La Trapani di Giada la scalmanata

Lungo tutta la mia permanenza in Casa Assittata ho taciuto su molti aspetti della mia vita, lasciando sottili spiragli insignificanti che hanno permesso a poche informazioni di trapelare, quasi invisibili, tra una riflessione e l’altra.

Non ho parlato delle mie amicizie, quelle poche ma essenziali che si contano sulle dita di una mano o due, ed ho nascosto la parte migliore della mia splendida famiglia. Una delle tre, perché di famiglie ho avuto la fortuna di averne tre, tutte assolutamente valide e sullo stesso piano. Ho avuto una fortuna infinita, da questo punto di vista, ed ogni volta che mi trovo a rifletterci sopra mi si scalda il cuore, ma decido di tacere e tenermi quel calore tutto per me.
Spesso sono egoista anche in questo, ma lo dico con un sorriso.

Soltanto oggi colgo l’occasione di aprirvi una piccola porticina nella mia vita, quella che mi circonda, che sta alle spalle del lupo solitario e dell’anima pensierosa che avete visto fino ad ora. L’amica e collega Rossana, che è “assittata” accanto a me da prima che io arrivassi in casa e che mi ha aperto le porte accogliendomi, ha buttato giù un pensiero sulla nostra città: Trapani, l’estrema punta della Sicilia occidentale.

Ho vissuto anch’io a Trapani, per diciotto anni, mentre al mio diciannovesimo anno decisi di lasciarla per qualcosa di più grande e mi trasferii a Palermo. Non bastò affatto. Al mio ventesimo anno già compiuto, scappai da Palermo e dalla Sicilia, andando verso una nuova terra per ricostruirmi e ricominciare.
Ma io, la mia Trapani, l’ho vissuta a tutto tondo e l’ho anche odiata, tra i fine settimana e le estati di puro divertimento e follia. Credo sia il rapporto più sano che possa esistere con la propria città: amarla al punto giusto da curarsene, da godersela, e poi odiarla a tal punto da partire per riscoprire sé stessi e quella nostalgia un po’ canaglia della terra che abbiamo alle spalle.

Qualcuno che la ama ciecamente, che la cura pienamente, che ne percorre ogni singola strada di giorno e di notte, c’è. La mia carissima amica Giada, che dall’azzurro dei suoi occhi e dall’alto del suo Belvedere scruta attentamente ogni palazzo e respira a fondo l’aria salmastra della città, del lungomare, delle sue onde che si agitano al vento d’inverno. La mia Giada è così, non smetterà mai di amare la sua città, perché ne ha corso ogni centimetro a bordo del suo skateboard. Ci ha lasciato le ginocchia cadendo, ma ha lasciato anche le sue migliori risate al vento, perché d’altronde ricorda sempre a chiunque che la sua Trapani è la città del sale e della vela, dell’accoglienza, perché anche Giada è accogliente e permette a chiunque di vivere Trapani a trecentosessanta gradi.

Fare un giro in città con questa spericolata è semplicemente fantastico. Senti già l’emozione, l’adrenalina, la gioia nel momento stesso in cui mettete il sedere sullo scooter e partire.

Trapani, ai miei occhi, ha sempre offerto poco ai ragazzi. Eppure, dal canto suo, Giada mi ripete sempre che ogni fine settimana non vede l’ora di tornare a casa, e che comincia il suo venerdì mattina con la valigia tra le mani e il conto alla rovescia attivo per il primo pullman per la città. Io non la capisco, ma la guardo e la ammiro. È così felice, ed ogni giorno scopre cose nuove, godendosi anche quelle vecchie. Mi porta a mangiare le arancine dove solo-lei-sa, poi al pastificio per mangiare le genovesi ericine, e Dio ne scansi se non dovessero averle come dice lei. Alla fine, siamo in un bar qualsiasi per chiacchierare da bravi siciliani, per stuzzicarci con i modi di dire classici della nostra terra e con gli eventi che più l’hanno contraddistinta.

Ed ora che sono lontano dalla mia casa, quella calorosa e accogliente del sud, penso a Trapani e mi viene in mente lei, la scalmanata, la mia Giada. Capelli biondi al vento, zainetto rosso in spalla, magliettina bianca e pronta chissà per quale avventura. Un giorno sarà al mare, il giorno dopo tra i boschi di Erice, poi tra gli scogli della riserva dello Zingaro, e poi chissà. La vedi e non la vedi più, perché corre ridendo per tutta la città, e quando sono con lei riesco a godere tutto quanto.


Perché Trapani, in fondo, la amo anche senza dirlo. Lei, invece, me lo fa urlare da ogni poro con una fragorosa risata di gioia.
Adesso siamo un po’ preoccupati per quello che accadrà alla nostra terra, e sento che anche Giada è un po’ angosciata al riguardo, ma lei decide sempre di fare la cosa giusta: si alza in piedi, esce di casa anche da sola, e gira per la città. Va alla ricerca dei suoi amici, va a godersi i frutti della nostra terra, va a prendere l’autobus e va al mare per studiare e concentrarsi.

Dovremmo farlo un po’ tutti, in fondo. Alzare la testa per cinque minuti mentre camminiamo e scoprire cose nuove, cose mai viste, dettagli che ci erano sfuggiti per tutti questi anni. Io lo farò, perché non voglio lasciare che il destino della mia città sia incerto.
E soprattutto, lo farò perché questa è la mia casa, ed è il bene più prezioso che potremmo mai avere. E poi, comunque, Giada mi ucciderebbe se lasciassi la mia terra alla distruzione; ed io so che, un po’, ne sarebbe distrutta anche lei.

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