Sisidda la manifattura tabacchi e i diritti delle donne

Sisidda era nata per seconda, dopo Tanina e quindici anni prima di Pina che, per la differenza d’età, fu per lei praticamente una figlia.
Era venuta al mondo anticipando di poco il XX secolo, da un vecchio lupo di mare e dalla moglie, una casalinga.

Visto che il padre imbarcava e sbarcava ciclicamente, la famiglia viveva al Borgo, il quartiere popolare che confinava con il Porto di Palermo, collegato alle altre zone periferiche attraverso una via sulla costa.

Un giorno giunse un’occasione. Era il periodo in cui lo Stato Italiano aveva deciso di unificare tutti i produttori tabaccai della città in una sola struttura sotto ai Monopoli e dava da lavorare.
La sede era nel vecchio Lazzaretto alla fine del quartiere dell’Acquasanta.

Tanina così fu sollecitata dalla Parrina ‘Ntonia, un’amica dei genitori degna di grande rispetto, a presentare la domandina per essere assunta alla Manifattura dove si sarebbero prodotti sigari “Toscani” e sigarette.
Non era però un’opportunità che era possibile cogliere giusto per lei.  Sebbene avesse l’età, la ragazza non era in salute perchè soffriva di nefrite, una malattia dei reni.

Si decise allora che avrebbero mandato i documenti di Rosa, Sisidda per l’appunto, che non aveva ancora raggiunto i sedici anni richiesti. Ma perchè non tentare? Sebbene corresse voce che le fanciulle prese troppo presto morivano più facilmente per i miasmi respirati lì. Ma si trattava di soldi e di pane.

Sisidda a sedici anni. Certo la Manifattura invecchiava...

Sisidda a sedici anni. Certo la Manifattura invecchiava…

Fu così che mia nonna, perchè da lei nacque mio padre, a quindici anni venne assunta.

La vita della sicarrara non si rivelò per nulla semplice. Sigarette e sigari venivano prodotti artigianalmente. Le mani, al contatto con le materie prime ingiallivano e si disidratavano e certe volte le operaie ne bagnavano la pelle con dell’acqua che trattenevano in bocca bevendo. I controllori, che verificavano tra le altre mille cose che il tabacco non ammuffisse per l’umidità, davano alle ragazze pacche sulle guance perchè fossero costrette ad inghiottire e impossibilitate a fare andare anche una sola goccia sulle foglie che venivano arrotolate in sequenza con movimenti veloci ma precisi.
Inoltre in entrata ed in uscita dallo stabilimento si doveva estrarre un biglietto e se se ne prendeva uno colorato si veniva perquisite dalla testa ai piedi per contrastare il contrabbando.

Quando Rosa rientrava a casa, tutti in famiglia avevano mangiato per sera ed erano già a letto. Specie la madre che aveva Pinuccia ancora piccola e la doveva fare addormentare. Ma, immancabilmente, oltre alla cena trovava i piatti di tutti da lavare.
Sì, perchè non si dicesse mai che, per farla lavorare, non le avevano insegnato degnamente a fare i mestieri.
Sennò chi se la sarebbe mai maritata?
Sisidda doveva capire che la vita era dura ma che le era toccata una gran fortuna. La Manifattura non era certo un posto semplice ma quale altra femmina poteva vantare di avere un lavoro, un periodo di vacanza e dei diritti riconosciuti?

E così fu. Mia nonna ebbe un marito, anche lui uomo di mare, e fu una donna di una emancipazione ed una modernità significativa per i suoi tempi.
Si limitò a due figli, perchè i suoi impegni le impedivano di averne di più, li mise a balia e poi li mandò a scuola privata come una qualsiasi lavoratrice madre avrebbe fatto  in Italia a partire dagli anni Settanta o Ottanta, e fece sigari fino al 1950.
Alle mie due sorelle bambine, e a me che non la conobbi mai se non per interposta persona, insegnò una lezione di vita fondamentale: una donna è libera se è professionalmente realizzata, perchè allora conosce, si confronta con gli altri e ha gli strumenti economici. Solo così è padrona delle sue decisioni, delle sue scelte, del suo pensiero, del suo corpo e in ultimo della sua stessa esistenza.
E questo concetto è arrivato fino a noi, tutte e tre che siamo assittate in pizzo a riguardo della nostra autonomia, forte e chiaro per direttissima dal 1897.

 

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