A Giada. Ovunque sia andata.

È dì qualche giorno fa la morte suicida di Giada, studentessa dell’università di Napoli, in scienze naturali, che inevitabilmente ha catturato la mia attenzione, per un’infinità di motivi che proverò a spiegare. Di Giada sappiamo poco. Niente, mi viene da dire. Non sappiamo cosa realmente provasse-pensasse-sognasse-e benché meno perché abbia effettivamente deciso di farla finita. Dai giornali apprendiamo che avesse mentito su tutta la carriera universitaria. Così, è nel giorno della non-laurea, senza discutere, in silenzio, che sceglie di lanciarsi dal terrazzo della facoltà.
Ed è sempre dalla stampa che sappiamo che Giada avesse due genitori. Un fratello. Un fidanzato e tanti parenti arrivati a Napoli proprio per assistere alla sua presunta discussione.
Giada non è la prima, ma vorrei che fosse l’ultima. Ed allora, se potessi parlare con Giada le racconterei di quella volta in cui al liceo, in maniera totalmente impunita, dissi alla mia professoressa di filosofia ‘Non è una laurea che fa di lei una buona insegnante’. Inutile dire che la faccenda mi costò una punizione, in qualche modo, sproporzionata -da parte di mamma, che mi ha insegnato il rispetto, e, quindi anche il rispetto dei ruoli, che io avevo travalicato. Ma nonostante tutto, non ho mai smesso di sostenere il mio pensiero.

Badate bene, credo che sia necessario avere delle competenze ,ed, ancora di più, acquisirle tramite uno studio costante ed approfondito, se e quando, però, decidiamo di inserirci nel mondo del lavoro et simili. Ma una laurea non è la nostra carta d’identità. E non deve esserlo.

Sono all’ultima materia del mio luuuungo corso di laurea, a volte difficile piano di studi, e so di aver risposto più volte alla domanda ‘E la laurea?’ anziché ad un sincero ‘Ross. Come stai?’.
Non conosco le ragioni per cui sussista questo anomalo attaccamento morboso alla mia carriera universitaria, e poco mi importa. Ma conosco a menadito l’ansia presame, la paura di non farcela. Perché si sa l’esame è anche sempre un po’ di culo!

Io, però, ho avuto la fortuna di condividere ‘gioie e dolore’ e con Rachele, mia collega-coinquilina e con la mia famiglia, sempre pronti a supportarmi e sopportare me e tutte le mie lacrime. Uuh, quante ne ho versate. A mo’ quasi di rito propiziatorio.

I genitori, i miei, quelli di Giada, i vostri, radici e pilastri portanti della vita di ogni figlio-a, che mai vorremmo deludere. E sono certa che neppure Giada avrebbe mai voluto. Al punto tale da preferire di lasciarsi morire, che sopportare la delusione-sofferenza negli occhi di chi le ha sempre voluto bene, e che lei, invece, aveva ingannato.

Questa storia, quindi, ci insegna che condividere non è facile, ma necessario. Talvolta. Che un ‘Come stai?’ non ci salverà la vita, ma fa un sacco bene. Che le scelte che facciamo non sono irrevocabili. Che si può cambiare idea. E che il ‘cambio variabile’ non è necessariamente un fuori strada, ma a volte, può esser la strada giusta.

A Giada, ovunque sia andata.

Di Rossana Campaniolo

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