L’autobus è mio (come la piazza)

Ieri in autobus, che è sempre un luogo foriero di immense stranezze, entro e trovo già abbarbicato ad un passamano un tizio.
Apparentemente è un turista: shorts color sabbia, sandali scuri ai piedi, cappellino con visiera, occhiali da sole, zainetto di quelli pratici.
Subito dietro di me una signora arranca un po’.
Saliamo dalla parte anteriore, perchè  lì di solito c’è più spazio di manovra ed è più semplice obliterare, salvo che la macchinetta per timbrare stavolta è solo in fondo all’autoveicolo.
La donna contro ogni aspettativa e in qualche maniera mi supera e chiede all’uomo di passare.
Lo fa con cortesia e a bassa voce.
autobus-roma
Lui, con accento e sopracciglio inarcato perfettamente milanese: “Scusi perché, a che le serve?”
Lei, anche un po’ stupita: “Devo fare il biglietto”
Lui, sprezzante verso l’ignoranza meridionale e come se non parlasse con un’indigena spiega: “Il biglietto si acquista fuori, negli appositi chioschi “
Lei affina il concetto: “Fare nel senso di convalidare, devo andare alla macchinetta in fondo”.
Lui, allora, nella sua migliore espressione hitleriana: “E perché per passare deve invadere il MIO spazio?”
Lei non ne può più. La vedo mentalmente mettere le mani ai fianchi alla maniera delle assittate in pizzo meridionali che stanno per suonarle di santa ragione a chi si para per davanti e sbotta: “Picchì lei u spazio s’accattò nsiemmula o bigghiettu! Giustu è?”
Quello sgrana gli occhi.
Lei sgomita e passa. Sipario.

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