Monthly Archives: ottobre, 2017

Otorinolaringoiatra

Mia zia è sempre stata un po’ fessa e da bambina mi ha trattata con i guanti, quindi non si sognava nemmeno lontanamente di rincorrermi attorno al tavolo.
Un po’ perchè la grave perdita che avevo subìto faceva che mi percepisse delicata, un po’ perchè sono sempre stata la sua bella gioia.
Benchè di tanto in tanto, per educarmi, dovesse correggermi, riprendermi e rimproverarmi non capitò mai che ricorresse a chissà quali punizioni.

Solo una volta mi diede uno schiaffo. Avevo trent’anni suonati.

La zia sotto al tavolo mi faceva pat pat sulla coscia. Per vostra informazione <3

Dovete sapere che lei aveva sempre sofferto di una parafasia periodica e occasionale derivante da alcuni episodi di natura epilettica occorsi nella sua prima adolescenza.
Per farvi un esempio, tra la mia quarta e la mia quinta elementare non riusciva a dire la parola “estate”, le usciva “està”. E non c’era verso di farle completare il fonema finale.
Questo implicava che tutte le volte che lei diceva “està” partiva di regola un coro di “teeeeeeee”, mio e delle mie sorelle.

La prendevamo in giro in base al momento.
Una burla continua era però legata alla parola “otorinolaringoiatra”.
Un vero scioglilingua impossibile per lei che, per tutta la vita, parafrasò  il termine con l’espressione estesa “dottore orecchio, naso e gola”.

E fu così che un pomeriggio di una dozzina di anni fa, tutta la mia famiglia al completo, sorelle e nipoti già grandicelli inclusi , si trovò intorno ad un tavolo di te e biscotti ed iniziò il  solito balletto.
“Non ci sento tanto bene, devo andare dall’orecchionasoegola”
“Zia, otorinolaringoiatra”
“Perchè orecchionasoegola non ti piace, che cambia?”
“Perchè si dice otorinolaringoiatra”
“E’ lo stesso, basta che si capisce, amunì Liliana sei una camurrìa”
“Zia, ma allora scusa, tu ginecologo, come lo dici?”

Non ebbi il tempo di finire la frase che mi aveva stampato le cinque dita in faccia.
Tra il mio sbigottimento e la risata generale sentenziò: “Accussì t’insigni vastasa ca un si autru”*
Perchè con lei non si era mai cresciuti definitivamente.

 

*Così impari, maleducata.

Fare il barbiere era una disgrazia. A volte mortale.

Fino al boom economico degli anni Sessanta, fare il barbiere era una disgrazia.
Questo perchè gli uomini comuni tagliavano e sistemavano i capelli tendenzialmente due volte all’anno: a Natale e a Pasqua. Chi praticava il mestiere, dunque, non poteva contare su entrate stabili e significative.
Viveva sostanzialmente in povertà.

Mio nonno Totò, non a caso, pur padroneggiando la tecnica, saltò da un’attività all’altra, aprendo anche una latteria a Mondello, e riuscì ad esercitare solo quando mia madre stava per sposarsi, assicurandole così un bel matrimonio.

Sempre per queste ragioni, le madri della prima metà del ventesimo secolo si opponevano con tutto il fiato in corpo alle relazioni tra le figlie e i giovani barbieri, perchè queste le avrebbero condannate ad un destino in cui l’unica speranza sarebbe stata quella di mangiare ogni tanto una sarda già leccata per molto tempo.

Allo stesso modo fece la cognata di mia nonna Rosa.
Quando seppe che la figlia voleva un tale “Giovanni”, il picciotto del barbiere del quartiere, il suo no fu irrevocabile.
A nulla valsero le preghiere della ragazza, a nulla le minacce di scappare e di disonorare la famiglia.
Alle brutte la giovane venne chiusa in casa per evitarle di far danno.

Il suo sembrava un mantra: “A Giovanni vogghiu”.
Ma la madre rispondeva pronta e più caparbia di lei: “Meglio morta che maritata ad un barbiere!”

E così fu.

La ragazza, a cui era affidato il compito di fare la spesa e di lavare i piatti, taciute le richieste per un po’ e tranquillizzati i familiari sul fatto che i suoi sentimenti fossero venuti meno, riuscì ad acquistare ed ingerire una dose sufficiente di stricnina da causarsi la definitiva uscita di scena.
Durante le lunghe ore di agonia, tra gli spasmi per l’irrigidimento progressivo, non rivelò mai chi le aveva venduto la sostanza, nè il pentimento della madre, usato come estremo tentativo, la salvò.

E Giovanni? Mia zia Maria che aveva saputo la storia da mia nonna Sisidda, non me lo disse mai.
Mi raccontò solo che Rosa, dopo vent’anni, piangeva ancora al pensiero che sarebbe bastato semplicemente permettere a quell’adolescente di amare chi voleva.

 

 

Assemblea della Notte e delle Stelle

Torno su queste sponde per parlare e viaggiare in lungo e in largo, cullato dalla sicurezza che mi farà bene, perché la casa di Assittata è un posto terapeutico per la mia anima rattoppata. Ma questa volta non la farò breve, e trascinerò chiunque lo voglia in un circolo vizioso.

Ebbene, va così: ogni sera resto seduto sul balcone per almeno un’ora o due, col naso all’insù e gli occhi fissi su una vasta tela blu scuro puntinata da luci che sogno continuamente di toccare con mano.
Il silenzio che mi circonda e il buio che si riflette un po’ ovunque, con quel suo fare intrusivo, mi spingono a riflettere. È come se tutta questa oscurità strisciasse con fare viscido e attento nella mia mente, prendendo per mano un filo sottile che mi conduce tra ricordi e riflessioni, su eventi passanti e sul latte ormai versato da tempo, o sul latte che fui costretto a mandar giù mal volentieri.

Sfido la notte a danzare con me guardandomi negli occhi, asciugandomi le lacrime con i suoi spifferi gelidi e conducendomi tra le nebbie più fitte della mente. Il tempo scorre senza farsi sentire, anche quando mi si accappona la pelle scossa da brividi di freddo, un chiaro segnale per dirmi che è il momento di rientrare e mettermi a letto. Non lo faccio, ovviamente. Mi perdo tra le mille strade dei momenti che mi piacciono meno, ma su cui rifletto molto.

Quindici anni, l’età in cui l’amore si fa vivo per la prima volta con quell’idea un po’ stupida del farsi belli per qualcun altro, così da convincerlo che siamo degni di essere amati e guardati e desiderati. L’età in cui amiamo chiunque, ci innamoriamo e piangiamo, ma non lo facciamo mai con e per noi stessi. Ci affidiamo agli occhi degli altri per trovare un senso a qualcosa che, sin dal principio e fino alla fine, sarà nostro. Il corpo, la mente, il rispetto, la dignità. Quante cose cadono davanti al primo amore? Quante cose vengono messe da parte, anche quando permettiamo a qualcuno di colpirci ripetutamente urlandoci contro e infamandoci, trasformandoci in nullità vaganti che non potranno mai riscattarsi perché convinte del fatto che sia quello il giusto modo di amare? Che siano quelli gli unici occhi che ci abbiano mai visto davvero? Quante volte ci nascondiamo dietro la porta di un bagno, convinti che è solo un momento di rabbia e che passerà donando semplicemente il proprio corpo all’altra persona, per compiacerla e farle capire che siamo lì, sempre e comunque, sottomessi come mai prima d’ora?

Sedici anni, isolati e distanti dagli amici, con gli occhi coperti da quello spesso velo chiamato “amore”. È già passato un anno, il freddo inverno è andato via e si ritorna all’estate, a quella casa sul mare isolati da tutti e quelle serate casuali in cui si parla e si gioca a fare l’amore, ancora troppo piccoli e ingenui per capire cosa fosse davvero. Rassegnati forse all’idea che è una vita giusta, quella in cui si litiga e ci si urla contro, sentendosi ripetere: «Se fossi lì ti darei due schiaffi».

Diciassette anni, l’idea che forse potremo salvare la persona che ci sta accanto, che forse ci ama o forse no. Allunga le mani verso qualcun altro, lo provoca e lo stuzzica, ma ti consoli all’idea che ogni sera torna da te. Per te è amore, per te è sincero, per te sarai sempre l’unica luce dei suoi occhi nonostante tutto, nonostante il fatto che per lui sei “poco interessante” e “poco stimolante”. Torni a quando avevi quindici anni e ti fai bello, con quei pantaloni attillati, con l’atteggiamento un po’ sbarazzino per provocarlo e risvegliarlo, per fargli vivere qualcosa che non c’è mai stato.
Te ne renderai conto a vent’anni, quando sarai lontano da lui ormai da due anni, col tuo riflesso allo specchio a gridarti che sei patetico per aver rovinato la vita ad altre persone, ancora troppo spaventate per guardare i tuoi occhi tristi, quelli che hanno sempre evitato perché troppo pieni di ricordi.

E mentre la notte rispecchia il tuo stato d’animo, alzando una bufera di vento ostile che scuote le fronde degli alberi che hai davanti al balcone, pensi e ripensi a cos’è andato storto. Come ti sei sentito, quando non capivi e ti convincevi delle cose sbagliate, solo perché i libri che leggevi ti dicevano che poteva andare meglio e che avresti vinto qualsiasi battaglia per amore?
Come ti senti, adesso che ne parli liberamente, con la consapevolezza che gli uomini si spaventano terribilmente se messi di fronte a realtà così dure? Consapevole del fatto che ti vedranno sempre come una vittima, come un possibile nemico, sempre ostile verso gli uomini e con problemi mentali, tra ansie e paure? Come pensi di poter andare avanti a conoscere qualcuno, quando li vedi approfittare della situazione e sparire, perché sei troppo complicato da capire e frequentare?
La notte ti guarda e sai benissimo come ti senti, di fronte a pesi così grandi. Sei solo ed hai paura, tremi un po’ ed hai le mani fredde, con nessun posto in cui scaldarle se non tra le tue stesse gambe. Ridi e rifletti, capisci che è questo che sarà, perché gli uomini hanno paura e tremano tanto quanto te, ma tu hai passato di peggio e l’hai passato da solo. Guardi ogni singola stella e ti senti più forte, perché dopotutto cadiamo tutti ma torniamo a splendere, stiamo sempre in piedi e il mondo non si ferma per noi. Perché non provare a splendere, allora?

Il buio è uno spettacolo pazzesco, per chi lo sa vivere pienamente.
Tiri un sospiro di sollievo ed esci dal tunnel di pensieri e ricordi. In bocca un sapore amaro, dovuto alla piena consapevolezza che sei vicino alla realtà, al capire che non hai bisogno di nessun altro per stare bene e vivere a testa alta. Non hai bisogno di coccole, di sentirti dire che sei bello, che qualcun altro ti proteggerà, che “io non sono così” e “io non lo farei mai ad uno come te”.

Non hai bisogno di andare alla ricerca di qualcuno che non abbia paura di quello che sei, perché ti guarderai allo specchio e non ti sentirai più patetico né in colpa per quello che è successo. Ti sentirai già in salvo, al sicuro dai tuoi quindici e sedici anni, al sicuro da chi si allontana dai tuoi occhi tristi.
Il vento attorno a te si fa più forte, spingendoti a prenderlo come una metafora: sono passati gli anni, sei sempre più grande, e sarai sempre più forte di ciò che credi.

Le ore son trascorse ormai e il freddo ti penetra nelle ossa, ma sei finalmente soddisfatto, perché hai pianto e singhiozzato e ti sei fatto forza da solo, stringendoti da solo e riscaldandoti da solo. Sai che ci saranno notti difficili e giornate pesanti, ma ricordi i tuoi quindici anni, ricordi i tuoi diciassette e ti guardi adesso che ti avvicini ai ventuno.
La notte non fa più così paura, il freddo non è più fastidioso, la pelle che si accappona ti ricorda che sei ancora vivo e ti lascia un messaggio fondamentale.
La vita è tua e non la regalerai più a nessuno.
Torni in camera e ti chiudi la finestra alle spalle. Il mondo fuori trema e si scuote al vento, ma tu sei ben saldo sui tuoi piedi e cammini da solo, seppur in ciabatte e col pigiama. Sai che è pur sempre un buon inizio.

Tu corri intorno al tavolo

Comunque sia, a proposito di quello che vi ho raccontato, c’è da ammettere che anche mia madre “rompeva cose”.
Per esempio, una volta, nel tentativo di inseguire mia sorella Carmela perchè chissà che aveva combinato, provò a darle un colpo di cucchiaio di legno.
Ma lei, agile come un’ancidda,  la scansò e il manico si spezzò rovinosamente sulla barra divisoria del lavello della cucina.

In genere però mia mamma si limitava ad inseguire senza dare seguito e questo era anche colpa di papà che aveva insegnato a tutti la tecnica.

L’aveva ideata lui stesso da bambino, per sfuggre ai suoi, e suggerita a colei che sarebbe diventata Ziuccibus,  sua sorella Maria: “Quando la mamma ti vuole prendere a legnate, tu scappa e corri  intorno al tavolo, che lei poi si stanca e la smette.”
Ma lei era sempre stata fissittuna, imbranata c’era nata, e anche da ragazzina, si incastrava da sola in un angolo e mia nonna gliele suonava.

Allo stesso modo mia sorella Rosa Rita, la maggiore di noi tre: si bloccava e piangeva.
Invece Carmela no.
Lei riusciva a scappare e allora mia madre doveva tirarle qualche cosa appresso e la rompeva di regola.

Lo sbarco sulla luna a casa mia

Era il 20 Luglio 1969.
Mia sorella Carmela aveva tre anni ed io non ero ancora venuta al mondo.

Sembrava un angelo, nevvero?

Credo che sia nata con la passione per la musica nel dna, infatti già a quel tempo possedeva una chitarra che, sebbene giocattolo, avrebbe lasciato il segno sulle sue attitudini e i suoi gusti da adulta.
E un ricordo indelebile in tutti noi, anche in me, sebbene non esistessi ancora nemmeno nei pensieri familiari.

Ne era orgogliosa. Non faceva altro che suonarla. Anche quella sera.

Nostro padre, dal canto suo, si era piazzato davanti alla televisione in bianco e nero con grandi aspettative.
Si, perchè in quelle ore si attendeva proprio l’ atterraggio del primo uomo sulla luna.

Non oso immaginare l’interesse e l’ansia che l’umanità tutta, i miei genitori compresi, doveva provare e questa unione universale intorno ad un evento che andava oltre il pianeta terra e che doveva precorrere in un certo qual modo quel senso di globalità che per prima ha provato la generazione dei millennial ben cinquantanni dopo.
Deve essere stata una sconvolgente ispirazione collettiva del futuribile.

Ma a lei, bambina, non interessava.
E fu così che si piazzò davanti a mio papà, imbracciando lo strumento.

“Drang, drang, drang” grattava le corde “guarda papà”
“Carmela, finiscila per favore”
“Drang, drang, drang” ancora “guarda papà”
“Carmela, ti ho chiesto di smetterla per favore”
“Drang, drang, drang…”

Mio padre si alzò dalla poltrona “Vediamo questa chitarrina…”
Mia sorella sorridente gliela porse.
E lui la ruppe. Con una ginocchiata: “Domani te la ricompro”

Perchè racconto questo?
Perchè l’episodio insegnò a tutte le figlie, me inclusa, che nei momenti topici non bisogna distrarre l’attenzione e serbare un po’ di silenzio. E attendere che alcuni eventi si compiano.
Ed è quello che sto facendo.

Un tè con un’Amica con il colera nel cuore

E comunque si, vivere la vita serena, aggiungo e cerco di sottolinearLe.
Perchè per quanto possano farci rabbrividire le classificazioni è inutile negarlo sono utili -nella misura in cui ogni essere umano rientra in una categoria. (Anche le donne hanno le loro. Badate bene!).

Decidere di dare fiducia ad un “mentitore ufficiale”-a questa categoria appartiene, “iddu” [lessico di assittata in pizzo] – da un lato è un atto di estremo Amore totale, dall’altro è un gioco al massacro, invalidante quindi, per noi. Donne emancipate-intelligenti-sessualmente disinibite. Che poi l’essere tutte queste cose a volte ci porta addirittura ad autoconvincerci che “Con noi sarà diverso”.
Ed è li, in sostanza, l’errore più grande che possiamo commettere.
Peccare di onestà intellettuale. Perchè il fatto stesso che -seppur magari a grandi linee- apparteniamo alla categoria alfa delle donne, abbiamo già la consapevolezza che ne esistano altre di donne emancipate-intelligenti-sessualmente disinibite. Ed anche più di noi, talvolta.

Indi: Lui -homo lupus in fabula- potrebbe incontrarne una. Un’altra. Che potrebbe diventare te. Esattamente come tu sei diventata qualcun’ altra. Oppure si, potrebbe accadere che la incontra ma non la riconosce e quindi continua a vivere (in)felice e (s)contento al tuo fianco. In perenne ricerca.

Ma questo è un dubbio troppo grosso. È un’ ansia umanamente incontrollabile con cui pensare di poter convivere il resto della tua vita.

E tu, Cara Amica mia, con il cuore in frantumi, oggi, ti sei salvata.

Di Rossana Campaniolo

Il perdono e le sue condizioni

L’essersi amati, di qualsiasi genere d’amore, se è corrisposto a verità, dovrebbe sempre presupporre la possibilità di salvare un rapporto personale.

A meno che non si sia superato un punto di non ritorno, ferendo i sentimenti dell’altra persona, ingannando la sua buona fede, ledendo la sua dignità.

Certo, il perdono è una gran possibilità.
Lo è a maggior ragione per chi lo esercita, perché alleggerisce l’anima dal dolore che si è subito, immotivatamente e talvolta passivamente, come qualcosa che colpisce improvviso e inaspettato, punizione immeritata per un male non agito.

Tuttavia per riuscire a scusare una mancanza grave, tanto da mettere a rischio non solo i sentimenti, ma anche la considerazione e la credibilità degli altri, sono necessari due presupposti.

Il primo è che il perdono venga concesso dopo che è stato chiesto. Perché è la domanda che rende reale tutto.
Non si può graziare chi non vuole esserlo.
Il secondo è che chi ha bisogno di essere nuovamente accolto cambi il suo comportamento.
E questa è la condizione imprescindibile.
La richiesta esplicita potrebbe anche rimanere nascosta e non essere formulata se ci fosse un effettivo e stabile cambiamento di condotta.

Quando qualcuno vuole scusarsi, o si riavvicina in qualche modo per cercare di recuperarmi, io semplicemente aspetto.
Se nell’attesa non scorgo alcuna mutazione rispetto a prima, mi dispiace ma non ho davvero cosa farci.

Scontrino is the new memory

“Ma tu sei una di quelle che si conservano i biglietti dei musei, degli aerei o dei treni, per questioni di affetto?”
“No, lo trovo inutile. Quello che serbiamo nel cuore non può essere cancellato o rinforzato da un pezzetto di carta”
“Ah quindi non sei una sentimentale di questo genere…”

Mentivo inconsapevolmente. Oggi me ne sono resa conto.
E faccio ammenda per questo oppure accetto allegramente un nuovo dato sulla mia personalità: fate voi perchè comunque la sostanza non cambia.
Sono una specie di accumulatrice seriale di ricordi sotto mentite spoglie.

Se mi aprite le borse, i cassetti, le cartelline per archivio, troverete una infinita quantità di documenti di natura amministrativa, completamente inutili al raggiungimento di un ordine delle mie finanze.
Oggi me ne sono trovata tra le mani tantissimi: scontrini, ricevute, fatture.
Cose che risalgono anche ad anni e anni fa.

E per ciascuno ho ricordato perfettamente quello che ho fatto, le persone con cui sono stata, le loro storie, le emozioni e i sentimenti provati e se mi ero trovata a mio agio o meno.
In certi casi a vedere i numeri, mi è venuta voglia di tornare in alcuni luoghi o rifare alcune esperienze.
Come per esempio quella di un pomeriggio di Febbraio del 2015, rammentata grazie ad uno scontrino fiscale di un salumiere, vicino casa mia, dove ho comprato del formaggio. Ma solo io so perchè e soprattutto per chi.
E mi è salita la nostalgia.

In pratica ho scoperto il mio oggetto della memoria.
Lo scontrino fiscale è il mio nuovo album dei ricordi.
Fotografie, biglietti d’auguri, ingressi ad eventi, no.
Quello per me sarebbe troppo ordinario e del resto si sa quello di normalità è solo un cliché a cui sfuggire.

Broccolo affucatu

Momento “Mastru Chef: anche se è da tempo che non abbiamo più il piacere di leggere il mio maggior competitor (Rino Liguoro, dove sei finito?) inauguriamo la stagione con lui, il RE della tavola autunno-invernale.

Il broccolo affucatu, il cui olezzo è inimitabile (per fortuna), distinguibile, caratterizzante come niente e nessuno mai. Anche se non ti fossi accorto che l’inverno è arrivato, il broccolo affucatu ti riporta immediatamente in te.

Prima di gustarlo con soddisfazione, raccomando di aromatizzarlo (nel caso ce ne fosse ancora bisogno) con una manciata di ginepro in bacche e pepe rosa appena macinato.

Salare solo ed esclusivamente con fiocchi blu di Cipro (ovviamente le ultime tre prescrizioni sono delle sonorosissime minchiate).

E’consigliato indossare mascherina, come quella che usano i giapponesi quando il livello delle polveri sottili nell’aria si innalza pericolosamente.

Di Cristina Accardo

Nonno Totò

Quando arrivavo a casa sua era sempre la tarda mattinata.
Di regola mentre mi avvicinavo al portone, guardavo da sotto in su, verso il balcone.
Da dietro i vetri prima mi sorrideva.  Poi, dispettoso, mi faceva le boccacce e marameo con le mani aperte ai lati delle orecchie enormi.

Salivo gioiosa e affannata le due rampe che mi separavano da lui per acciuffarlo, ma non riuscivo mai a trovarlo.
Si nascondeva, e giocava a scappare tra una stanza e l’altra per non farsi prendere.
Se era in giornata mia nonna lo copriva e lo aiutava, per poi di regola tradirlo e farmi intendere a cenni dove potevo sorprenderlo.

Un giorno mi impuntai con mia madre. Potevo avere quattro anni o poco più.
Avevo visto al mercato un paio di zoccoli estivi con la fibbia rossa e lucidissima.
Li volevo disperatamente. Erano la cosa più bella su cui avessi mai posato lo sguardo!
“Non se ne parla neanche” aveva sentenziato lei.
Erano di legno, rumorosi e troppo alti. Volgari insomma. Immettibili.

Invece una volta entrai a casa sua e li trovai lì, in bella mostra, sul letto. Tutti per me.
A nulla valsero le proteste di mamma. Me li mise ai piedi in quattro e quattr’otto.

Il massimo era però quando mi lasciava giocare con i suoi occhiali da vista con le lenti sfuocate e bluastre.
Li indossavo e guardavo attraverso. Il mondo era fiabesco, senza nemmeno una linea curva.
E tutto andava bene!

 

 

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