Piranesi. La Fabbrica dell’utopia. Un mare di noia con qualche raro picco di interesse

Palazzo Braschi sonnecchia tra Piazza Navona e Corso Vittorio, dopo alterne vicende, aperto da ingressi su entrambi i prospetti e così disponibile alla città come snodo viario oltre che sede museale.
Entrando è possibile visitare gli ambienti e le collezioni della dimora papale prima e della sede governativa poi.
E’ possibile inoltre assistere a performance temporanee come la mostra “Piranesi. La Fabbrica dell’utopia” aperta fino a metà Ottobre.

Quanto lo spazio dedicato presso il Vittoriano a Botero sembra insufficiente, quello riferito a costui pare eccessivo: duecento tavole da visionare, alcune molto grandi, sono decisamente sfiancanti e insistenti, quasi a convincere il visitatore della bontà dell’opera stordendolo.

Perchè spiace sottolinearlo ma Piranesi come viene osservato da Henri Focillon “Accetta volutamente di essere un incisore perché capisce di poter realizzare così le sue ambizioni di architetto, archeologo e pittore.”
Se ne evince dunque che non è capace di sviluppare la sua personalità seguendo nessuna di queste tre eccelse espressioni dell’arte.

Comunque sia la sua produzione appare vasta e fortunata, forse anche fortunosamente spinta dalla casuale elezione a Papa del coevo Clemente XIII, pure veneziano, il quale gli commissiona questo e quell’altro.

Piranesi

A vederlo però è una eterna ripetizione difficile da comprendere. Lo stile è dichiaratamente rococò. Lo afferma lui stesso parlando di capricci. Lo si evince pure dal tratto e dalla meraviglia che traspare dalle vedute di Roma, ancora più magnifiche se consideriamo nelle incisioni i ritratti di  piccoli e miserrimi uomini del popolo di allora: vaccari che pascolano tra maestose rovine antiche.

Eppure questa dedizione per i reperti archeologici precorre il gusto neoclassico che sta per giungere alla cultura imminente. Una capacità di vedere l’immediato futuro prontamente smentita con la pubblicazione “Della magnificenza ed architettura de’ romani”,  un saggio completo di immagini volto a dichiarare e dimostrare la supremazia dell’architettura dell’urbe su quella greca in totale rottura e polemica con la fazione filoellenica di Johann Joachim Winckelmann.

In buona sostanza Piranesi non è inquadrabile, non è manierista, non prelude al nuovo che avanza eppure fa entrambe le cose senza averne consapevolezza poetica. Esegue, ma non eccelle. Ripete all’infinito e non cattura.

La mostra ripercorre diversi filoni creativi, tutti riconoscibili per il tratto e il sentimento.
Molto interessante è la doppia edizione delle Carceri, la cui accentuata tridimensionalità è probabilmente spunto successivo per Escher che, con le sue scale, mostrerà come elevarsi con una tecnica del tutto assimilabile.

Chi resiste alla noia mortale di alcuni passaggi monotoni della creazione riesce a cogliere, di tanto in tanto, un barlume di genialità, quello che evidentemente non è però in grado di  manifestare con la continuità e l’eclettismo che caratterizza i veri grandi dell’arte.

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