Monthly Archives: luglio, 2017

Carmelina, Totò e la frittura delle patate

Carmelina era bidduna.
Con i capelli scuri e gli occhi celesti, chiarissimi.
Era venuta al mondo mentre i genitori  erano immigrati per un periodo in Algeria  per poi tornare a Palermo, in piena epoca coloniale.
Era il 1907 e la sua nascita era stata registrata presso il governo di Parigi,  per questo lei si considerò per tutta la vita orgogliosamente francese.

Fatto sta che, tornata in Sicilia, a sedici anni, Totò la adocchiò e iniziò a lanciare sguardi di fuoco diretti proprio a lei tra una grata e l’altra del balcone.
Lei, come si conveniva al tempo, si ritraeva dietro le persiane e aveva cura di accostarle per bene per negarsi anche solo alla vista.

Di tanto in tanto, però, scambiava con lui qualche parola di cortesia, per strada, complici la buona educazione e il fatto che Ciccina, la sorella di Totò, le mostrava considerazione.

Una mattina, mentre rientrava in tutta fretta verso casa con la spesa, acquistata su commissione della madre, la giovane incontrò il ragazzo che, tutto trafelato, le chiese aiuto per la sorella che si trovava in casa in difficoltà.

Lei accorse e Ciccina, non si seppe mai con quale pretesto, le chiese di friggere delle patate, cosa che avrebbe dovuto fare in quel momento e che la risoluzione del misterioso impiccio le impediva.

Passata una mezz’ora buona, anche un po’ preoccupata di non essere ancora rientrata, la ragazza fece per andarsene quando Totò le disse: “Non puoi, oramai sei compromessa, ci dobbiamo sposare”.
Ciccina, complice del fratello, era uscita di nascosto ed aveva comunicato il misfatto alla famiglia di Carmelina: non si poteva più tornare indietro.

Così, a causa dell’inganno intorno ad una frittura di patate, Carmela sposò Salvatore ed arrunzò otto figli, quattro dei quali diventarono adulti. Una fu mia madre.

Negli anni mia nonna richiamò l’episodio più volte a riprova dell’ingenuità di cui mio nonno approfittò per averla.
E ha sempre detto che “iu pi friiri ru patati e fu maritata senza né scu né passiddrà”*

Carmelina e Totò nel giorno del loro 50° anniversario di nozze. Non fatevi ingannare dall'inizio del loro matrimonio. Fu lei, poi, a portare i pantaloni...

Carmelina e Totò nel giorno del loro 50° anniversario di nozze. Non fatevi ingannare dall’inizio del loro matrimonio. Fu lei, poi, a portare i pantaloni…

 

*Andò per friggere due patate contate e si ritrovò sposata senza nemmeno una valida spiegazione

 

Il controllore di qualità delle mozzarelle

chista… è bellissima
chista… è tutta scafazzàta
chista… fa cumpàssa
chista… a mittèmu ri cantu
chista… fa tanfu
chista… è meravigliosa
chista… fa vèniri ri ittàri
chista… pari na badda ri vilènu
chista… pottatìlla a casa
chista… è a fini ro munnu
chista… ittàmula
chista… è bbona
chista… appoi mi spieghi ri cchi culùri vinni
chista… è sicca
chista… è p’ammazzàri i bratti
chista… è cc’a nnocca
chista… è tinta
chista… è ri menza ammulatùra
chista… acchianaccìlla a ‘Za Maria
chista… scippa a testa
chista… è bbona pa munnìzza
chista… non si po taliàri
chista… è com ‘a tuma
chista… è gnacitùta
chista… pari appitturàta
chista… fattìlla ‘nfarinàta e fritta
chista… ci manca a parola
chista… è tutta sgummàta
chista… è a mègghiu ri tutti
chista… lèvila
chista… na mpìcunu nda facci
chista… javi tutti i fommi
chista… è quant ‘a ‘nchìlu
chista… cia ram ‘a jatta
chista… ta manci tu
chista… ni vali rui
chista… cia puttàmu ‘o picciriddu
chista… a po mèttiri supra ‘o cantarànu
chista… fattìlla squaràta
chista… sta ffitènnu viva

di Enzo Lombardo

mozzarella

Santuzza day (15 luglio 2009)

Ieri e oggi Palermo commemora la donna più importante: Rosalia Sinibaldi, una nobile che nel XII secolo, sfuggendo alle profferte amorose di un invadente principotto, chiese ed ottenne l’eremitaggio sul monte Pellegrino, la bassa collina che sovrasta la città.

Fu la fanciulla che, tre secoli dopo, già salvata Bivona nel 1375, fece in modo che Panormo scampasse alla Peste. Correva l’anno 1624, gli abitanti morivano come le pere ed un passaggio delle sue spoglie fu sufficiente a respingere totalmente il morbo.

Rusulia

La prodezza le valse il titolo di patrona e le diede modo di scalzare ben altre quattro protettrici: Caterina, Ninfa, Agata e Oliva che tutt’ora campeggiano ai canti di città nelle nicchie monumentali ma che, nelle ambascie di quei giorni, non risposero mai alle invocazioni dei fedeli.

La santuzza, così viene chiamata, è commemorata due volte all’anno, in luglio, con il mitico festino -panem et circenses delle cui beltà scrisse anche il grande Goethe- e con l’acchianata di settembre, pellegrinaggio all’eremo sul monte per chiedere grazie e rendere omaggio per quelle ricevute.

Dal 1625 le reliquie vennero poste all’interno di uno scrigno in argento e vetro, custodito all’interno del Palazzo Arcivescovile, e furono portate in processione per ricordare il miracolo compiuto, inaugurando una tradizione che in più di tre secoli ha subito ben poche interruzioni.

Il rito incontrò diverse variazioni nel tempo. In partenza consisteva in un breve tragitto commemorativo dal Palazzo stesso alla Cattedrale, poi divenne sempre più complesso, arricchendosi della presenza delle confraternite, di ulteriori passaggi e di carri in numero variabile, da quattro piccoli ad uno ma grande e trionfale.

Ancora oggi è un evento fondamentale per la palermitudine e presenta alcune tappe obbligate, dalla tradizione e dalla fama giunta anche ai turisti, come la visita alla cattedrale, la passeggiata per il cassaro e l’attraversamento di porta Felice verso il mare incontro ai fuochi d’artificio, nel simbolismo del cambiamento benefico dell’abbandono dell’oscurità, della malattia e della morte e dell’incontro con la luce della vita.

La processione è accompagnata almeno nel tratto centrale dalle grida:
“Uno. Notti e ghiornu farìa sta via!
Tutti. Viva Santa Rusulia!
U. Ogni passu ed ogni via!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nni scanza di morti ria!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Ca nn’assisti a l’agunia!
T. Viva Santa Rusulia!
U. Virginedda gluriusa e pia
T. Viva Santa Rusulia!”
ed ogni tanto il grido “E chi semu muti? Viva viva Santa Rusulia”.

I molti, dopo averlo visto, ricordano più che altro le acrobazie della vera e propria rappresentazione teatrale che, in particolare dagli anni Novanta, narra la pestilenza a Palermo e che ha fatto il giro del mondo.

Gli estimatori sanno però che il vero spettacolo sono i fuochi belli, coinvolgenti, emozionanti.

I disegni di luci in aria, così incredibilmente vicini da dare allo spettatore quasi la sensazione che alcuni tizzoni ardenti possano precipitare sul pavimento da un momento all’altro, cullati dalla musica che ne dirigono il procedere verso l’alto, sono stati e saranno sempre la vera espressione poetica del gaudio panormita.

Lei è una camminatrice

Esce dal centro di un fascio di luce quasi a sottolineare con il suo movimento elastico la discesa da Radicofani lungo la vecchia Cassia.
Nelle guide si scrive che sia il tratto più bello della Francigena, con colline fin dove arriva lo sguardo, la Rocca e lì, il Monte Amiata, immutabile.

E’ energica, dinamica, un mostro di simpatia.

Io mi seggo per terra, non sostengo tutta questa luminosità e già non sopporto lei e la sua evidente e stupida ingenuità. Poi sono stanca e sudata.

camminare

E’ bassa, con le gambe asciutte e i piedi piccoli. E’ una camminatrice.
Bionda, come solo certe bionde sono, quasi lavate in candeggina.
Non ha ombra di trucco sul viso e i capelli, più che acconciati, sono coltivati a partire dalla testa.
Rugosa, tutta, nonostante non sia vecchia. Anche le labbra sono tracciate dal sole e dal vento e sono bilanciate da un naso a proboscide.

Ma del naso non le tange. Sì perchè lei è una camminatrice.
E che fa? Cammina.

Farebbe tutto camminando. Se avesse potuto, sulla Francigena avrebbe partorito pure i suoi due figli, come le vacche che di tanto in tanto incrocia sulla via o presso uno stagno.

E’ tutta natura!

Da qualche settimana lui cammina con lei. O lei con lui. Che importa?
Il sorriso sottile si è fatto più ebete e solo all’apparenza più disteso.

Quel vago segno di contentezza sparirà quando lui andrà via perchè ha cambiato hobby.
Ridi, ridi pure cretinetti. Che per farti tornare in te ci vorrà un litro di Amaretto di Saronno o di qualche altro liquore del Varesotto.

Beffarda e assittata sul pizzo della strada mi giro per un rumore improvviso: il Monte Amiata è franato.

 

Siamo condannati all’eterna giovinezza

Sono sul viale che dal cancello porta all’ingresso del complesso degli edifici di Villa Niscemi e, insieme ad un’amica, notiamo che una ragazza che sta passeggiando con noi porta le scarpe chiuse, con questo caldo insopportabile.
“Non mi piacciono i miei piedi” dice lei.
“Ti capisco” io “Ho iniziato a portare i sandali a 35 anni e passa. Ora a quasi 43 per me è impossibile rinunciarci con questa afa. Sono i miracoli dell’età che ti consentono di accettarsi e godere dell’arietta tra le dita”
Lei stupita si complimenta “Ma davvero hai 43 anni? Sembri molto più giovane!”

Bello sì.
Mantenersi giovane però si sta rivelando una condanna, per me e la mia generazione.

giovani

Obbligati ad avere la pelle levigata, al trucco a tutti i costi, a seguire la moda.
Ma si trattasse solo dell’immagine, a patto di mantenere sostanza, sarebbe anche sopportabile.

Non è così. Subiamo la schiavitù della gioventù comportamentale: millennial sempre felici, iperattivi, abusati dal tempo che sfugge tra le dita e da stupidi atti dimostrativi da social network.
Inconsistenti, persi dietro al niente, privi di alcuno spessore e nessun percorso.
Come i criceti che corrono sulla ruota, senza una via, a percorrere sempre lo stesso spazio e marciare sul posto. E marcire sul posto.

Invidio coloro che hanno fatto parte di quelle generazioni a percorso tracciato, con obiettivi certi e atteggiamenti, ruoli e relazioni scanditi e quasi prestabiliti in ogni fase della vita.
Forse hanno avuto esistenze più prevedibili, ma temo molto più piene e significative delle nostre.
E comunque in estate avevano la ragionevolezza di calzare i saldali, tutti quanti.

 

Regali e assittamenti in pizzo

Lo so che non è educato reagire male in determinate circostanze, ma una delle evenienze che mi fa assittare in pizzo maggiormente è quella di ricevere un regalo, di compleanno o natalizio, completamente distonico con la mia personalità.
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Badiamo bene, non mi interessa se sia riciclato o meno, ma quanto sia effettivamente adatto a me.
In realtà non so come la pensino gli altri ma sono essenzialmente due i fattori che mi fanno pensare che un interlocutore possa avere un minimo di attenzione nei miei riguardi: alle brevi, quando ci si conosce da poco, ricordarsi bene la connessione tra la mia faccia ed il mio nome di battesimo, a lungo andare l’impressione di avere carpito in qualche modo i miei gusti in generale.
Ieri ho investito due ore del mio pomeriggio ad acquistare un dono di per una mia cara amica.
Non sono certa che sia quello giusto. Tuttavia sono sicura che lei rivedrà nell’oggetto che le porterò un poco di se stessa per alcune caratteristiche.
Capirà che ho fatto qualcosa in più che pensarla.
Comprenderà che provato, nel mio microscopico, a darle una piccolissima felicità e il suo ricordo nel tempo che passa.
Ecco questo dovrebbe essere un dono: una dichiarazione di quella considerazione che ti fa capire che chi ti ha preparato il regalo un po’ di bene te lo vuole.

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