Lo schiocco, lo senti ancora?

E così, mi chiede: «Lo senti ancora?»

Le domande della psicologa mi hanno sempre messo in difficoltà, in un modo o nell’altro. È come se ti forzassero a rispondere nel modo giusto, anche quando un modo giusto non c’è e bisogna sempre essere sinceri e aprirsi, anche quando la situazione diventa scomoda.

Insiste, nel silenzio che riempie la stanza. «Lo Schiocco, lo senti ancora?»
La guardo ancora una volta e, da qualche parte dentro me stesso, trovo la forza di ridere di lei.
Mi domando cosa possa mai saperne lei dello Schiocco, di un istante come quello, di uno strano potere inquietante come quello. Poi rimprovero quel lato di me stesso, ricordando che tutti possono conoscere lo Schiocco.
Una madre, una figlia, una ragazza, un ragazzo, un figlio. Esattamente come me.
Rispondo dunque, sorridendo ai limiti del possibile. «Certo! E mica va via!»

Ed è vero, tutto sommato.
Lo Schiocco non andrà mai via in nessun modo, questa è la verità che mi colpisce nell’esatto momento in cui apro la bocca per risponderle.
Lo Schiocco è quel suono che si ripete continuamente, lieve e grave, a bassa voce e poi più forte.

SCHIOCCO, schiocco, Schiocco, sChiOcCo, schiOCCO.

La voce roca della psicologa mi prende per mano e mi tira fuori dal tornado di “Schiocco” in cui ero finito per conto mio. «E come si vive normalmente, vicino allo Schiocco?»
Per un breve istante rido di lei, chiedendo a me stesso come sia possibile che una donna di una certa età non capisca proprio nulla dello Schiocco.
Finisco con l’ammonirmi ancora una volta, consapevole del fatto che lei effettivamente sa cosa sia e come esista, ma che preferisce cedere la parola a me, che con lo Schiocco ormai sono un gran campione.

Prendo fiato, ne ho bisogno. Forse anche per non urlarle contro o tremare.
«Posto che la normalità è un concetto del tutto soggettivo,» le dico prima di bloccarmi e riflettere.
«Credo di aver vissuto una normalità del tutto sbagliata. Sa come funziona, no? Dopo lo Schiocco, diventa normale chiedersi quando lo si troverà di nuovo, quando lo si sentirà ancora una volta, con chi soprattutto. Guardi le persone sorridere e parlarti e ti domandi se magari anche loro Schioccano, una volta ogni tanto, e se lo fanno hai paura e ti domandi quando e dove e in che modo. Ecco perché lo Schiocco, tutto sommato, non ti abbandona mai.»
La guardo e mi guarda, curiosa di sapere come continuerà la mia riflessione. Vorrei tanto saperlo anch’io, come articolare le parole nel modo giusto e come esprimere il tornado di Schiocchi che mi occupa la mente in questo momento.

Distolgo lo sguardo una volta, poi due. «Forse dovrei trovare una nuova normalità. Forse, dopotutto, qualcuno che non Schiocca c’è. Lei che dice?»
Alza le spalle e sorride. «Non tutti Schioccano come faceva il Primo Lui, questo lo sai, no?»
Annuisco. È la verità.

«E allora,» mi dice prima di concludere pochi minuti dopo. «Comincia con un breve passo. Chiamala col suo vero nome, accettala così com’è, accetta di esserne uscito ed essere sopravvissuto. Vedrai che da lì sarà tutto più facile. Basterà solo dirlo a voce alta.»
Annuisco due volte, ma resto fermo sul posto. Poi accenno un sorriso, perché so che in fondo sarà tutto più semplice una volta affrontato lo Schiocco a voce alta.
No, non lo Schiocco.

Devo smetterla di usare questo nome, che non è altro che il suono delle mani quando colpiscono qualcuno.
Forte e chiaro, lo stendono a terra, lo costringono a nascondersi dietro la porta di un bagno.
No, non si chiamerà più Schiocco.
Si chiama Violenza.

Di Paolo Costa

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