Tanto valeva infilarsi nel letto

Arrivai davanti alla porta in punta di piedi.
Girai circospetta la chiave nella serratura, al rallentatore.
Non volevo che si sentisse lo scatto.
Silenziosamente entrai e fui investita dall’aria pesante che solo la moquette riesce a far patire alle narici.

Alzai lo sguardo.

Giaceva sul letto avvolto nelle coperte fino alla vita.
I drappi delle lenzuola candide davano alla massa del corpo una tridimensionalità quasi ellenistica e riportavano alla memoria volumi e bellezze studiati in gioventù.

Il torso emergeva al di fuori di tutto quel biancore.
Mi voltava le spalle.
Un raggio di luce fendeva l’aria, colpiva la scapola destra, leggermente più pronunciata rispetto alla sinistra, e formava un’ombra che si allungava fino alla schiena.
Un altro breve e flebile lampo saliva invece per sfumarsi alla base della nuca che avevo afferrato di continuo nella notte.
Da quell’incavo partiva la testa rasata.

Chissà quali pensieri ci sono dentro. Mi chiesi. Chissà quanti.
Oppure c’era il vuoto? Forse questa era l’ipotesi più realistica. Forse la migliore.
La peggiore sarebbe equivalsa alla solitudine della domanda: rimanere o andare via?

In attesa della risposta tanto valeva spogliarsi.
E infilarsi completamente nuda nel letto.

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