Lo sbarco sulla luna a casa mia

Era il 20 Luglio 1969.
Mia sorella Carmela aveva tre anni ed io non ero ancora venuta al mondo.

Sembrava un angelo, nevvero?

Credo che sia nata con la passione per la musica nel dna, infatti già a quel tempo possedeva una chitarra che, sebbene giocattolo, avrebbe lasciato il segno sulle sue attitudini e i suoi gusti da adulta.
E un ricordo indelebile in tutti noi, anche in me, sebbene non esistessi ancora nemmeno nei pensieri familiari.

Ne era orgogliosa. Non faceva altro che suonarla. Anche quella sera.

Nostro padre, dal canto suo, si era piazzato davanti alla televisione in bianco e nero con grandi aspettative.
Si, perchè in quelle ore si attendeva proprio l’ atterraggio del primo uomo sulla luna.

Non oso immaginare l’interesse e l’ansia che l’umanità tutta, i miei genitori compresi, doveva provare e questa unione universale intorno ad un evento che andava oltre il pianeta terra e che doveva precorrere in un certo qual modo quel senso di globalità che per prima ha provato la generazione dei millennial ben cinquantanni dopo.
Deve essere stata una sconvolgente ispirazione collettiva del futuribile.

Ma a lei, bambina, non interessava.
E fu così che si piazzò davanti a mio papà, imbracciando lo strumento.

“Drang, drang, drang” grattava le corde “guarda papà”
“Carmela, finiscila per favore”
“Drang, drang, drang” ancora “guarda papà”
“Carmela, ti ho chiesto di smetterla per favore”
“Drang, drang, drang…”

Mio padre si alzò dalla poltrona “Vediamo questa chitarrina…”
Mia sorella sorridente gliela porse.
E lui la ruppe. Con una ginocchiata: “Domani te la ricompro”

Perchè racconto questo?
Perchè l’episodio insegnò a tutte le figlie, me inclusa, che nei momenti topici non bisogna distrarre l’attenzione e serbare un po’ di silenzio. E attendere che alcuni eventi si compiano.
Ed è quello che sto facendo.

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