Monthly Archives: agosto, 2017

Sisidda la manifattura tabacchi e i diritti delle donne

Sisidda era nata per seconda, dopo Tanina e quindici anni prima di Pina che, per la differenza d’età, fu per lei praticamente una figlia.
Era venuta al mondo anticipando di poco il XX secolo, da un vecchio lupo di mare e dalla moglie, una casalinga.

Visto che il padre imbarcava e sbarcava ciclicamente, la famiglia viveva al Borgo, il quartiere popolare che confinava con il Porto di Palermo, collegato alle altre zone periferiche attraverso una via sulla costa.

Un giorno giunse un’occasione. Era il periodo in cui lo Stato Italiano aveva deciso di unificare tutti i produttori tabaccai della città in una sola struttura sotto ai Monopoli e dava da lavorare.
La sede era nel vecchio Lazzaretto alla fine del quartiere dell’Acquasanta.

Tanina così fu sollecitata dalla Parrina ‘Ntonia, un’amica dei genitori degna di grande rispetto, a presentare la domandina per essere assunta alla Manifattura dove si sarebbero prodotti sigari “Toscani” e sigarette.
Non era però un’opportunità che era possibile cogliere giusto per lei.  Sebbene avesse l’età, la ragazza non era in salute perchè soffriva di nefrite, una malattia dei reni.

Si decise allora che avrebbero mandato i documenti di Rosa, Sisidda per l’appunto, che non aveva ancora raggiunto i sedici anni richiesti. Ma perchè non tentare? Sebbene corresse voce che le fanciulle prese troppo presto morivano più facilmente per i miasmi respirati lì. Ma si trattava di soldi e di pane.

Sisidda a sedici anni. Certo la Manifattura invecchiava...

Sisidda a sedici anni. Certo la Manifattura invecchiava…

Fu così che mia nonna, perchè da lei nacque mio padre, a quindici anni venne assunta.

La vita della sicarrara non si rivelò per nulla semplice. Sigarette e sigari venivano prodotti artigianalmente. Le mani, al contatto con le materie prime ingiallivano e si disidratavano e certe volte le operaie ne bagnavano la pelle con dell’acqua che trattenevano in bocca bevendo. I controllori, che verificavano tra le altre mille cose che il tabacco non ammuffisse per l’umidità, davano alle ragazze pacche sulle guance perchè fossero costrette ad inghiottire e impossibilitate a fare andare anche una sola goccia sulle foglie che venivano arrotolate in sequenza con movimenti veloci ma precisi.
Inoltre in entrata ed in uscita dallo stabilimento si doveva estrarre un biglietto e se se ne prendeva uno colorato si veniva perquisite dalla testa ai piedi per contrastare il contrabbando.

Quando Rosa rientrava a casa, tutti in famiglia avevano mangiato per sera ed erano già a letto. Specie la madre che aveva Pinuccia ancora piccola e la doveva fare addormentare. Ma, immancabilmente, oltre alla cena trovava i piatti di tutti da lavare.
Sì, perchè non si dicesse mai che, per farla lavorare, non le avevano insegnato degnamente a fare i mestieri.
Sennò chi se la sarebbe mai maritata?
Sisidda doveva capire che la vita era dura ma che le era toccata una gran fortuna. La Manifattura non era certo un posto semplice ma quale altra femmina poteva vantare di avere un lavoro, un periodo di vacanza e dei diritti riconosciuti?

E così fu. Mia nonna ebbe un marito, anche lui uomo di mare, e fu una donna di una emancipazione ed una modernità significativa per i suoi tempi.
Si limitò a due figli, perchè i suoi impegni le impedivano di averne di più, li mise a balia e poi li mandò a scuola privata come una qualsiasi lavoratrice madre avrebbe fatto  in Italia a partire dagli anni Settanta o Ottanta, e fece sigari fino al 1950.
Alle mie due sorelle bambine, e a me che non la conobbi mai se non per interposta persona, insegnò una lezione di vita fondamentale: una donna è libera se è professionalmente realizzata, perchè allora conosce, si confronta con gli altri e ha gli strumenti economici. Solo così è padrona delle sue decisioni, delle sue scelte, del suo pensiero, del suo corpo e in ultimo della sua stessa esistenza.
E questo concetto è arrivato fino a noi, tutte e tre che siamo assittate in pizzo a riguardo della nostra autonomia, forte e chiaro per direttissima dal 1897.

 

Vuoto di scatto

Ho guardato la foto che mi hai mandato, ho pensato che eri stato gentile.
Ma qualcosa mi stava sfuggendo, qualcosa non tornava, allora l’ho vista e rivista e fissata nella mia mente.
Ad occhi chiusi ti percepisco meglio.

vuotodiscatto
Un panorama sfocato con intorno sterpaglia e malinconia.
Sguardo da un altura, uno scatto vuoto, senza anima.
Sembra quasi bianca la foto, incolore, di certo non e’ un tuo scatto.
No non puo’ essere tuo, ”Siccita” la potrei intitolare.
Non sfugge un particolare, in lontananza si intravede un isola, chissà se oltre esiste qualcosa che potrebbe far rivivere i colori brillanti che si specchiavano nei tuoi occhi.
La tua anima non coglie rovine, ma dalle rovine trae patrimoni da esaltare con gioia.
Non privarti mai della gioia ,tu sei la gioia stessa e non lo sai.

di Giusy Grimaudo

Talpa

Praticamente sono una talpa.
Da quando ho sette anni sono così miope, ma così miope che non c’è luce, inclinazione o vicinanza che tenga.
L’occhio non lavora, che mi piaccia o no.

Da evitare le lenti a contatto: affaticano la vista.
Rischioso l’intervento laser: ha i suoi effetti collaterali che non sono certa di essere psicologicamente pronta ad affrontare.

talpa

Al momento sembro, più che rassegnata, addirittura affezionata al mio destino occhialuto, non c’è stata partitella di pallavolo a scuola media o bagno al mare, da sempre, che mi abbia convinta ad abbandonare i miei vetri, compagni di avventura.

Ci vivo praticamente insieme.

L’unico vero grande problema è nato alla fine dei Novanta: inevitabilmente, indiscutibilmente, assolutamente capita da allora e con regolarità che nei testi che scrivo manchi qualche lettera o ci sia qualche difetto di battitura.
E nemmeno a dirlo la cosa coinvolge oggi anche il blog e la pagina Facebook, come il profilo Twitter, tanto che ho già ricevuto alcune segnalazioni in questi mesi.

Non sempre sono riuscita a porre rimedio, mi spiace e me ne scuso.
Ma posso assicurare chi legge di una cosa, il pensiero è e resta cristallino perchè il mio animo scruta.
Anche nelle cose su cui non siete d’accordo. Soprattutto nelle cose su cui non siete d’accordo.
Perchè con occhiali o senza, sono e resto Assittata in Pizzo.

Grazie per la pazienza che avrete con la mia cecità!

Assittarsi è catartico (Grazie!)

Vi ho già raccontato il mio incontro con l’assittata in pizzo, per eccellenza. Liliana Maniscalco. È stato un piacevole riconoscersi nella posizione a noi più congeniale. Siamo entrambe assittate in pizzo. Con ironia e puntigliositá -che ci contraddistingue. Siamo diverse ma complementari.
Assittarmi a casa sua è catartico, per me. Tutte le volte. Mi racconto. Cantostorie. Alcune mi diverto a leggerle-inventarle in fondo al caffè, altre nel biscotto della fortuna. Perchè una tra le cose che più ci piace fare a noi, assittate in pizzo, è quella di mangiare sushi. Ehm..Sfondarci proprio.

copertina grazie mille

È passato qualche mese dalla mia prima lettera, lasciata in corridoio. So che alcuni di voi l’hanno letta. Alcuni si sono addirittura riconosciuti. Altri si sono emozionati. Ed altri ancora incazzati.
Ma nessuno di voi ha smesso di leggerci. Anzi. Siete rimasti. Vi siete assittati con noi. Ed avete invitato i vostri amici. Bravi!

Oggi siamo in mille. Ed è tutto meraviglioso.

Ps. Grazie di cuore -davvero. Perchè, checchè se ne dica anche le assittate ne hanno uno.

Al posto giusto nel momento giusto

Averlo avuto al mio fianco mi ha fatto sentire al posto giusto. Nel momento giusto. Che è una sensazione strana. Nuova, in un certo senso, per me. Sempre irrequieta.
È vero, quindi, che io avessi una respirazione diversa. Era corto -il mio respiro. Profondo ma corto.

[Ho voluto respirarTI il più possibile.
Mi sei mancato in questi giorni].

Io sembravo una figura fuori campo -lo so. Ma ho sentito tanto. E dopo giorni di assenza, volevo sentire. Ne necessitavo.

Il battito del suo cuore. Lento ma sereno. La sua risata allegra. Ed un pò scema – Quando “ride”. Che poi è la cosa che più potrei stare ad ascoltare, senza stancarmene.
I suoi occhi. Li ho sentiti. Addosso per tutto il tempo. Erano pieni di cose. Da dire. Da fare. Mi hanno osservata. Di più, scrutata.

posto
A cena poi, uno di fronte all’altro, si sono sentiti persi. Qualche volta. Quando ho abbassato i miei. Per pudore.
Ed infine, ho sentito anche tutta la presa di quel mezzo abbraccio, poco prima di salutarci. Timido ma sicuro.

È la qualità dell’aria che respiriamo che cambia. Quando siamo insieme.
Sa di intuito. Di complicità. Di voli pindarici. Di occhi cielo. E piedi a terra. Di realtá concrete. Di bellezza marziana.

E tutto ciò va salvaguardato -patrimonio delle emozioni che siamo bravi a regalarci.

Di Rossana Campaniolo

Eschermania

Mi viene complicato capire se la mostra di Escher, che è attualmente in esposizione a Catania e disponibile fino al 17 Settembre prossimo presso il Palazzo della Cultura, mi sia piaciuta oppure no.
Questo essenzialmente perchè collego all’opera dell’artista un sentimento giovanile che non sono riuscita a fare prescindere dalla bellezza in sè dell’insieme che ho percepito.

Correva il 1990 e passai l’estate a seguire i mondiali di calcio che si svolgevano in Italia e a tentare di riprodurre alcune delle grafiche che erano comprese nel catalogo dell’opera omnia che si trovava a transitare del tutto casualmente a casa mia. Trascorsi ore ed ore e giorni sulle tavole da disegno a sporcarmi le mani di inchiostro di china.
Fu un processo introspettivo così coinvolgente da risultare catartico e preludere al migliore anno scolastico della mia vita e alla mia prima, vera, profonda crisi personale.

escher

Insomma, è impossibile per me essere onesta intellettualmente sulla questione. Già solo il tripudio carico di meraviglia che mi ha colta quando ho incrociato con lo sguardo “Mummified Priest in Gangi”, una cui semplice riproduzione a matita è tuttora appesa alle pareti della mia vecchia stanza, mi ha accecato l’intelletto.

Eppure, provando a razionalizzare, posso dedurre che si tratti di una iniziativa molto pregevole che ha consentito ad un milione di persone finora di visionare la scelta molto ampia di una produzione grandiosa.
Presentata nuovamente al pubblico dopo le tappe di Roma, Bologna, Treviso e Milano la mostra raccoglie infatti oltre 150 elaborati dell’incisore e grafico; tra questi alcuni dei suoi capolavori più noti come “Mano con sfera riflettente”, “Casa di scale”, “Buccia”.

E’ possibile vedere anche una sezione con le opere del periodo di viaggio in Sicilia, in Calabria e in Spagna e riconoscere paesaggi noti o forme e fantasie caratteristiche.

L’impianto realizzato anche a Palazzo Platamone risulta inoltre adatto alle visite dell’appassionato di arte di oggi perchè costellato da giochi di logica e di psicologia della percezione, come da angoli dove scattarsi delle foto, il che consegna un po’ l’iter museale a quella cultura della partecipazione e della condivisione che caratterizza i nostri tempi.

Un percorso, quindi, tra forme e suggestioni che hanno condizionato il gusto e, si può azzardare anche a dire, la struttura del pensiero moderno e si mostra ponte di continuità dall’inizio del secolo scorso a nostri giorni. Basta specchiarsi, per riconoscersi in uno o più dei segni tracciati che si trovano lì.

Se potessi ci tornerei.

 

L’amore sta nei dettagli

“L’amore sta nei dettagli”, e mamma ha sempre avuto ragione nel recitarmi questo mantra fino all’esasperazione.
Sarà vero che l’amore puro sta nel notare qualcosa che ad occhi estranei sfugge? Sarà pur vero che gli occhi dell’amore, quasi come un filtro di Instagram, ci permettono di accentuare o sminuire una caratteristica a discapito di un piccolissimo e sottile dettaglio, quasi insignificante, ma che ci fa sorridere e amare ancora di più?
Potrebbe essere vero, in effetti, perché del mio Lui io ricorderò sempre tutto.
dettagli
Le labbra strette in una smorfia, quando per due secondi tornava bambino per farmi i dispetti. Si assottigliavano in una linea così fine e piccola, tutta concentrata sul centro, che mi faceva sorridere e mi annodava lo stomaco dalla gioia.
Le due rughe impercettibili che gli si formavano sulla parte alta delle palpebre? Oh, quelle le ricordo pure, quando le strizzava se gli passavo una mano sul volto per farlo confondere o distogliere lo sguardo da qualcosa.
Il modo in cui il suo respiro cambiava mentre, nella confusione, cercava di scacciarmi via le mani facendomi divertire come un matto.
La forma dura e definita della sua mano, con quelle nocche forti e possenti, quando stringeva la sigaretta elettronica mentre agitava l’altra mano dialogando. Riesco ancora a vedere i suoi respiri e le sue parole oscillare nel vento, senza mai distrarmi dall’amare anche quel piccolo dettaglio insignificante.
L’attaccatura della barba sul collo, e il modo pazzerello in cui si arricciava quando diventava troppo lunga ed ingestibile. Ricordo ancora quanto a lungo la grattasse, alzando leggermente il collo e sporgendo il mento, con le labbra strette in una smorfia del tutto particolare.
Il modo in cui camminava o come gli cadevano i pantaloni sui fianchi;
Ogni singolo movimento della sua testa ed ogni piega del collo, quando si voltata;
Tutte le piccole rughe della sua fronte, quando la corrugava o sollevava un sopracciglio;
Le sue dita attorno al volante e il loro tocco, così ruvido e leggero;
Le sue occhiate mentre cucinavo e la sua voglia di aiutarmi, di imparare e di crescere accanto a me con una padella tra le mani; il modo in cui l’anello d’argento sul suo anulare veniva messo in risalto da un lieve rumore metallico sul manico.
Il modo in cui la sua pelle si accapponava, coperta da uno strato di brividi impercettibili, quando le mie labbra sfioravano la sua schiena e ne percorrevano la spina dorsale per intero.
Le sue parole d’amore, sussurrate lievemente contro il cuscino.
L’amore mio stava in questi dettagli, che nessun altro avrebbe mai visto e che nessuno noterà mai, perché il mio amore adesso si è elevato fino a diventare qualcosa di più. Assieme ad esso, anch’io sono diventato qualcosa di più.
 Ho amato come solo gli esseri umani sono capaci di amare, di quel tipo di sentimento che ci rende perfettamente vivi e vulnerabili, perfettamente empatici e stupidi per pochi istanti, ma comunque umani.
Ma alla fine lui, di me, cos’avrà mai visto? Cosa avrà mai amato? Quali dettagli insignificanti della mia persona, altrettanto insignificante, avranno catturato il suo cuore? Sarà stato umano anche lui per una volta?
Allontano queste domande dal petto, mentre mi siedo in pizzo e guardo una sua foto in cui si diverte spensierato e va avanti nella sua vita. Mi do una risposta da solo, perché in fondo la merito.
“Caro Paolo, il tuo Lui ti avrà amato forse, ma adesso ha scelto la via dell’animale. Ha scelto l’egoismo, sé stesso e i suoi bisogni primitivi, prima di chiunque altro.”
Annuisco e alzo le spalle con pazienza, consapevole del fatto che anche questa volta ha vinto il mio amore.
Ha vinto il mio Essere Umano.

Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma

“Quando nel titolo di una mostra ci sono le parole cuore, amore o sentimento è segno sempre, sempre che sta per arrivarti una sola”. Questo mi dice Ilaria dopo che abbiamo visionato la seconda parte di “Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma”, quella rappresentata a Castel Sant’Angelo.
Il giorno precedente sono andata a vedere la prima parte a Palazzo Venezia.

Certo per avvicinarci agli allestimenti, molto minimal e per questo volti a fare risaltare massimamente le opere, c’è voluto un po’. Soprattutto giungere all’area dedicata a Castel Sant’Angelo è quasi una piccola impresa.

Però non è del tutto vero che è una fregatura.
Perchè se è assolutamente inconfutabile che le opere di Giorgione sono pochissime, è anche vero che il contorno ha un suo perchè di grande valore.
Il percorso comprende complessivamente 45 dipinti, 27 sculture, 36 libri a stampa e manoscritti, e  tanti altri oggetti.
I maestri sono tantissimi. Tra questi Tiziano, Tintoretto, Romanino, Moretto, Ludovico Carracci, Bronzino, Barocci e Bernardino Licinio.
E’ così possibile percorrere il Cinquecento con il filo conduttore del tema dato.

gli amichetti

La bellezza assoluta è a Palazzo Venezia, dove si trova “I due amici”, uno in primo piano sofferente per amore, che regge un melangolo, arancia amara simbolo di struggimento sentimentale, l’altro sullo sfondo volendo anche un po’ beffardo. E’ il caposaldo della poetica di Giorgio da Castelfranco.

Che poi, per vedere questo, si debba infine entrare dentro il Castello e dentro Palazzo Venezia che sono un po’ dati per scontato dai Romani è tutto vantaggio.
L’iniziativa è attiva fino a metà Settembre. Se potessi ci tornerei.

Cross the Streets: addomesticare i writers è impossibile

Adoro Macro, soprattutto quello di Via Nizza perchè è un posto autoconsistente.
E’ possibile assistere ad una mostra, acquattarsi sul tetto a riflettere, acquistare dei libri, prendere un caffè o anche pranzare in unica soluzione, senza uscire dall’edificio. E restare lì per ore.
E’ un luogo che sospende il tempo.

La settimana passata sono stata lì a vedere “Cross the Streets” un’iniziativa che, un po’ ossimoricamente, tenta di storicizzare writing e street art. E’ di certo un controsenso, perchè, nel seppur non innovativo tentativo, la disposizione museale di pezzi che solitamente vengono realizzati per stanziare all’aperto tenta di addomesticare quello che è invece selvaggio e lo snatura, rendendolo altro da sè e mancando l’obiettivo.

In realtà questo avviene in special modo nel primo dei due livelli dedicati alla mostra che si disvela a due velocità.

Nel primo la street art viene presentata in maniera un po’ caotica, forse nel tentativo di mantenere fermo il concetto per cui il visitatore non è davanti ad un movimento ma ad un insieme molto eterogeneo di interpreti che hanno come unico punto in comune il muro e il suo utilizzo come piano di lavoro.
Tele gigantesche si alternano così ad installazioni e a pitture murali in angoli tematici intenzionali, ma abbastanza confusi e slegati da un discorso logico complessivo.
Un paio di opere sono davvero interessanti, ma bisogna individuarle nel mucchio.

cross

Il secondo piano invece prova a contestualizzare l’ultimo ventennio dei writers a Roma.
Questa parte è quella significativa e dona la necessaria consistenza all’evento.
Riesce infatti ad approntare un’ ambientazione adeguata, con tanto di ricostruzione ferroviaria e scavalcamento di teenager in fuga. Offre inoltre una lettura della metro della città, seconda solo a quella di Londra per qualità espressiva. Una volta uscito nessuno spettatore guarderà Roma e i suoi treni con gli stessi occhi.

Piranesi. La Fabbrica dell’utopia. Un mare di noia con qualche raro picco di interesse

Palazzo Braschi sonnecchia tra Piazza Navona e Corso Vittorio, dopo alterne vicende, aperto da ingressi su entrambi i prospetti e così disponibile alla città come snodo viario oltre che sede museale.
Entrando è possibile visitare gli ambienti e le collezioni della dimora papale prima e della sede governativa poi.
E’ possibile inoltre assistere a performance temporanee come la mostra “Piranesi. La Fabbrica dell’utopia” aperta fino a metà Ottobre.

Quanto lo spazio dedicato presso il Vittoriano a Botero sembra insufficiente, quello riferito a costui pare eccessivo: duecento tavole da visionare, alcune molto grandi, sono decisamente sfiancanti e insistenti, quasi a convincere il visitatore della bontà dell’opera stordendolo.

Perchè spiace sottolinearlo ma Piranesi come viene osservato da Henri Focillon “Accetta volutamente di essere un incisore perché capisce di poter realizzare così le sue ambizioni di architetto, archeologo e pittore.”
Se ne evince dunque che non è capace di sviluppare la sua personalità seguendo nessuna di queste tre eccelse espressioni dell’arte.

Comunque sia la sua produzione appare vasta e fortunata, forse anche fortunosamente spinta dalla casuale elezione a Papa del coevo Clemente XIII, pure veneziano, il quale gli commissiona questo e quell’altro.

Piranesi

A vederlo però è una eterna ripetizione difficile da comprendere. Lo stile è dichiaratamente rococò. Lo afferma lui stesso parlando di capricci. Lo si evince pure dal tratto e dalla meraviglia che traspare dalle vedute di Roma, ancora più magnifiche se consideriamo nelle incisioni i ritratti di  piccoli e miserrimi uomini del popolo di allora: vaccari che pascolano tra maestose rovine antiche.

Eppure questa dedizione per i reperti archeologici precorre il gusto neoclassico che sta per giungere alla cultura imminente. Una capacità di vedere l’immediato futuro prontamente smentita con la pubblicazione “Della magnificenza ed architettura de’ romani”,  un saggio completo di immagini volto a dichiarare e dimostrare la supremazia dell’architettura dell’urbe su quella greca in totale rottura e polemica con la fazione filoellenica di Johann Joachim Winckelmann.

In buona sostanza Piranesi non è inquadrabile, non è manierista, non prelude al nuovo che avanza eppure fa entrambe le cose senza averne consapevolezza poetica. Esegue, ma non eccelle. Ripete all’infinito e non cattura.

La mostra ripercorre diversi filoni creativi, tutti riconoscibili per il tratto e il sentimento.
Molto interessante è la doppia edizione delle Carceri, la cui accentuata tridimensionalità è probabilmente spunto successivo per Escher che, con le sue scale, mostrerà come elevarsi con una tecnica del tutto assimilabile.

Chi resiste alla noia mortale di alcuni passaggi monotoni della creazione riesce a cogliere, di tanto in tanto, un barlume di genialità, quello che evidentemente non è però in grado di  manifestare con la continuità e l’eclettismo che caratterizza i veri grandi dell’arte.

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