Saantìddddio. Quanto di più sbagliato! Mi sono chiesta e risposta, al contempo. Mettendomi, ancora una volta, in discussione.

In generale, non credo che le persone debbano rincorrersi. Adoro, invece, quando scelgono di conoscersi. Occhi che si scrutano. Mani che si sfiorano. Corpi che cercano di prendere le misure. Ognuno nel microcosmo dell’altro.

Non mi sono mai fatta rincorrere. Al massimo, anzi, spessisssimo, ho deciso di non esserci. Perché si, sono così: brutale e diretta. Senza mezze misure, affermo me stessa.
E pressoché per le stesse ragioni, non ho mai rincorso. Nessuno.
E mi preme sottolineare che non ho alcuna intenzione di iniziare adesso. Honestly!
Non ne sarei neppure capace. Questo è quel che so.
So anche però, concedetemelo, che vale sempre un po’ di gioia conoscere un omuncolo, quando, anche solo all’apparenza, sa di marziano intelligente.
Ed a sto giro di pianeta, i piccoli ma fondamentali segnali sono stati: La sua capacità di seguire i miei voli pindarici. Che ammetto, esser cosa fastidiosa, quasi-quanto-un-lavoro-forzato. E la mia risata imbarazzata ma spensierata, quando parla e gesticola.
OVVIAMENTE non so a cosa tutto ciò avrebbe potuto portare. Forse ci saremmo sfanculati, ugualmente, dopo un paio di giorni. Oppure, magari no. Non lo so. Davvero!
Ma so per certo che sarebbe stato comunque mooolto interessante scoprirlo.

Di Rossana Campaniolo

Restaci

Ho amato il tuo modo di camminare, dalla prima volta. Mi attrae come una calamita.

Lì per lì sembra un po’ baldanzoso, come se volessi contrastare il mondo con coraggio.
Un inaspettato velo di incertezza però tradisce poi la consapevolezza dell’assunzione dei rischi che la vita comporta. Così l’incedere risulta in bilico, tra attacco e difesa.
Rispecchia quello che è il tuo modo di essere secondo me: un po’ sospeso, volontariamente irrisolto.

Oggi ti guardo camminare ancora una volta e si svela ai miei occhi un nuovo e indesiderato aspetto di questa tua essenza e sottolinea beffardo la mia stoltezza.

E’ un’apocalisse.

Lì, al centro del marciapiede, occupi tutto lo spazio possibile, senza se e senza ma
Starti a fianco semplicemente non è praticabile.
Nulla di personale ma non ne lasci modo.

Non te ne accorgi nemmeno: continui a parlare, di te, e ad infilare un passo dopo l’altro.

Non ti rendi conto che gironzolo a destra prima, a manca poi del tuo baricentro, che provo a collocarmi, dall’uno o dall’altro lato.
Non lo vedi. La mia necessità non è nella tua capacità di osservazione.
Non è che non ti importi, non è semplicemente nei tuoi orizzonti.
La relazione di complice prossimità non può essere presa in considerazione, io non posso essere presa in considerazione, niente e nessuno può essere preso in considerazione, a parte te stesso.

Nella tua vita, come in questo marciapiede, a passeggiare ci sei soltanto tu.
Chi vuole può percorrere un tratto parallelo al tuo, ma sarebbe comunque altro percorso.

Tu sei tu e nessun altro più e non è previsto diversamente.

Lo sai che ti dico? Restaci, miope e stolto che non sei altro.
Io me ne vado altrove, alla ricerca di uno scambio autentico. E alla pari.

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