Fare il barbiere era una disgrazia. A volte mortale.

Fino al boom economico degli anni Sessanta, fare il barbiere era una disgrazia.
Questo perchè gli uomini comuni tagliavano e sistemavano i capelli tendenzialmente due volte all’anno: a Natale e a Pasqua. Chi praticava il mestiere, dunque, non poteva contare su entrate stabili e significative.
Viveva sostanzialmente in povertà.

Mio nonno Totò, non a caso, pur padroneggiando la tecnica, saltò da un’attività all’altra, aprendo anche una latteria a Mondello, e riuscì ad esercitare solo quando mia madre stava per sposarsi, assicurandole così un bel matrimonio.

Sempre per queste ragioni, le madri della prima metà del ventesimo secolo si opponevano con tutto il fiato in corpo alle relazioni tra le figlie e i giovani barbieri, perchè queste le avrebbero condannate ad un destino in cui l’unica speranza sarebbe stata quella di mangiare ogni tanto una sarda già leccata per molto tempo.

Allo stesso modo fece la cognata di mia nonna Rosa.
Quando seppe che la figlia voleva un tale “Giovanni”, il picciotto del barbiere del quartiere, il suo no fu irrevocabile.
A nulla valsero le preghiere della ragazza, a nulla le minacce di scappare e di disonorare la famiglia.
Alle brutte la giovane venne chiusa in casa per evitarle di far danno.

Il suo sembrava un mantra: “A Giovanni vogghiu”.
Ma la madre rispondeva pronta e più caparbia di lei: “Meglio morta che maritata ad un barbiere!”

E così fu.

La ragazza, a cui era affidato il compito di fare la spesa e di lavare i piatti, taciute le richieste per un po’ e tranquillizzati i familiari sul fatto che i suoi sentimenti fossero venuti meno, riuscì ad acquistare ed ingerire una dose sufficiente di stricnina da causarsi la definitiva uscita di scena.
Durante le lunghe ore di agonia, tra gli spasmi per l’irrigidimento progressivo, non rivelò mai chi le aveva venduto la sostanza, nè il pentimento della madre, usato come estremo tentativo, la salvò.

E Giovanni? Mia zia Maria che aveva saputo la storia da mia nonna Sisidda, non me lo disse mai.
Mi raccontò solo che Rosa, dopo vent’anni, piangeva ancora al pensiero che sarebbe bastato semplicemente permettere a quell’adolescente di amare chi voleva.

 

 

Got Something To Say:

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyright © 2017 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.