Essere crepuscolari o condannati alla magnificent loneliness

Ho letto solo oggi che in maggio si è svolto a Genova un convegno importantissimo di psicologia a cui è intervenuto nientepopodimeno che Otto Kernberg, psichiatra e psicoanalista di origine viennese, che per primo ha teorizzato il disturbo narcisistico di personalità.

In pratica è emerso che le nuove generazioni ne sono affette molto più che le altre.
La patologia consisterebbe in un iperinvestimento della libido sul sé, normalissimo in età infantile, per nulla in quella adulta.
Il sé sarebbe non integrato, con una scissione delle auto e alter rappresentazioni idealizzate, dando così origine a un sé grandioso.

Il narcisista sembra stare bene. Invero il soggetto si muove in una realtà fragile come il cristallo, perchè in ogni momento l’immagine che ha di sè può essere annientata dal confronto con terzi che, per questo, diventano oggetto di livore e svalutazione e vengono così tenuti lontani.

Le nostre sono generazioni condannate alla “magnificent loneliness”.


Effettivamente è vero: quanto i miti della bellezza, della giovinezza, di un successo falso a tutti i costi ci condizionano?

Eppure ricordo le letture ed i tentativi di educarmi a ben altri valori, adoperati dalla mia famiglia e dai miei insegnanti.

Quanto bene ci farebbe invece tornare ad essere un po’ crepuscolari.
La poetica e gli ideali di Gozzano potrebbero essere salvifici.
Ci potrebbe fare recuperare quella lettura dell’esistenza che tra il serio e il faceto si erge davvero dal luogo comune e descrive la banalità come felicità filtrata dall’ironia e dalla malinconia tutta insieme.

Come è possibile che tutto questo, ci sia sfuggito tra le dita?

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