L’uomo vitruviano (de noartri)

“Stamattina la sfango”. Giuro che l’ho pensato.
Perchè quando salgo sull’autobus la situazione è a dir poco paradisiaca, forse complici i dieci minuti di anticipo con cui sono riuscita ad uscire da casa.

Mezzo semi vuoto, posti, svariati posti a sedere a disposizione, corsa regolare, aria condizionata a manetta tanto da rendere possibile l’effetto “vento tra i capelli”.
Posso dirmi soddisfatta. Mi siedo e, addirittura allungo le gambe.

Invece no: sale lui.

Un metro e sessanta non di più, esile, chiaro di carnagione, capelli ed occhi, con un vestito gessato secondo le tonalità dei colori della terra, così assurdi che secondo me i pantaloni e la giacca glieli ha cuciti la mamma.
Quale commerciante distribuirebbe mai un obbrobrio simile?

vitruviano

A parte il pugno negli occhi anche l’agire è tutto un programma.
Decide infatti, nonostante sostegni liberi a iosa, di non appoggiarsi da nessuna parte e mantenere l’equilibrio nel corso della marcia in autonomia: gambe divaricate, braccia leggermente discoste dai fianchi, sguardo dritto.

Ma che ci deve fare l’uomo vitruviano?

E così, fra un avanti ed un indietro ondeggia sotto ai miei occhi per dieci minuti buoni, fino a quando, miracolosamente scende, alla mia stessa fermata, ed ha la decenza di sparire.

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