Monthly Archives: novembre, 2017

L’amore è fatto di letto e bollette

“Ed è per questo che ti amo”.
Butti la frase lì, quasi per caso, in piena notte, nel bel mezzo di una conversazione che racconta d’altro.
Come un’affermazione di nessuna importanza.
Io, forse contrariandoti ma pazienza, decido di attendere senza manifestare alcuna reazione.
Aspetto di vedere se ci sarà un seguito che, in cuor mio, so già che non arriverà.

Quale effetto pensi di provocare in me?
Si tratta solo di parole.

L’amore, quello reale, è fatto di un singolare ed equilibrato miscuglio tra camera da letto e bollette da pagare.
E’ da lì che viene il collante: dall’intimità e dalla complicità nella quotidianità più noiosa della vita.
Lo so perchè lo vedo in quelli che funzionano.

E allora quella frase, in me, se non è seguita da fatti, ha la stessa valenza di una battuta in un film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

Se vuoi un minimo di credibilità dovresti semplicemente avere un po’ di pragmatismo.
Non parlare. Se vuoi, fai.
Se non vuoi, non fare. Non è obbligatorio.
Ma non dare fiato alla bocca senza un reale motivo.

LIBERO: Rispettare con Cura!

Guardo il mio riflesso allo specchio, ormai mio amico dopo anni di incomprensioni e rivalità, dopo aver postato una foto del mio addome scoperto su uno dei classici social ormai in voga negli ultimi anni.
L’immagine impressa sul vetro mi comunica che qualcosa non va: ho l’espressione corrucciata, anche se è passata soltanto un’ora dalla pubblicazione.
Sono preoccupato, a tratti agitato, ma il motivo di fondo è presente e si fa sentire.
Sono consapevole di cosa mi aspetta, so con certezza quale uragano sta arrivando, quale piaga umana si abbatterà su di me questa volta: l’etichetta, tanto semplice quanto disumana, tipica malattia della società.

Uomo, donna, grassa, magro, troppo alto, troppo basso, brutto, vecchio, troppo piccolo, troppo grande, etero, frocio, battona, maschiaccio, effeminato, secchione, sfaticato, santarellina, figlio di papà.

Nessuno è mai una Persona, nessuno è mai Umano.
Eppure siamo un sacco di cose messe assieme e non lo sappiamo neanche con certezza, dal momento che chiunque ci incontri per strada affida a noi un’etichetta nuova di zecca senza il nostro consenso. E poi in un giorno qualunque basta una semplice foto come quella di oggi per esporre gli altarini, da sempre coperti miseramente da belle facce e grandi sorrisi.

“Eppure il corpo ce l’hai”, “hai la faccia per certe cose”, “chissà quanti ne tieni sotto al letto”, “che cattivo ragazzo che sei”.

Educatamente ringrazio, perché apprezzo la fiducia che ripone certa gente in me, pensando che io abbia successo con gli uomini tanto quanto io ne abbia nella letteratura e nella traduzione. La fiducia, seppur sbagliata o in piccole dosi, è sempre da apprezzare di questi tempi, per cui chino la testa e sorrido. “Che ingenui”, penso tra me e me allontanandomi.

Quanto può essere facile considerare una persona promiscua, quando questa ha la semplice sicurezza in sé che gli permette di poter sfoggiare una parte del proprio corpo, senza scadere nel volgare o nel provocante?
Quanto può dar fastidio, agli occhi degli insicuri, vedere un uomo o una donna vivere liberamente la propria sessualità, con il giusto rispetto verso il proprio corpo e con la giusta attenzione, data anche dal potere di scegliere con chi andare e chi evitare? Quanto bisogna tirare la questione per le lunghe, prima di capire che ci sono etichette che pesano e marchiano la pelle delle persone, quasi come fossero lebbrosi?

Basta una parola sbagliata alla persona giusta, o la parola giusta alla persona sbagliata, e ci si vede privati della libertà di girare in città senza sentirsi additati e percepire i bisbigli della popolazione pseudo-pudica, che si lascia cadere dalle labbra sporcaccione commenti indecenti come: “che troia, un ragazzo del genere sarà un maniaco, un maiale”.

Eppure le etichette sono come le scarpe: tutti ne abbiamo un paio e spesso sono scomode, si rovinano o soffocano il piede. Cosa serve a capire che non bisogna mai scambiare la libertà di vivere con qualcosa di inutile come un’etichetta? Perché porre dei limiti alla società? Perché si sente il bisogno di raggruppare chiunque sotto una determinata categoria, che pesa tanto quanto il far girare una voce sbagliata o un commento di troppo, che spesso viene frainteso?

Io non me lo spiego e intanto medito, nella speranza che un giorno la gente possa capire quanto sia sbagliato il diffondersi di questa vera e propria peste dell’anima e della mente.
Controllo il mio telefono un’ultima volta e ignoro i messaggi sporcaccioni di chi sente il dovere di prendersi la libertà di avanzare certe proposte, come se fossi disposto ad andare con chiunque solo perché “troppo espansivo” ai loro occhi maliziosi.

Il mio riflesso mi sorride adesso ed io gli parlo. Confesso, è vero che ho tante etichette addosso, ma forse l’unica che affiderei a me stesso è quella con su scritto a caratteri cubitali: “LIBERO”.
Così come sono libero di scegliere chi rifiutare e chi frequentare, perché amo me stesso e ho un rispetto enorme per la persona che sono.

Ed io mi amo così tanto da permettermi di mostrare il mio addome e andarne fiero senza rimpianti.

Diario di una settimana senza glutine

Alimentazione gluten free, giorno 1.

Responso: mi veni ‘i chianciri! (=mi viene da piangere)

Alimentazione gluten free, giorno 2.

Appena recatami in casa Martino, Martina mi lancia una brioscina con le gocce di cioccolato.
La afferro e con sguardo malinconico le ricordo che non posso mangiarla.
Le di lei lacrime sono state l’immediata conseguenza.

Responso: veni ‘i chianciri puru a idda! (=viene da piangere pure a lei)

Alimentazione gluten free, giorno 3.

Questo regime alimentare mi rende piena di forze.
Sono passata dalla perpetua narcolessia all’isteria compulsiva.

Responso: si stava meglio quando si stava peggio!

Alimentazione gluten free, giorno 4.

In pizzeria con papà, ordino una pizza con impasto senza glutine. A metà del pasto il proprietario si avvicina per chiedere come stesse procedendo e senza neanche darmi il tempo di rispondere afferma:” Eeeh, la pizza senza glutine… Ti fa rimpiangere il passato ma almeno è meglio di niente”

Responso: la gente comincia a provare compassione.

Alimentazione gluten free, giorno 5.

Stasera a cena stavo per morire soffocata da un pezzo di pane senza glutine.

Responso: l’odio a quanto pare è reciproco.

Alimentazione gluten free, giorno 6.

Per la cena mia madre ha preparato uno sformato di broccoli senza glutine e delle polpette di sarde senza glutine. Il tutto accompagnato con del pane senza glutine e un’insalata, ovviamente, senza glutine.
Per chiudere, frutta senza glutine.
L’acqua era senza glutine, i piatti senza glutine, il bicchiere senza glutine, la sedia su cui ero seduta era senza glutine e pure i croccanti del cane erano senza glutine.
Porta all’improvviso un vassoio con degli invitantissimi biscotti, mi allungo per afferrarne uno, la mamma lancia un acutissimo urlo ed esclama: “Eh no, questi non sono gluten free!”

Responso: sono diventata orfana.

P.s.: ragazzi sto scherzando, la mamma per questa sera si accomoda sotto i portici di Via Ruggero Settimo.
Ci ritroviamo domani per l’ultimo appuntamento della mia appassionante rubrica. Tanto love per i miei fans.

Alimentazione gluten free, settimo e (si spera) ultimo giorno.

Oggi mia madre osservava con stupore la mia pancia particolarmente sgonfia grazie al nuovissimo regime alimentare.
Esclama euforica:” Sai, anche io da giovane avevo la pancia così piatta!”
Un attimo di silenzio, uno sguardo malinconico e all’improvviso con un diabolico luccichio negli occhi aggiunge:” Certo, io però le tette le avevo!”

Responso finale: non importa che tu ti senta perfetta e in pace con te stessa, ci sarà sempre la mamma a riportarti coi piedi per terra ricordandoti che in realtà sei un cesso ambulante 

Vorrei ringraziare tutti i miei contatti per essermi stati vicini in questa settimana intensa e dolorosa.
Quello che non ti uccide ti fortifica, ma non potrà mai farti crescere le tette!

Di Adriana Bruno

La Trapani di Giada la scalmanata

Lungo tutta la mia permanenza in Casa Assittata ho taciuto su molti aspetti della mia vita, lasciando sottili spiragli insignificanti che hanno permesso a poche informazioni di trapelare, quasi invisibili, tra una riflessione e l’altra.

Non ho parlato delle mie amicizie, quelle poche ma essenziali che si contano sulle dita di una mano o due, ed ho nascosto la parte migliore della mia splendida famiglia. Una delle tre, perché di famiglie ho avuto la fortuna di averne tre, tutte assolutamente valide e sullo stesso piano. Ho avuto una fortuna infinita, da questo punto di vista, ed ogni volta che mi trovo a rifletterci sopra mi si scalda il cuore, ma decido di tacere e tenermi quel calore tutto per me.
Spesso sono egoista anche in questo, ma lo dico con un sorriso.

Soltanto oggi colgo l’occasione di aprirvi una piccola porticina nella mia vita, quella che mi circonda, che sta alle spalle del lupo solitario e dell’anima pensierosa che avete visto fino ad ora. L’amica e collega Rossana, che è “assittata” accanto a me da prima che io arrivassi in casa e che mi ha aperto le porte accogliendomi, ha buttato giù un pensiero sulla nostra città: Trapani, l’estrema punta della Sicilia occidentale.

Ho vissuto anch’io a Trapani, per diciotto anni, mentre al mio diciannovesimo anno decisi di lasciarla per qualcosa di più grande e mi trasferii a Palermo. Non bastò affatto. Al mio ventesimo anno già compiuto, scappai da Palermo e dalla Sicilia, andando verso una nuova terra per ricostruirmi e ricominciare.
Ma io, la mia Trapani, l’ho vissuta a tutto tondo e l’ho anche odiata, tra i fine settimana e le estati di puro divertimento e follia. Credo sia il rapporto più sano che possa esistere con la propria città: amarla al punto giusto da curarsene, da godersela, e poi odiarla a tal punto da partire per riscoprire sé stessi e quella nostalgia un po’ canaglia della terra che abbiamo alle spalle.

Qualcuno che la ama ciecamente, che la cura pienamente, che ne percorre ogni singola strada di giorno e di notte, c’è. La mia carissima amica Giada, che dall’azzurro dei suoi occhi e dall’alto del suo Belvedere scruta attentamente ogni palazzo e respira a fondo l’aria salmastra della città, del lungomare, delle sue onde che si agitano al vento d’inverno. La mia Giada è così, non smetterà mai di amare la sua città, perché ne ha corso ogni centimetro a bordo del suo skateboard. Ci ha lasciato le ginocchia cadendo, ma ha lasciato anche le sue migliori risate al vento, perché d’altronde ricorda sempre a chiunque che la sua Trapani è la città del sale e della vela, dell’accoglienza, perché anche Giada è accogliente e permette a chiunque di vivere Trapani a trecentosessanta gradi.

Fare un giro in città con questa spericolata è semplicemente fantastico. Senti già l’emozione, l’adrenalina, la gioia nel momento stesso in cui mettete il sedere sullo scooter e partire.

Trapani, ai miei occhi, ha sempre offerto poco ai ragazzi. Eppure, dal canto suo, Giada mi ripete sempre che ogni fine settimana non vede l’ora di tornare a casa, e che comincia il suo venerdì mattina con la valigia tra le mani e il conto alla rovescia attivo per il primo pullman per la città. Io non la capisco, ma la guardo e la ammiro. È così felice, ed ogni giorno scopre cose nuove, godendosi anche quelle vecchie. Mi porta a mangiare le arancine dove solo-lei-sa, poi al pastificio per mangiare le genovesi ericine, e Dio ne scansi se non dovessero averle come dice lei. Alla fine, siamo in un bar qualsiasi per chiacchierare da bravi siciliani, per stuzzicarci con i modi di dire classici della nostra terra e con gli eventi che più l’hanno contraddistinta.

Ed ora che sono lontano dalla mia casa, quella calorosa e accogliente del sud, penso a Trapani e mi viene in mente lei, la scalmanata, la mia Giada. Capelli biondi al vento, zainetto rosso in spalla, magliettina bianca e pronta chissà per quale avventura. Un giorno sarà al mare, il giorno dopo tra i boschi di Erice, poi tra gli scogli della riserva dello Zingaro, e poi chissà. La vedi e non la vedi più, perché corre ridendo per tutta la città, e quando sono con lei riesco a godere tutto quanto.


Perché Trapani, in fondo, la amo anche senza dirlo. Lei, invece, me lo fa urlare da ogni poro con una fragorosa risata di gioia.
Adesso siamo un po’ preoccupati per quello che accadrà alla nostra terra, e sento che anche Giada è un po’ angosciata al riguardo, ma lei decide sempre di fare la cosa giusta: si alza in piedi, esce di casa anche da sola, e gira per la città. Va alla ricerca dei suoi amici, va a godersi i frutti della nostra terra, va a prendere l’autobus e va al mare per studiare e concentrarsi.

Dovremmo farlo un po’ tutti, in fondo. Alzare la testa per cinque minuti mentre camminiamo e scoprire cose nuove, cose mai viste, dettagli che ci erano sfuggiti per tutti questi anni. Io lo farò, perché non voglio lasciare che il destino della mia città sia incerto.
E soprattutto, lo farò perché questa è la mia casa, ed è il bene più prezioso che potremmo mai avere. E poi, comunque, Giada mi ucciderebbe se lasciassi la mia terra alla distruzione; ed io so che, un po’, ne sarebbe distrutta anche lei.

Nata e cresciuta a Trapani. Con Trapani.

Sono nata e cresciuta a Trapani. Ed una volta raggiunta la maggior età ho scelto di restare. Quindi, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e ho frequentato a Trapani, polo distaccato. Questo mi ha dato l’opportunità di vivere la cittá quotidianamente, a tutto tondo. E cosi, ho avuto modo di constatarne la sua evoluzione.

Ho ricordi, risalenti a più di un decennio fa, di un centro storico cittadino assopito. Più precisamente, abbandonato. Saracinesche di negozi abbasate per sempre. E strade ricche di arte e cultura desolate.
Oggi, invece, è proprio un piccolo fiore all’occhiello. Almeno per me. E non solo, lo so. Poi io mi ci perdo, alla ricerca della mia casa ideale, dalla quale studiare e conoscere la storia che si racchiude nella parte più antica della città.

Le luci dei negozi restano accese fino a tarda sera, e la gentii pullula. In estate, poi i turisti raddoppiano le presenze. Questo è quello, almeno, che è accaduto fino a qualche mese fa.

Da domani, invece? Che ne sará di Trapani? Il rischio è, già temuto mesi fa a causa di un ballottaggio elettorale inusuale con un solo candidato conclusosi con il commissariamento del comune, quello di una regressione del territorio. Sotto ogni profilo. Infatti, è notizia dell’ultime ore la scelta amministrativa, del commissario in carica, di non aderire all’accordo co-marketing. Dal quale deriverà un danno incommensurabile per il turismo, attività principe del territorio. È sicuramente indiscusso l’indotto economico apportato dal vettore Raynair in città e provincia. Ma tale scelta, danneggia anche un apporto di tipo lavorativo a 360 gradi. La campagnia area, oggi esclusa, ha condotto luminari della medicina – emeriti relatori specializzati sulle più disparate tematiche. Insomma, è un bagaglio cosi enorme che la Città, noi cittadini non possiamo permetterci di perdere.

Lamentarsi sono certa non serva, ma alzarsi quantomeno dal divano ed iniziare a far ascoltar le proprie ragioni, se non sufficienti quanto meno necessarie, ritengo possa esser un punto di partenza. O ri-partenza.

Di Rossana Campaniolo

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