Come nonno Ciccio naufragò per un bombardamento. E si salvò.

Lo faceva ogni santo pomeriggio, Rosa, di andare al molo.
All’uscita dalla Manifattura Tabacchi e prima di rientrare, anche se c’erano i bambini ad aspettarla.
Scrutava il cielo e osservava con preoccupazione se i gabbiani stanziavano sulla banchina: era segno di cattivo tempo.

Quanto doveva durare ancora la guerra?
Ciccio, suo marito, non tornava da mesi e non dava sue notizie da settimane.
Per di più lei e tutta la famiglia avevano passato intere notti nelle grotte, a rifugiarsi dai bombardamenti al Porto.
L’oscurità, la costrizione, il puzzo nauseabondo di quegli antri sovraffollati la esasperava.

La preoccupazione le mangiava il fegato, specie quando sua sorella Pinuccia arrivava fresca e tranquilla che Tanino, con cui era sposata da qualche anno, si era messo in malattia dalla Tirrenia ed era rimasto in mezzo alle cosce sue, e riportava di episodi di attacchi aerei, come un uccello di malaugurio.
“N’te aggie” le diceva suo padre.
Totò, ormai in pensione dal mare e rimasto lì, il giornale piegato fra l’avambraccio e l’ascella manco fosse una baguette e il tabacco masticato sotto al cappello, sapeva che una figlia torturava l’altra in questo modo, e voleva che la più piccola chiudesse la bocca.

Un giorno arrivarono finalmente novità.
Rosa guardò con terrore la busta  che le era stata appena consegnata.
Il mittente era chiaro: “Francesco Maniscalco”, suo marito.
Ma la scrittura non apparteneva a quelle mani che avrebbe riconosciuto pure al buio.
Si sedette. “E’ morto” pensò “inutile che la leggo”.
Trapassò con gli occhi la missiva ancora chiusa e fissò il vuoto. La sua esistenza era finita.

Dopo qualche ora di riluttanza prese coraggio, doveva pure parlare con i suoi figli.
Aprì i fogli e seppe.

Durante il servizio dal Lazio ad Olbia, mentre Ciccio si trovava in sala macchine, il postale aveva subìto un bombardamento degli Alleati ed era colato a picco nel giro di un’ora.
Le autorità erano convinte di non trovare vivo più nessuno. Mandarono i soccorsi per scrupolo. Ed effettivamente non si recuperarono che pezzi di carne esanimi. Non tutti i marinai erano però risultati all’appello, perchè  alcuni si erano dispersi tra le onde.

Dopo qualche giorno un cadavere entrò nelle acque dell’area del Golfo di Civitavecchia. Galleggiava poggiato su un asse di legno di tribordo. Evidentemente era qualcuno dell’equipaggio mandato a fondo e la corrente ne aveva restituito il corpo.

Si trattava di Ciccio. Era vivo. A pezzi ma vivo.
Il mare, invece che inghiottirlo, lo aveva riportato indietro.

Per settimane era rimasto in stato di semi incoscienza in cura presso l’ospedale militare di Gaeta.
Gli arti si erano rotti, scriveva l’infermiera sotto dettatura, ma lui tornava.
Aveva deciso di “mettere firma” e obbligare i medici a lasciarlo andare, certo che le cure familiari avrebbero in qualche maniera accelerato la sua ripresa.

Mio nonno Francesco, navigante, fuochista, rientrò storto e tutto fratturato a casa. Non si reggeva quasi in piedi.
Aveva servito la Patria fino a che aveva potuto: mentre spaurito come chi è scampato ad un pericolo gravissimo varcava la soglia della sua stanza, un tardo pomeriggio di fine estate, la radio annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile.

Era l’8 Settembre 1943.

 

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