Cross the Streets: addomesticare i writers è impossibile

Adoro Macro, soprattutto quello di Via Nizza perchè è un posto autoconsistente.
E’ possibile assistere ad una mostra, acquattarsi sul tetto a riflettere, acquistare dei libri, prendere un caffè o anche pranzare in unica soluzione, senza uscire dall’edificio. E restare lì per ore.
E’ un luogo che sospende il tempo.

La settimana passata sono stata lì a vedere “Cross the Streets” un’iniziativa che, un po’ ossimoricamente, tenta di storicizzare writing e street art. E’ di certo un controsenso, perchè, nel seppur non innovativo tentativo, la disposizione museale di pezzi che solitamente vengono realizzati per stanziare all’aperto tenta di addomesticare quello che è invece selvaggio e lo snatura, rendendolo altro da sè e mancando l’obiettivo.

In realtà questo avviene in special modo nel primo dei due livelli dedicati alla mostra che si disvela a due velocità.

Nel primo la street art viene presentata in maniera un po’ caotica, forse nel tentativo di mantenere fermo il concetto per cui il visitatore non è davanti ad un movimento ma ad un insieme molto eterogeneo di interpreti che hanno come unico punto in comune il muro e il suo utilizzo come piano di lavoro.
Tele gigantesche si alternano così ad installazioni e a pitture murali in angoli tematici intenzionali, ma abbastanza confusi e slegati da un discorso logico complessivo.
Un paio di opere sono davvero interessanti, ma bisogna individuarle nel mucchio.

cross

Il secondo piano invece prova a contestualizzare l’ultimo ventennio dei writers a Roma.
Questa parte è quella significativa e dona la necessaria consistenza all’evento.
Riesce infatti ad approntare un’ ambientazione adeguata, con tanto di ricostruzione ferroviaria e scavalcamento di teenager in fuga. Offre inoltre una lettura della metro della città, seconda solo a quella di Londra per qualità espressiva. Una volta uscito nessuno spettatore guarderà Roma e i suoi treni con gli stessi occhi.

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