Assemblea della Notte e delle Stelle

Torno su queste sponde per parlare e viaggiare in lungo e in largo, cullato dalla sicurezza che mi farà bene, perché la casa di Assittata è un posto terapeutico per la mia anima rattoppata. Ma questa volta non la farò breve, e trascinerò chiunque lo voglia in un circolo vizioso.

Ebbene, va così: ogni sera resto seduto sul balcone per almeno un’ora o due, col naso all’insù e gli occhi fissi su una vasta tela blu scuro puntinata da luci che sogno continuamente di toccare con mano.
Il silenzio che mi circonda e il buio che si riflette un po’ ovunque, con quel suo fare intrusivo, mi spingono a riflettere. È come se tutta questa oscurità strisciasse con fare viscido e attento nella mia mente, prendendo per mano un filo sottile che mi conduce tra ricordi e riflessioni, su eventi passanti e sul latte ormai versato da tempo, o sul latte che fui costretto a mandar giù mal volentieri.

Sfido la notte a danzare con me guardandomi negli occhi, asciugandomi le lacrime con i suoi spifferi gelidi e conducendomi tra le nebbie più fitte della mente. Il tempo scorre senza farsi sentire, anche quando mi si accappona la pelle scossa da brividi di freddo, un chiaro segnale per dirmi che è il momento di rientrare e mettermi a letto. Non lo faccio, ovviamente. Mi perdo tra le mille strade dei momenti che mi piacciono meno, ma su cui rifletto molto.

Quindici anni, l’età in cui l’amore si fa vivo per la prima volta con quell’idea un po’ stupida del farsi belli per qualcun altro, così da convincerlo che siamo degni di essere amati e guardati e desiderati. L’età in cui amiamo chiunque, ci innamoriamo e piangiamo, ma non lo facciamo mai con e per noi stessi. Ci affidiamo agli occhi degli altri per trovare un senso a qualcosa che, sin dal principio e fino alla fine, sarà nostro. Il corpo, la mente, il rispetto, la dignità. Quante cose cadono davanti al primo amore? Quante cose vengono messe da parte, anche quando permettiamo a qualcuno di colpirci ripetutamente urlandoci contro e infamandoci, trasformandoci in nullità vaganti che non potranno mai riscattarsi perché convinte del fatto che sia quello il giusto modo di amare? Che siano quelli gli unici occhi che ci abbiano mai visto davvero? Quante volte ci nascondiamo dietro la porta di un bagno, convinti che è solo un momento di rabbia e che passerà donando semplicemente il proprio corpo all’altra persona, per compiacerla e farle capire che siamo lì, sempre e comunque, sottomessi come mai prima d’ora?

Sedici anni, isolati e distanti dagli amici, con gli occhi coperti da quello spesso velo chiamato “amore”. È già passato un anno, il freddo inverno è andato via e si ritorna all’estate, a quella casa sul mare isolati da tutti e quelle serate casuali in cui si parla e si gioca a fare l’amore, ancora troppo piccoli e ingenui per capire cosa fosse davvero. Rassegnati forse all’idea che è una vita giusta, quella in cui si litiga e ci si urla contro, sentendosi ripetere: «Se fossi lì ti darei due schiaffi».

Diciassette anni, l’idea che forse potremo salvare la persona che ci sta accanto, che forse ci ama o forse no. Allunga le mani verso qualcun altro, lo provoca e lo stuzzica, ma ti consoli all’idea che ogni sera torna da te. Per te è amore, per te è sincero, per te sarai sempre l’unica luce dei suoi occhi nonostante tutto, nonostante il fatto che per lui sei “poco interessante” e “poco stimolante”. Torni a quando avevi quindici anni e ti fai bello, con quei pantaloni attillati, con l’atteggiamento un po’ sbarazzino per provocarlo e risvegliarlo, per fargli vivere qualcosa che non c’è mai stato.
Te ne renderai conto a vent’anni, quando sarai lontano da lui ormai da due anni, col tuo riflesso allo specchio a gridarti che sei patetico per aver rovinato la vita ad altre persone, ancora troppo spaventate per guardare i tuoi occhi tristi, quelli che hanno sempre evitato perché troppo pieni di ricordi.

E mentre la notte rispecchia il tuo stato d’animo, alzando una bufera di vento ostile che scuote le fronde degli alberi che hai davanti al balcone, pensi e ripensi a cos’è andato storto. Come ti sei sentito, quando non capivi e ti convincevi delle cose sbagliate, solo perché i libri che leggevi ti dicevano che poteva andare meglio e che avresti vinto qualsiasi battaglia per amore?
Come ti senti, adesso che ne parli liberamente, con la consapevolezza che gli uomini si spaventano terribilmente se messi di fronte a realtà così dure? Consapevole del fatto che ti vedranno sempre come una vittima, come un possibile nemico, sempre ostile verso gli uomini e con problemi mentali, tra ansie e paure? Come pensi di poter andare avanti a conoscere qualcuno, quando li vedi approfittare della situazione e sparire, perché sei troppo complicato da capire e frequentare?
La notte ti guarda e sai benissimo come ti senti, di fronte a pesi così grandi. Sei solo ed hai paura, tremi un po’ ed hai le mani fredde, con nessun posto in cui scaldarle se non tra le tue stesse gambe. Ridi e rifletti, capisci che è questo che sarà, perché gli uomini hanno paura e tremano tanto quanto te, ma tu hai passato di peggio e l’hai passato da solo. Guardi ogni singola stella e ti senti più forte, perché dopotutto cadiamo tutti ma torniamo a splendere, stiamo sempre in piedi e il mondo non si ferma per noi. Perché non provare a splendere, allora?

Il buio è uno spettacolo pazzesco, per chi lo sa vivere pienamente.
Tiri un sospiro di sollievo ed esci dal tunnel di pensieri e ricordi. In bocca un sapore amaro, dovuto alla piena consapevolezza che sei vicino alla realtà, al capire che non hai bisogno di nessun altro per stare bene e vivere a testa alta. Non hai bisogno di coccole, di sentirti dire che sei bello, che qualcun altro ti proteggerà, che “io non sono così” e “io non lo farei mai ad uno come te”.

Non hai bisogno di andare alla ricerca di qualcuno che non abbia paura di quello che sei, perché ti guarderai allo specchio e non ti sentirai più patetico né in colpa per quello che è successo. Ti sentirai già in salvo, al sicuro dai tuoi quindici e sedici anni, al sicuro da chi si allontana dai tuoi occhi tristi.
Il vento attorno a te si fa più forte, spingendoti a prenderlo come una metafora: sono passati gli anni, sei sempre più grande, e sarai sempre più forte di ciò che credi.

Le ore son trascorse ormai e il freddo ti penetra nelle ossa, ma sei finalmente soddisfatto, perché hai pianto e singhiozzato e ti sei fatto forza da solo, stringendoti da solo e riscaldandoti da solo. Sai che ci saranno notti difficili e giornate pesanti, ma ricordi i tuoi quindici anni, ricordi i tuoi diciassette e ti guardi adesso che ti avvicini ai ventuno.
La notte non fa più così paura, il freddo non è più fastidioso, la pelle che si accappona ti ricorda che sei ancora vivo e ti lascia un messaggio fondamentale.
La vita è tua e non la regalerai più a nessuno.
Torni in camera e ti chiudi la finestra alle spalle. Il mondo fuori trema e si scuote al vento, ma tu sei ben saldo sui tuoi piedi e cammini da solo, seppur in ciabatte e col pigiama. Sai che è pur sempre un buon inizio.

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