Nonno Totò

Quando arrivavo a casa sua era sempre la tarda mattinata.
Di regola mentre mi avvicinavo al portone, guardavo da sotto in su, verso il balcone.
Da dietro i vetri prima mi sorrideva.  Poi, dispettoso, mi faceva le boccacce e marameo con le mani aperte ai lati delle orecchie enormi.

Salivo gioiosa e affannata le due rampe che mi separavano da lui per acciuffarlo, ma non riuscivo mai a trovarlo.
Si nascondeva, e giocava a scappare tra una stanza e l’altra per non farsi prendere.
Se era in giornata mia nonna lo copriva e lo aiutava, per poi di regola tradirlo e farmi intendere a cenni dove potevo sorprenderlo.

Un giorno mi impuntai con mia madre. Potevo avere quattro anni o poco più.
Avevo visto al mercato un paio di zoccoli estivi con la fibbia rossa e lucidissima.
Li volevo disperatamente. Erano la cosa più bella su cui avessi mai posato lo sguardo!
“Non se ne parla neanche” aveva sentenziato lei.
Erano di legno, rumorosi e troppo alti. Volgari insomma. Immettibili.

Invece una volta entrai a casa sua e li trovai lì, in bella mostra, sul letto. Tutti per me.
A nulla valsero le proteste di mamma. Me li mise ai piedi in quattro e quattr’otto.

Il massimo era però quando mi lasciava giocare con i suoi occhiali da vista con le lenti sfuocate e bluastre.
Li indossavo e guardavo attraverso. Il mondo era fiabesco, senza nemmeno una linea curva.
E tutto andava bene!

 

 

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