Mi manchi

Mi manchi,” fu tutto ciò che scrissi.

Frase insulsa, no? Senti la mancanza di qualcuno e hai voglia di stare in sua compagnia, così glielo dici senza problemi. Alla fine, sono soltanto due parole, è questo che ripeti a te stesso prima di inviarle.
Il messaggio viene frainteso quasi nello stesso istante in cui gli occhi scorrono su quelle lettere in nero.
“Mi manchi.”

E la persona in questione si sente subito importante, quasi fondamentale, e sappiamo tutti quanto gli uomini si spaventino davanti ad un peso così enorme come quello dell’esserci e del significare qualcosa per qualcuno.

Triste. Pensateci meglio anche voi. Non è triste, adesso, avere paura di pronunciare il semplice desiderio di passare pochi minuti in compagnia di una persona che ci fa stare bene?
Quando, esattamente, siamo diventati delle creature anaffettive con la costante paura di significare forse troppo e di non esserne all’altezza?
Quando ci siamo trasformati in esseri dai dubbi sentimenti e dai facili fraintendimenti?
Quando abbiamo smesso di goderci l’amore, l’affetto, la sana amicizia, i momenti vissuti istante per istante, le follie estreme e le risate più semplici?

Quando, un semplice “mi manchi”, è diventato strumento di paure così grandi da far chiudere una persona nel gelido silenzio del distacco?

Me lo chiedo, e intanto invio il mio “mi manchi”.

Perché io, a stare chiuso e freddo e vuoto, non riesco. Perché io ho bisogno che il mondo si svegli e torni a scaldarsi.
Perché io voglio i miei istanti con una persona a cui tengo, soprattutto quando mi manca e ne avverto il peso dell’assenza.

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