Santuzza day (15 luglio 2009)

Ieri e oggi Palermo commemora la donna più importante: Rosalia Sinibaldi, una nobile che nel XII secolo, sfuggendo alle profferte amorose di un invadente principotto, chiese ed ottenne l’eremitaggio sul monte Pellegrino, la bassa collina che sovrasta la città.

Fu la fanciulla che, tre secoli dopo, già salvata Bivona nel 1375, fece in modo che Panormo scampasse alla Peste. Correva l’anno 1624, gli abitanti morivano come le pere ed un passaggio delle sue spoglie fu sufficiente a respingere totalmente il morbo.

Rusulia

La prodezza le valse il titolo di patrona e le diede modo di scalzare ben altre quattro protettrici: Caterina, Ninfa, Agata e Oliva che tutt’ora campeggiano ai canti di città nelle nicchie monumentali ma che, nelle ambascie di quei giorni, non risposero mai alle invocazioni dei fedeli.

La santuzza, così viene chiamata, è commemorata due volte all’anno, in luglio, con il mitico festino -panem et circenses delle cui beltà scrisse anche il grande Goethe- e con l’acchianata di settembre, pellegrinaggio all’eremo sul monte per chiedere grazie e rendere omaggio per quelle ricevute.

Dal 1625 le reliquie vennero poste all’interno di uno scrigno in argento e vetro, custodito all’interno del Palazzo Arcivescovile, e furono portate in processione per ricordare il miracolo compiuto, inaugurando una tradizione che in più di tre secoli ha subito ben poche interruzioni.

Il rito incontrò diverse variazioni nel tempo. In partenza consisteva in un breve tragitto commemorativo dal Palazzo stesso alla Cattedrale, poi divenne sempre più complesso, arricchendosi della presenza delle confraternite, di ulteriori passaggi e di carri in numero variabile, da quattro piccoli ad uno ma grande e trionfale.

Ancora oggi è un evento fondamentale per la palermitudine e presenta alcune tappe obbligate, dalla tradizione e dalla fama giunta anche ai turisti, come la visita alla cattedrale, la passeggiata per il cassaro e l’attraversamento di porta Felice verso il mare incontro ai fuochi d’artificio, nel simbolismo del cambiamento benefico dell’abbandono dell’oscurità, della malattia e della morte e dell’incontro con la luce della vita.

La processione è accompagnata almeno nel tratto centrale dalle grida:
“Uno. Notti e ghiornu farìa sta via!
Tutti. Viva Santa Rusulia!
U. Ogni passu ed ogni via!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nni scanza di morti ria!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nn’assisti a l’agunia!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Virginedda gluriusa e pia
T. Viva Santa Rusulia!”
ed ogni tanto il grido “E chi semu muti? Viva viva Santa Rusulia”.

I molti, dopo averlo visto, ricordano più che altro le acrobazie della vera e propria rappresentazione teatrale che, in particolare dagli anni Novanta, narra la pestilenza a Palermo e che ha fatto il giro del mondo.

Gli estimatori sanno però che il vero spettacolo sono i fuochi belli, coinvolgenti, emozionanti.

I disegni di luci in aria, così incredibilmente vicini da dare allo spettatore quasi la sensazione che alcuni tizzoni ardenti possano precipitare sul pavimento da un momento all’altro, cullati dalla musica che ne dirigono il procedere verso l’alto, sono stati e saranno sempre la vera espressione poetica del gaudio panormita.

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