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Che il Natale sia con noi

Il 9 Dicembre mi sono svegliata storta: è Natale.
Da giorni, in alcuni casi anche più di dieci, il mondo intorno a me si è ricoperto di lucine, bastoncini di zucchero e festoni. Che palle!

Da quando sono adulta detesto l’albero e ciò che rappresenta e mi sono sempre sentita un po’ costretta ad allestirlo.
Amo le decorazioni per mero vezzo estetico: al netto delle kistch, alcune sono gradevoli.

Quindi per questa volta mi sono limitata ad abbellire casa, senza azzizzare il mio Spelacchio portando alle estreme conseguenze il fatto che l’anno passato ne avevo impostato uno piccolo, chiudendolo in un sacco, già bello e pronto, da tirare fuori e accendere per questo Dicembre: sforzo minimo con risultato massimo.

Invece no. Non ho avuto motivazione nemmeno nel fare questo: d’altronde è solo un oggetto di plastica, scimmiotta una pianta vera, è falsa, come i buonismi del periodo che poi si sciolgono nel nulla della quotidianità, goccia in un bicchiere.

Stamattina è arrivato puntuale il pentimento.

Su Facebook un mio contatto ha fatto presente a tutti i nemici della contentezza del periodo delle feste che sono così insofferenti probabilmente perchè hanno a portata di mano quello che in realtà sta intorno all’Albero e lo danno per scontato: la famiglia, gli affetti, le amicizie, il tempo e lo spazio da condividere con loro.

E’ tutto profondamente vero.
E mi sono sentita una stronza.

Quindi, a questo punto, non mi resta che alzare le terga dalla sedia da cui vi sto scrivendo ed andare ad incartare i regali che, comunque, ho già acquistato, ma devo ammetterlo soprattutto pensato in alcuni casi, per la mia famiglia, allegando cotanto di grazioso biglietto di accompagnamento.

Auguri (colpevoli) a tutte e tutti voi.

 

 

Ho imparato che

Ho imparato a riconoscere i miei errori. Per la maggiore di valutazione. Ho acquisito la capacità di riconoscere quando arriva il mio momento di chiedere scusa. Ma non so ancora come si faccia -concretamente- tutto ciò. Ed allora scrivo. Ho scritto quando ero dispiaciuta per aver alzato la voce contro la persona sbagliata. Ho usato la penna quando, magari, avrei dovuto abbracciare. Magari!

Ho sempre usato le parole, insomma. Perchè credo che -se le usi con onestà- corrispondano meglio a ciò che dicono. Non mi nascondo dietro alle parole, anzi, tutt’altro. Emergo. Con le parole, ancora prima di esprimere un pensiero, affermo me stessa. Che è quanto di più coraggioso riesca a fare. Adesso, perlomeno.

È mercoledi, fine pomeriggio. Ho viaggiato in pullman, che in Sicilia non è esattamente sinonimo di comodità. Mi sono ingozzata di sushi. Mi sono persa dentro zara e ritrovata davanti ad uno spritz. Tutto molto bello, davvero. Tutto emotivamente sensibile, però!

Ero stanca ma felice. E toh, poco dopo sono stata superficiale (ma questo l’ho capito qualche giorno più tardi!).
Al centro di piazza Castelnuovo, diffusamente conosciuta come piazza Politeama, c’è un albero di Natale. Alto e pieno di roba. Troppa! -Ho esclamato.
Ho storto il naso, e sono passata oltre.

Sono tornata a casa.

È qualche giorno dopo, invece, di sabato, quando il karma -perchè esiste e con il passare del tempo me ne convinco sempre più- mi mette a tu per tu con un articolo di Marcello Mussolin. Èd è esattamente in quel momento che mi sento stupida. Anche Marcello è andato al politema. Ed al contrario di me, si è soffermato. Ha iniziato a fotografare l’abete e scatto dopo scatto ha letto dei nomi. Aurora, Dimitri, Melissa…Tutti bambini che su quei rami, forse non perfettamente belli ed armoniosi, hanno appeso la loro speranza. Di guarire dal cancro.

Ebbene si. Non è un addobbo comunale. È qualcosa di più. Di diverso. È l’abero della vita -di questi piccoli pazienti del civico di Palermo- che sta attraversando una bufera fortissima di vento. Ed io, come nessun altro passante distratto – tanto quanto me- abbiamo il diritto di schernire.

Mi sono sentita tremendamente in colpa per non aver dedicato la giusta attenzione, ed è per questo che ho promesso di tornare a Palermo e lasciare un biglietto ad Aurora, Dimitri, Melissa, Rinaldo..È il mio modo di chiedere scusa. Ad ognuno di loro. Ma è anche il mio modo per ringraziarli. Perchè il loro coraggio di non arrendersi è per me una lezione. Di vita. E buongusto!

Di Rossana Campaniolo

Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

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