Monthly Archives: settembre, 2017

TRENTA GIORNI DI OCCHI CIELO -CHIUSI

“Non è stato un sogno!” -Continuo a ripetermi.

“Voi l’avete visto? È stato reale?” -chiedo a due delle mie amiche. E le fisso.
Una abbassa lo sguardo e si rattrista -sempre un pò, quando pongo interrogativi simili. L’altra si incazza ed inveisce contro.
Le Mau, simili ma diverse, continuano a sostenermi.

 

Io mi sento infettata di tristezza, invece.
E la sensazione di poter infettare chi mi circonda mi fa desistere. Da qualunque cosa.

Resto a casa. Immobile.

Ho comprato un anello, in questi giorni. È marte -il pianeta. Perchè è lì che sono stata, e del resto vorrei tornarci. Oppure no. Non lo so. Anzi si, non voglio ritornarci.

Ero – e lo sono tutt’ora – una Penolope moderna in attesa del suo marziano intelligente, quando mi sono ritrovata a tu per tu con un paio di occhi -cielo!, solo un pò più grandi dei miei.
Sono stati i primi cinque minuti di conversazione a convincermi:
“A quasi trentanni, deve trattarsi di persone comode per decidere di uscire, perchè le baratto con il divano di casa!” – ha affermato lui.
“Uuh..che meraviglia!” -ho esclamato io.

Ho sempre creduto che le persone siano delle porte, e che ogni incontro genera delle variabili che vale la gioia di vivere. Tanto più, se dall’altra parte, c’è un marziano. Poi se intelligente e bello, non può che far bene.

E noi, in effetti, ci siamo fatti bene – letteralmente.

Ci siamo intuiti, prima di raccontarci.
Ci siamo sorPresi.
Ci siamo inclusi. Che è quanto di più marziano possa esserci su questa terra: Scambiarsi gli odori – condividersi punti di visti, nuovi e diversi, in uno spazio e tempo che fino a poco prima si autodeterminavano in forma singolare, l’unica possibile e capace. Io prima di te.
Coniugarsi in Che facciamo? – Cosa mangiamo? – Dove andiamo? – Ci piace? -“Dobbiamo parlare”.
Cosi da non poter più realmente tornare indietro perchè qualcosa è accaduto. Accade sempre.

Tutto ciò comporta sicuramente dei rischi -lo so bene!- Ma questi ci sono sempre, che non vivere per paura di scottarsi alla fine non ti salva, comunque. Ed allo stesso tempo crea inevitabilmente delle responsabilità. Entrare ed accomodarsi nel divano della mia vita è un privilegio, quindi. E non perchè io sia una persona comoda. Anzi. Spesso sono pungente e brutale. Non ho timore ad affermare me stessa. Un pò naif ed un pò rottermeier. E quando mi fido, lo faccio consapevole che la delusione possa esser sempre a portata di un caffè. Caldo, versato addosso. Accidentalmente, oppure.
Insomma, ho impiegato tutti i miei anni per esser esattamente cosi come sono.
Chi mi conosce, o semplicemente legge, sa che io destrutturo ogni cosa. Arrivo fino al midollo; talvolta distruggendola. Ed a pensarci bene, io questo sogno, divenuto termine di paragone, devo cancellarlo. Per andare avanti. Per ricominciar-mi. Daccapo.

Non sono una scrittricescrittrice. Sono scrittriceblogger che si racconta. A volte imparo. Altre insegno -dicono.

Oggi questa è una lezione autodidatta!

Di Rossana Campaniolo

Tanto valeva infilarsi nel letto

Arrivai davanti alla porta in punta di piedi.
Girai circospetta la chiave nella serratura, al rallentatore.
Non volevo che si sentisse lo scatto.
Silenziosamente entrai e fui investita dall’aria pesante che solo la moquette riesce a far patire alle narici.

Alzai lo sguardo.

Giaceva sul letto avvolto nelle coperte fino alla vita.
I drappi delle lenzuola candide davano alla massa del corpo una tridimensionalità quasi ellenistica e riportavano alla memoria volumi e bellezze studiati in gioventù.

Il torso emergeva al di fuori di tutto quel biancore.
Mi voltava le spalle.
Un raggio di luce fendeva l’aria, colpiva la scapola destra, leggermente più pronunciata rispetto alla sinistra, e formava un’ombra che si allungava fino alla schiena.
Un altro breve e flebile lampo saliva invece per sfumarsi alla base della nuca che avevo afferrato di continuo nella notte.
Da quell’incavo partiva la testa rasata.

Chissà quali pensieri ci sono dentro. Mi chiesi. Chissà quanti.
Oppure c’era il vuoto? Forse questa era l’ipotesi più realistica. Forse la migliore.
La peggiore sarebbe equivalsa alla solitudine della domanda: rimanere o andare via?

In attesa della risposta tanto valeva spogliarsi.
E infilarsi completamente nuda nel letto.

Crescere il mio bambino

Non sono un curiosone, o almeno non per ciò che riguarda le vite altrui. Lungi da me l’essere un terribile ficcanaso e un pettegolo. Evito come la peste di essere una persona che origlia le conversazioni altrui per avere più informazioni possibili su chiunque, ma se c’è una cosa che mi spinge a ficcanasare forse troppo, questo è senza alcun dubbio il sentir parlare di mia sorella e del suo prezioso bambino, mio nipote.

Dicono: «Un bambino di questa età non dovrebbe avere un padre?»
Rifletto, ed è un grosso no.
Insistono: «Una figura maschile, una guida. Non credi?»
Pesto i piedi mentalmente. No, no, no e no.

Per quale motivo mio nipote dovrebbe avere una figura maschile del tutto forzata, nella sua vita? Perché così potrebbe imparare a guardare il culo delle donne? Così potrebbe avere una spalla con cui commentare? Con cui sfogarsi? Un modello maschile a cui ispirarsi, anche quando questi potrebbe non rispettare la propria compagna, la propria moglie, o peggio ancora i propri figli?
La figura maschile, a mio parere, non è strettamente necessaria.
Mio nipote crescerà tra le donne. E allora? Questo significa automaticamente che crescerà male? Che, nell’immaginario collettivo, svilupperà una propria sessualità diversa? O peggio ancora, diranno di lui che sarà effeminato?

Io ne dubito seriamente.

Mio nipote crescerà con due mamme, perché la sua mamma e la sua nonna lo amano in egual modo e se ne curano assieme, in egual modo. Il mio bambino crescerà con due nonne, perché la sua nonna e la sua bisnonna giocano con lui in egual modo, lo coccolano in egual modo, si sostengono a vicenda in egual modo. Il mio piccolino crescerà con tante zie, non sempre necessariamente di sangue, perché i suoi zii saranno tutti lontano e se ne cureranno a distanza, per quanto possibile.

Ma al mio piccolo tesoro non mancherà mai niente.

Non mancherà la protezione, non mancherà l’educazione giusta, non mancherà l’istruzione, così come non gli mancheranno i giochi e le amicizie, maschili e femminili che siano.
Il mio bambino imparerà cosa significa rispettare le donne, apprezzarle per quello che sono e non per il fisico che mostrano, perché alle donne sarà eternamente grato. Loro lo hanno cresciuto e protetto dalle situazioni più disagiate in cui sarebbe incappato sin da quando fu in fasce, e sempre loro lo hanno amato con un candido affetto, ed io lo vedo nei suoi enormi sorrisi ancora senza denti, ma pieni d’adorazione.
Forzare una presenza maschile, possibilmente dannosa, mi sembra inopportuno.
Il mio cucciolo ha appena dodici mesi ed una forza incredibile, un’astuzia formidabile e una capacità di comprendere le situazioni fuori dal limite. Sa già di cos’ha bisogno, ed ha bisogno della sua mamma, delle sue mamme, delle sue nonne.

Nient’altro che questo per crescere al meglio.

Essere crepuscolari o condannati alla magnificent loneliness

Ho letto solo oggi che in maggio si è svolto a Genova un convegno importantissimo di psicologia a cui è intervenuto nientepopodimeno che Otto Kernberg, psichiatra e psicoanalista di origine viennese, che per primo ha teorizzato il disturbo narcisistico di personalità.

In pratica è emerso che le nuove generazioni ne sono affette molto più che le altre.
La patologia consisterebbe in un iperinvestimento della libido sul sé, normalissimo in età infantile, per nulla in quella adulta.
Il sé sarebbe non integrato, con una scissione delle auto e alter rappresentazioni idealizzate, dando così origine a un sé grandioso.

Il narcisista sembra stare bene. Invero il soggetto si muove in una realtà fragile come il cristallo, perchè in ogni momento l’immagine che ha di sè può essere annientata dal confronto con terzi che, per questo, diventano oggetto di livore e svalutazione e vengono così tenuti lontani.

Le nostre sono generazioni condannate alla “magnificent loneliness”.


Effettivamente è vero: quanto i miti della bellezza, della giovinezza, di un successo falso a tutti i costi ci condizionano?

Eppure ricordo le letture ed i tentativi di educarmi a ben altri valori, adoperati dalla mia famiglia e dai miei insegnanti.

Quanto bene ci farebbe invece tornare ad essere un po’ crepuscolari.
La poetica e gli ideali di Gozzano potrebbero essere salvifici.
Ci potrebbe fare recuperare quella lettura dell’esistenza che tra il serio e il faceto si erge davvero dal luogo comune e descrive la banalità come felicità filtrata dall’ironia e dalla malinconia tutta insieme.

Come è possibile che tutto questo, ci sia sfuggito tra le dita?

Il Ditirammu chiude

Il Ditirammu chiude. E se chiude noi moriamo un po’ con lui.
Perchè il teatro è una promessa di vita. Anche di un’altra se vogliamo.
E’ il luogo dove ognuno può essere un po’ o tanto  diverso da sè in una dimensione di vicinanza emotiva che niente di simile può assicurare. Non il cinema, nè la tv e nemmeno la musica.

Basterebbe l’esempio dei passi degli attori che si sentono chiari e nitidi sulle assi di legno a comprendere cosa questo significhi.

Uno scalpiccio tra i più veri lo abbiamo ascoltato fino a ieri proprio lì.  Abbiamo goduto di un patrimonio per la città di Palermo che verrà a mancare, a meno di un intervento dell’amministrazione pubblica da effettuarsi con estrema urgenza.

Sarebbe una perdita immensa.
Sarebbe come smarrire uno dei gioielli più belli conservati in uno scrigno messo lì, a portata di mano, ma poco curato.

Si può solo sperare che la situazione si risolva e assicurare un po’ di sostegno emotivo.
A meno che non se ne richieda in qualche maniera uno pratico, ed allora, io ci sarei.
Intanto provate ad esserci anche voi. Condividete la notizia e chiedete che il Ditirammu venga aiutato a non sbarrare per sempre il suo ingresso.

Grazie.

Una culla per 100 bambini indigenti e un aiuto per le loro mamme

Ho sempre pensato di non essere completamente sana mentalmente.
La conferma mi è arrivata quando due anni fa ho costituito a causa di un sogno insieme a Daniela, Daniela e Daniela (sì sono fuori anche in questa coazione a ripetere dei nomi) un’associazione che si chiama “Qui”

Perchè l’ho fatto? Perchè mi è saltato in mente di prendere l’idea delle culle finlandesi, quelle che arrivavano alle partorienti, all’ottavo mese di gravidanza, con il necessario per il proprio bimbo per le prime settimane di vita e che viene condiviso di tanto in tanto su Facebook, e farlo diventare un progetto a sostegno di 100 mamme che vivono a Palermo e provincia e che non possono permetterselo, per aiutarle.

Questa è la culla, si compone mondantola, ponendo alla base materassino e lenzuolini, riempiendola del necessario e consegnandola alla mamma attraverso la Croce Rossa.

Così, insieme alle ragazze, abbiamo chiesto un finanziamento alla Fondazione dell’8X1000 della Chiesa Valdese che ha accettato ed ha coperto le spese fino al 50% ma a consuntivo parziale, presupponendo quindi che avessimo una parte dei fondi da approntare, cosa che chiaramente non è.

Morale? Abbiamo allestito la prima metà di culle, ma ci mancano ancora tanti accessori a completamento e ovviamente l’altra metà delle ceste in toto. E stiamo cercando con sollecitudine i danari perchè dobbiamo rendicontarli a breve come spese già effettuate.

Inutile dirlo: se ciascuno di voi adesso si alzasse ed andasse a prendere il token, ed effettuasse un bonifico  di due o tre euro soltanto alle coordinate IT13L0335901600100000148164, intestando ad “Associazione Qui”, avremmo risolto un gran problema e avviato un buon aiuto, da replicare negli anni a venire se sarà possibile.

Se lo farete, ditecelo per favore, perchè vorremo certamente ringraziarvi.
Se volete potrete approfondire tutto quello che facciamo andando anche su www.quinetwork.org , magari decidete di associarvi o di costituire un gruppo locale. Ne saremmo felicissime!

Liliana
(Fundraiser di Qui version)

 

Salvate il rispetto, salvate l’amore

Sedici anni, lo stomaco in preda al tipico formicolio del primo amore, un amore che l’ha scaldata per un anno, facendole tremare il cuore giorno dopo giorno.
Un cuore che non batte più.

Noemi Durini, col suo dolce sorriso e il suo amore incondizionato, è morta tra le mani del mostro di cui era innamorata. Un mostro che le ha regalato l’illusione di toccare il cielo con un dito, portandola sempre più in alto, verso nuvole di zucchero filato, come un sogno ad occhi aperti.
È proprio da lì che il mostro l’ha buttata giù, con gesti ripetuti per mesi interi: picchiata, aggredita verbalmente, con le ali tappate.

La splendida Noemi è morta a colpi di sassi, in una campagna sperduta.

Trascinata per due metri, forse tre, è rimasta coperta dai massi per chissà quanto tempo. Davanti ai suoi occhi, ormai spenti, il volto che aveva baciato infinite volte in quei 365 giorni d’amore: il suo fidanzato.
Cosa avrà pensato in quei pochi istanti prima del colpo? Cosa avrà pensato quando, accanto al mostro che aveva amato, si era trovata in aperta campagna? Si sarà rassegnata all’idea di morire? Avrà lottato in quei pochi istanti? Avrà pensato alla sua famiglia, ai suoi amici, a quei giorni in cui pensava che tutto potesse andar bene?

Forse avrà pensato: «Ci siamo, è andata così. Tutti lo sapevano e nessuno ha fatto niente.»

Perché è così che è andata esattamente.
Tutti lo sapevano, ma nessuno ha fatto niente. Noemi si è confidata con la madre, una mossa intelligente da parte di una ragazzina che forse amava davvero sé stessa e la propria vita. Insieme, hanno sporto denuncia, hanno parlato dell’atteggiamento turbolento del ragazzo.
Nessun provvedimento.

Adesso è troppo tardi. È sempre troppo tardi, in queste tristi storie.
Noemi giace in una bara bianca, pura come la sua anima, quella di una ragazza che ha amato sinceramente e con una semplicità unica, tipica dei primi amori e dell’adolescenza.
Le è costato la vita.

Ma quante volte ancora dovremmo sentire queste parole?
Quante volte ancora un amore malato, che riesce a plagiare le menti più pure, deve vincere sulla sincerità di un sentimento genuino?
Quante Noemi devono morire ancora? Quante altre persone, come Valentina Pitzalis, devono trovarsi faccia a faccia con la morte e restarne segnate per sempre?

Io non mi do pace e nessuno dovrà averne finché si sentiranno notizie del genere.
Bisogna farsi avanti, farsi ascoltare, urlare a squarciagola cosa si affronta, battere i pugni davanti ad un tribunale, insistere, mostrarne i segni, superare la paura e il trauma.
Anni fa avrei potuto essere io, ma adesso potrebbe essere chiunque. L’idea che anche un’altra ragazzina di sedici anni abbia dovuto affrontare queste cose, uscendone sconfitta, mi darà il tormento per anni.
Ed io non mi darò MAI pace.
Reggetevi forte, state in piedi, affrontate tutti questi Schiocchi di petto, a testa alta. Parlatene a voce e testa alta, ma parlatene.

Salvatevi, prima che sia troppo tardi.⁠⁠⁠⁠

Di Paolo Costa

Mi manchi

Mi manchi,” fu tutto ciò che scrissi.

Frase insulsa, no? Senti la mancanza di qualcuno e hai voglia di stare in sua compagnia, così glielo dici senza problemi. Alla fine, sono soltanto due parole, è questo che ripeti a te stesso prima di inviarle.
Il messaggio viene frainteso quasi nello stesso istante in cui gli occhi scorrono su quelle lettere in nero.
“Mi manchi.”

E la persona in questione si sente subito importante, quasi fondamentale, e sappiamo tutti quanto gli uomini si spaventino davanti ad un peso così enorme come quello dell’esserci e del significare qualcosa per qualcuno.

Triste. Pensateci meglio anche voi. Non è triste, adesso, avere paura di pronunciare il semplice desiderio di passare pochi minuti in compagnia di una persona che ci fa stare bene?
Quando, esattamente, siamo diventati delle creature anaffettive con la costante paura di significare forse troppo e di non esserne all’altezza?
Quando ci siamo trasformati in esseri dai dubbi sentimenti e dai facili fraintendimenti?
Quando abbiamo smesso di goderci l’amore, l’affetto, la sana amicizia, i momenti vissuti istante per istante, le follie estreme e le risate più semplici?

Quando, un semplice “mi manchi”, è diventato strumento di paure così grandi da far chiudere una persona nel gelido silenzio del distacco?

Me lo chiedo, e intanto invio il mio “mi manchi”.

Perché io, a stare chiuso e freddo e vuoto, non riesco. Perché io ho bisogno che il mondo si svegli e torni a scaldarsi.
Perché io voglio i miei istanti con una persona a cui tengo, soprattutto quando mi manca e ne avverto il peso dell’assenza.

Avete “le amiche”? E io vi archivio!

Cari uomini, sappiatelo.
Quando vi sento dire “di solito esco con qualche amica” o cose simili, vi ho già archiviati nei materiali di risulta emotiva della mia vita. Peggio ancora se non lo dite ma vi vedo farlo in presa diretta o via social.

Perchè secondo me le eventualità, che non mi voglio trovare a gestire nè a contrastare, sono tre: siete gay, siete femminari, siete amiciari.

Se siete omosessuali, alzo gli occhi al cielo. Permettetemelo. Siete bellini e mi piacete magari, ma la vostra disposizione affettiva mi impedisce di concupirvi. Questa reazione assittata è un modo come un altro per farmene una ragione.

Se siete donnaioli, e le amiche vi servono all’uso – passatemi la crudezza linguistica – allora non investo su di voi nemmeno il nanosecondo necessario a sollevare le pupille.
Mi precipito subito ad anni luce di distanza mentale perchè siete degli insicuri cronici.  E le mie paturnie mi bastano ed avanzano da sole.  Impossibile per me decidere di caricarmi in collo pure quelle altrui, non ho la forza.
Siete la peste e io vi scanso.

Se siete amiciari,  cioè vi attorniate di tante confidenti con cui avete rapporti platonici, avete un problema che può essere reversibile, ma con grande impegno e convinzione.
Per risolverlo dovete partire dall’amissione della sua esistenza e dalla sua conoscenza.

Che vuol dire? Intanto individuatevi.
Se avete molte amiche con cui ruotate le uscite e che di tanto in tanto accorpate in sottogruppi di due o tre spendendo serate, pomeriggi e in genere tempo libero, e siete dei single eterosessuali indefessi, fate parte di questa categoria.
Siete schermati, cioè.

Siete uomini con presenze storiche, stanziali nella vostra vita dai tempi del liceo o dell’università, vicine di casa, compaesane del periodo in cui eravate studenti fuori sede.
Sono lì da dieci o venti anni e, andando a ritroso nel tempo, non c’è stato capodanno, ferragosto, compleanno in cui almeno una di loro non vi fosse accanto. A tenervi la candelina.

E’ così? Perfetto!

Sappiate che queste donne, da voi inconsciamente indirizzate, stanno sopperendo a tutti i bisogni di affettività femminile di cui potreste sentire la necessità.
Sappiate però che in contemporanea vi stanno privando del sesso, e soprattutto dell’amore, quello rovente intendo, che potreste avere con qualcun altra se non ci fossero sempre loro, lì, a tenervi il cuore nello scaldavivande.
Sappiate che vi siete condannati alla tiepidezza sentimentale, alla negazione perenne del fuoco della passione perchè non avete predisposto uno spazio nella vostra anima da colmare di gioia.
Sappiate che state facendo tutto da soli.

Forse pensate che questo potrà tenervi al sicuro dalle scottature.
E’ falso perchè verrà per forza un giorno in cui dovrete rinunciare a chi vi farà girare la testa, e possibilmente tutto il resto del corpo. E’ la vita.

Accadrà, di tanto in tanto succede anche voi e ne siete consapevoli, che una donna veramente interessante si affaccerà all’orizzonte. Ma le sarà davvero difficile avvicinarsi. Dovrebbe superare tutti questi ostacoli, tutti questi “surrogati di lei” che hanno il sapore finto del cioccolato di scarsa qualità.
Quale dovrebbe essere il valore aggiunto di stare con voi? Frequentare anche tutta la combriccola?
E se ne andrà, delusa e deludente.

Guardatevi dentro. Vi è già successo.
Quindi state attenti, lo dico per voi.
Uscite da questa zona confortevole, prima che ne capiti un’altra e un’altra ancora e poi sia troppo tardi.
Soprattutto se l’altra sono io.
Altrimenti sarete archiviati anche voi, senza pietà nè rimpianto!

Ah e un’ultima questioncella: state accorti a quell’amica, proprio quella lì, la più presente.
Lei vi sta aspettando al varco e saranno dolori quando scoprirà che, come tutte le altre, “è come una sorella”.
Che vi piaccia o no.

Lo schiocco, lo senti ancora?

E così, mi chiede: «Lo senti ancora?»

Le domande della psicologa mi hanno sempre messo in difficoltà, in un modo o nell’altro. È come se ti forzassero a rispondere nel modo giusto, anche quando un modo giusto non c’è e bisogna sempre essere sinceri e aprirsi, anche quando la situazione diventa scomoda.

Insiste, nel silenzio che riempie la stanza. «Lo Schiocco, lo senti ancora?»
La guardo ancora una volta e, da qualche parte dentro me stesso, trovo la forza di ridere di lei.
Mi domando cosa possa mai saperne lei dello Schiocco, di un istante come quello, di uno strano potere inquietante come quello. Poi rimprovero quel lato di me stesso, ricordando che tutti possono conoscere lo Schiocco.
Una madre, una figlia, una ragazza, un ragazzo, un figlio. Esattamente come me.
Rispondo dunque, sorridendo ai limiti del possibile. «Certo! E mica va via!»

Ed è vero, tutto sommato.
Lo Schiocco non andrà mai via in nessun modo, questa è la verità che mi colpisce nell’esatto momento in cui apro la bocca per risponderle.
Lo Schiocco è quel suono che si ripete continuamente, lieve e grave, a bassa voce e poi più forte.

SCHIOCCO, schiocco, Schiocco, sChiOcCo, schiOCCO.

La voce roca della psicologa mi prende per mano e mi tira fuori dal tornado di “Schiocco” in cui ero finito per conto mio. «E come si vive normalmente, vicino allo Schiocco?»
Per un breve istante rido di lei, chiedendo a me stesso come sia possibile che una donna di una certa età non capisca proprio nulla dello Schiocco.
Finisco con l’ammonirmi ancora una volta, consapevole del fatto che lei effettivamente sa cosa sia e come esista, ma che preferisce cedere la parola a me, che con lo Schiocco ormai sono un gran campione.

Prendo fiato, ne ho bisogno. Forse anche per non urlarle contro o tremare.
«Posto che la normalità è un concetto del tutto soggettivo,» le dico prima di bloccarmi e riflettere.
«Credo di aver vissuto una normalità del tutto sbagliata. Sa come funziona, no? Dopo lo Schiocco, diventa normale chiedersi quando lo si troverà di nuovo, quando lo si sentirà ancora una volta, con chi soprattutto. Guardi le persone sorridere e parlarti e ti domandi se magari anche loro Schioccano, una volta ogni tanto, e se lo fanno hai paura e ti domandi quando e dove e in che modo. Ecco perché lo Schiocco, tutto sommato, non ti abbandona mai.»
La guardo e mi guarda, curiosa di sapere come continuerà la mia riflessione. Vorrei tanto saperlo anch’io, come articolare le parole nel modo giusto e come esprimere il tornado di Schiocchi che mi occupa la mente in questo momento.

Distolgo lo sguardo una volta, poi due. «Forse dovrei trovare una nuova normalità. Forse, dopotutto, qualcuno che non Schiocca c’è. Lei che dice?»
Alza le spalle e sorride. «Non tutti Schioccano come faceva il Primo Lui, questo lo sai, no?»
Annuisco. È la verità.

«E allora,» mi dice prima di concludere pochi minuti dopo. «Comincia con un breve passo. Chiamala col suo vero nome, accettala così com’è, accetta di esserne uscito ed essere sopravvissuto. Vedrai che da lì sarà tutto più facile. Basterà solo dirlo a voce alta.»
Annuisco due volte, ma resto fermo sul posto. Poi accenno un sorriso, perché so che in fondo sarà tutto più semplice una volta affrontato lo Schiocco a voce alta.
No, non lo Schiocco.

Devo smetterla di usare questo nome, che non è altro che il suono delle mani quando colpiscono qualcuno.
Forte e chiaro, lo stendono a terra, lo costringono a nascondersi dietro la porta di un bagno.
No, non si chiamerà più Schiocco.
Si chiama Violenza.

Di Paolo Costa

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