Monthly Archives: giugno, 2017

Io, lui e le batterie

“Buongiorno, mi occorrono una confezione di batterie stilo, una di mini stilo e una piatta da 3 volt”
“Stilo o mini stilo?” Il tabaccaio scandisce la “O” e mi guarda sospettoso, dall’alto verso il basso, dove evidentemente mi colloca.
“Stilo e mini stilo” rimarco la “E”
“No perché tante volte si confondono”

38;39;250;250

“Io non le confondo” specifico “E la piatta da 3 volt, per favore”. Mi faccio seria, mi atteggio con l’espressione della persona che sa quello che dice.
“Per quella mi fai visionare quella vecchia, che non ti serve più, oppure mi porti l’elettrodomestico”
“E perché?”
“Perché ce ne sono di tre spessori e ti puoi confondere”
“Scusa me le fai vedere?” Insisto.
Le prende e me ne mette tre davanti: “Allora questa è la più spessa, poi c’è questa sottile e quella ultra sottile”
Prendo tra le mani la più consistente: “E’ questa, la compro”
“Sei certa?” di nuovo mi relega con gli occhi da Suor Gray che rimprovera Candy Candy “Attenta che una volta aperta la confezione non si può restituire”
“Grazie al cazzo” mi limito a pensare e gli porgo i danari per pagare.
Il reggiseno non mi impedisce di scegliere le batterie. Cretino.

Noi siamo le canzoni

Starlight (Muse)
Non ha voluto elettrizzare la mia vita, pretendeva che la sua lo fosse da me, senza disponibilità a ricambiare.
Non ha condiviso questo nè altro.
notaHome (Depeche Mode)
Risuona tra stanze inondate di accecante luce bianca, in un mattino di primavera, a tutto volume. La respiro con chi, in una maniera o nell’altra, continua ad essere e sarà per sempre la mia casa: “Thank you for showing me…”. Lo so.
Ne ascolto emergere le note dall’oscurità molle del desiderio notturno con chi al contrario non sarà mai dimora, mai rifugio rassicurante, sempre frustrazione di un’assenza che si protrae senza soluzione di continuità.
L’ultimo bacio (Carmen Consoli)
Il lamento, la culla, le braccia e l’abbandono di una vita. Moltiplicato per tre.
Let the sunshine (colonna sonora del musical Hair)
L’amore era convinto, almeno fino a prova contraria.
Risate su ceste piene di ciliegie rubacchiate a ridosso di una strada provinciale.
True colors (versione di Cindy Lauper)
Notti di Agosto ad essere un’ altra senza diventare l’altra.
Notti di Luglio buttata per terra, su un balcone in bilico, a bere Gin Tonic.
Ogni canzone è almeno una persona, certe volte due o anche tre.
Ogni canzone è un momento, talvolta un periodo.
Tutto insieme io.

Io e P.

P. vive in Australia , ormai da 9 mesi, e sta bene.
Oggi è stata la prima – e verosimilmente ultima- nostra chiamata. No, non abbiamo discusso (ed ad onor di cronaca non litighiamo da tempo immemore). Rientrerà in Italia nei prossimi sei mesi – quindi tanto vale vedersi! – Abbiamo esclamato.
pigrecooQuando mi ha detto che sarebbe voluto partire, in realtà, mi ha solo spiegato perchè non avesse scelto Londra. Lui è fatto cosi. Gioca sempre d’anticipo – intuito, neutralizza le possibili obiezioni.
Inizialmente ti spiazza, poi inizi a giocarci.
Io e lui siamo simili. Ci siamo riconosciuti nei primi cinque minuti di conversazione, avvenuta attorno ad un tavolo con degli Amici. E non abbiamo mai smesso di dircelo. Non hanno mai smesso di ripetercelo.
-L’idea di base che ci accomuna è: Siamo persone libere e non dobbiamo essere libere di dire quello che pensiamo? Di essere ciò che vogliamo? –
Faccio uno sforzo, adesso, e parto da me.
Perché anche io, come P. nell’ultimo anno, ho impiegato del tempo prima di lasciarmi andare e fare “salti nel buio”, che è poi il punto di partenza di ogni crescita interiore – personale. Quando si capisce che non si può controllare tutto. Quando si capisce che ci sono tante cose che non dipendono da noi e che l’unico modo per vivere è tentare, talvolta riuscire, altre volte perdere tutto. Lasciarsi andare ed aspettare che qualcosa accada. Qualcosa accade sempre.
Accade che P. ti rimprovera del tuo anaffettismo. Eccessivo. (E se te lo sottolinea la persona che rappresenta la tua parte maschile inizi a crederci.) Adesso non dispenso, di certo, baci ed abbracci. Ma almeno non rischio di soffoccare per orticaria.
Accade che P. dall’altra parte del mondo, a contatto con mille mila genti e culture diverse al dì, si renda conto che di una famiglia si ha bisogno. Di un tessuto organico (più organico di like random su instagram). Di rapporti reali sui quali poter contare.
Perchè se è sicuramente un onere avere dei rapporti che implichino impegno, fiducia. E’ specularmente un onore avere qualcuno che, se sparisci, se ne accorge. Che parlandoti ti ascolti. Che guardandoti, ti veda.
Per mesi, anni orsono, mi è costata fatica e sofferenza non riuscire a chiamarlo e raccontargli quanto buono fosse il caffè la domenica mattina ad Erice. Ad esempio.
La normalità. Che sottovaluti, perchè dai per scontata, quando sei in guerra con il mondo. E P. per un periodo ha fatto a pugni con tutto e tutti. Una pizza a domicilio consegnata fuori tempo massimo. I voli aerei cancellati, posticipati. In ritardo. Gli zaini tirati addosso per compleanni che non potevano non essere comunque ricordati. A torta in faccia, festeggiati. In qualche modo.
Con il tempo lo si impara, e P. adesso ha il tono di voce sereno di chi sa godere e convivere con il disordine di vita umana. E condividerlo. Insomma, stupirsi di quello che la vita ci riserva.
Fidarsi e sperare.
PS. Possibile dialogo tra me e P.
-Mi manchi. Un po’.
-Solo un pò?
-Ti sembra poco?
-Non mi sembra abbastanza.
 -Ok.
 -Arrivederci.

Storia di Com’era e di Com’è. Ossia. Ecco cosa succede quando non ci si siede in pizzo

Come doveva andare quella sera
Sedersi faccia a faccia con il proprio mostro sarebbe stato rischioso, avrei dovuto immaginarlo già dal momento stesso in cui organizzammo l’incontro alla perfezione. Io e lui, il vecchio proprietario del mio cuore, seduti ad un semplice tavolino con un boccale di birra davanti.
Agli occhi indiscreti degli estranei, questo era quello che sembrava.
Ma i miei occhi, quegli stupidi dormiglioni, avrebbero dovuto notare ogni singola cosa che non quadrava. Il suo sguardo stuzzicante, quella voglia di giocare, i suoi sorrisetti, le battutine trita e ritrita, il finto interesse e le smorfie che una volta mi avevano sciolto il cuore.
I maschi giocano così, avrei dovuto ricordarlo quella sera. Adorano giocare con le persone che una volta li avevano amati più dell’ossigeno stesso. Adorano giocare con il loro cuore, perché per una volta gli fa dimenticare che hanno ventisette anni, due lauree, un lavoro all’università e un cervello ben sviluppato. Si presume che sia sviluppato.
Giocano perché, davanti ad una persona che li ama ancora, ricordando di essere dei sani Portatori-di-Pene. In entrambi i significati della parola, ovviamente.
Avrei dovuto ricordarlo quella sera, per sedermi in pizzo e affilarmi il naso e lo sguardo, con aria di insolenza e di vittoria. Avrei dovuto interrompere la serata a metà, senza cedere ai suoi sguardi da furfante e giocherellone.
Mi sarei alzato, l’avrei fatto con fierezza, dicendogli a chiare lettere: «Scusa, ma ho un impegno urgente. Devo recuperare la dignità che ho lasciato a casa per incontrare uno squallore come te.»
amorproprio
Com’è andata, in verità?
Mi sono fatto calpestare da un Portatore-di-Pene di prima categoria.
È successo perché io sono un Portatore-di-Cuore, e come ben sapete non sempre noi abitanti di questa categoria riusciamo ad averla vinta. A volte le nostre speranze mettono radici anche nella roccia più dura, e tutti sanno che più duro della mia testa non c’è mai stato nulla.
Mi sono lasciato abbindolare dai suoi sguardi interessati, dalle sue domande curiose, dal suono della sua voce all’aria fresca della sera e dal ruvido tocco delle sue dita levigate dal lavoro e dallo studio.
Ecco com’è andata.
Ma vedete, da Portatore-di-Cuore a Portatore-di-Macerie il passo è breve, e spesso chi porta pietre e rovina è la persona più stanca di tutte.
Non mi sono alzato quella sera, ma mi sono alzato diverse sere dopo.
Mi sono guardato allo specchio, così stanco com’ero, e ho sorriso.
Annuisco soddisfatto. Adesso sono un Portatore-di-Amor-Proprio.

La notte elettorale

Le prime ore del mattino sono dolci.
Tra il rosso dell’alba e la freschezza della rugiada sulle foglie si cammina rientrando a casa.
L’adrenalina è ancora in corpo, ma il silenzio delle strade dormienti aiuta a rientrare  nei ranghi della propria vita quotidiana.
Svagati, certo, tuttavia presenti a se stessi.
Anche se no, di andare a lavoro non se ne parla proprio.
Raccogliere i dati, nelle notti elettorali è un gioco lungo e faticoso di precisione.
I file dei conteggi devono allinearsi e funzionare tutti.
E’ questione di nervi saldi perché poi, che excel assista o no, il risultato sarà quello, scolpito sulla pietra.
E nelle ore di ansia, mentre i numeri volano singhiozzanti, si scava nella coscienza, per capire se è necessario cercare giustificazioni e consolazioni per una sconfitta o parole credibili ed energie per mettersi subito a lavoro, in caso di vittoria.
Ad ogni modo le campagne elettorali, per chi le vive in prima persona, sono cuore, testa, sudore e tanta ricerca di equilibrio e forza interiore.
In ogni maniera tutti quelli che si sono spesi lo hanno fatto al massimo delle proprie possibilità.
Forse è l’unica evenienza in occasione della quale si è convinti di quello che si sta facendo, dell’impegno che si vuole assumere.
Si è certi di essere dalla pare del giusto.
Ed è una sensazione che, soddisfacente, riempie l’anima.
Ho seguito dai cuori pulsanti tutte queste emozioni tante volte, nel 2006, nel 2007, nel 2008, nel 2012.
Stavolta ho solo lambito la questione.
Ma, prima o poi, tornerò, perché impegnarsi direttamente è l’unico vero modo per esserci.
Parola di Assittata in Pizzo.
elezioni

Scene da un (ex) matrimonio

Da qualche giorno sui social gira un’ immagine a prima vista di taglio umoristico.

Ritrae tre foto di due sposi nel momento felice del loro matrimonio, belle incorniciate, abbandonate vicino al cassonetto della spazzatura.
Comprenderete quanto spesso la scena sia oggetto di ilarità e come talvolta lo sia di sarcasmo, almeno da parte di chi ha vissuto esperienze di separazione, se non peggio, di abbandono.

exmatrimonioFioccano i commenti, il like, gli ahahah e le condivisioni in generale.

Di tanto in tanto, vedendole riproporsi come peperoni indigesti sulla mia pagina stream, mi ritrovo a pensare che un gesto simile, vista la virulenza, deve essere per forza accompagnato da profondo dolore e tanta rabbia.

Eppure io non sono certa che sarei capace di farlo.

Ho interrotto relazioni in maniera anche silenziosamente aggressiva e penso che peggio del tacere ostile vi sia solo la violenza esplicita. Mi è anche capitato di cancellare, con un colpo di spugna, un paio di persone dalla mia vita, tanto da inibire loro alcuna possibilità di contatto; per il mio bene e per quello dell’altro ancora più spesso, se è possibile concepire questo tipo di ragionamento o decisione.

Nondimeno non riuscire mai a negare una scelta relativa ad una persona anche se questa avesse riguardato una fase molto volatile e momentanea della mia esistenza. Perchè quella persona in qualche maniera l’ho scelta.

Sosterrò che mi ero sbagliata sulla riuscita della relazione, che ho commesso un errore di valutazione sul carattere, sulle intenzioni o sui sentimenti. Ma non sulla persona. Svilendo lei, svilirei me.

E allora forse mi limiterei solo a staccare le cornici dalle pareti e a rianimarle con qualche altra foto, riponendo quelle vecchie nel fondo dei miei cassetti.
E rivolgerei la mia mente ad esperienze nuove e futuribili.

Biscotti conformismo e anticonformismo

Nel pomeriggio mi è venuta voglia di fare i biscotti. Dopo un po’ di indugi li ho cucinati rivedendo la ricetta.
Ho sostituito il burro con la margarina e, qui sta la vera rivoluzione, ho risolto di cuocerli in padella coperta, invece che in forno.

Sono venuti buonissimi e un po’ più morbidi rispetto a quelli a base di tradizionale pasta frolla.

PhotoGrid_1496429129135
Mentre preparavo gli ingredienti ho pensato che la decisione di modificare il procedimento fosse il frutto del mio rapporto con il conformismo che – credo-  negli adulti abbia una natura essenzialmente percentuale.
Per quanto mi riguarda per  tre quarti mi adeguo: la legge, la ragionevolezza, i principi e l’opportunità mi guidano e mi mettono nella condizione di rispettare tutta una serie di norme e consuetudini.

Ma un quarto di me mi impone di deragliare e di fare di testa mia. E lì esce fuori la storia della variante: sempre nella vita privata, spesso in quella sociale, talvolta in quella lavorativa (e qui possono capitare i guai!)

Credo che sia un risultato cui giungiamo tutti, con la ricerca all’adeguamento nell’infanzia e con quello, più spasmodico, a distinguersi durante l’adolescenza. Poi, con gli anni, si viene a patti o peggio, si va proprio a Canossa.
Cambiano solo le proporzioni su cui ci si attesta alla fine ed è su questo che si sviluppano le diverse personalità.

Tendenzialmente non mi fido dei conformisti in massima misura, perchè sono rigidi e non hanno capacità di reazione: rischiano la frantumazione di fronte alla vera prima difficoltà della vita. Quindi ho un po’ paura di relazionarmi e condividere percorsi con loro.

Ma gli anticonformisti toutcourt, quelli sì che sono una fregatura.
Quelli sempre “io diversamente” cercano solo la scusa per fare un po’ come gli pare, e per non dovere considerare gli altri. Ecco sì, davanti a loro mi sale un rigurgito di nausea e pena insieme. Che vivere non sanno proprio e se ne vantano pure.

Una storia incredibile che sa di possibile

Conosco Sonia lo scorso luglio. A cena, a casa di amici. Fatte le presentazioni di rito, poco dopo mi racconta di esser fidanzata con un ragazzo americano.
La notizia che ha un non so chè di internazionale, a tratti inusuale, mi affascina. Un mondo.
Qualche mese dopo la incontro ad un’altra cena (avrete giá capito che dove c’è cibo, io ci sono..!) durante la quale scopro che qualche settimana dopo sarebbe partita per raggiungerlo. Ho esclamato :” Wow..che coraggio!”.

Questa storia ha già dell’incredibile. -spoiler

consoniaSonia ha due fari azzuri al posto degli occhi e capelli biondi. È un vulcano di emozioni. Con esuberanza ti accoglie nel suo mondo, fatto di cose semplici ma belle. Un bicchiere di vino la domenica pomeriggio, un caffè e le giuste chiacchiere in pausa pranzo, i souvenir dei suoi viaggi, una pizza in famiglia, e tanta allegria. Poi lei riesce anche ad essere sempre sincera, ma in un modo tutto suo. Speciale. Che poi è il motivo per cui l’ho scelta come Amica. Perchè checchè se ne dica anche le amiche si scelgono. E non solo gli uomini!

Dunque, Sonia è un’Amica.

E quando ti si sposa un’amica, in parte ti sposi anche tu.
Ho vissuto e condiviso con lei la maggior parte dei preparativi. Dalla ricerca della scarpa perfetta al colore della partecipazione. Ad ogni suo SOS ho risposto con la mie due piccole ma forti spalle affinchè si appoggiasse, prendesse fiato e ripartisse. Più entusiasta di prima.
Ho conosciuto il suo ormai attuale marito una settimana prima del grande giorno. E mi ha convinto giá i primi 60 secondi di conversazione maccheronica , a causa delle due diverse lingue parlate.
Vincent, nato da papá siciliano e mamma newyorkese, negli occhi non ha solo tanto Amore per Sonia, ma anche stima e fierezza. Era orgoglioso di sederle accanto. Sicuro della scelta che ha fatto.
Ogni suo sguardo era una promessa, sempre la stessa, la più bella ed assoluta che un uomo possa fare: “Sonia avrò cura di te, dall’altra parte del mondo”. Ed in chiesa, lo scambio delle fedi è stata solo un’ulteriore conferma.

Quando mi si sposa un’amica, io poi mi sento una Penelope moderna, sempre in attesa del suo sconosciuto marziano intelligente.

Questa storia d’amore sa di possibile. Ecco.

E vissero tutti felici e contenti..

Di Rossana Campanolo

È difficile abituarsi a qualcosa che manca

È inutile fare tragedie, tanto, prima o poi, ci si abitua a tutto.
Ho 29 anni e prendo il caffè dolce da più di 28 (sì, ho iniziato ad assaggiarlo che mi bagnavano il ciuccio!).
Un bel giorno -l’altro giorno a dire il vero-, un tale mi dice che da quel momento in poi avrei dovuto prenderlo amaro, sempre.

 

barbara

La mattina successiva provo la solita routine: accendo macchinetta, rimuovo bracciolo, apro il barattolo del caffè e ne metto un po’ nell’apposito scomparto. Incastro nuovamente il bracciolo nella macchinetta, la aziono. Schiuma e caffè, pian piano, scivolano sulla mia tazzina. Ne sento il rumore e l’odore propagarsi nell’aria, assaporo con gli occhi quella consistenza schiumosa, apro il cassetto, prendo il cucchiaino e, in men che me ne renda conto, ho già tra le mani il barattolo dello zucchero.

Mi fermo un secondo esitante: ma quel barattolo, quando l’ho preso? L’ho fatto d’istinto e meccanicamente, ma da oggi non mi serve. Non lo userò più.
Avvicino le labbra alla tazzina e bevo. Il sapore deciso e molto più amaro del solito mi entra dentro, sollecitando in primis il gusto delle mie papille gustative.
«Pensavo peggio infondo», anche se al termine del mio solito rito quotidiano, mi viene molta sete e finisco per bere due bei bicchieri d’acqua.

Ora, questa storia dura già da qualche mese ed io, seppure ormai molto più abituata, tentenno ancora qualche frangente di secondo ogni mattina davanti quella tazzina.
Apparentemente non mostro nessuna riserva o esitazione, ma nella realtà, vengo tradita da gesti e pensieri involontari che rimarcano quell’assenza.
È difficile abituarsi a qualcosa che manca. Lo fai, devi farlo per forza, ma ciò non significa che tu non la percepisca dentro.

A volte capita lo stesso con le persone: un bel giorno, senza preavviso, vanno via. E tu che fai? Impari di nuovo ad assaporare in modo diverso ogni risveglio, un po’ forzata e un po’ determinata, nella speranza di non farti tradire da quel barattolo che ti ritrovi d’aver preso, senza essertene praticamente resa conto.
Ma è così che va. Devi fare di necessità virtù. E così, ogni mattina, prendo il cucchiaino e gioco un po’ con la schiuma di quel caffè perfetto, la assaporo per bene.

Bevo tutto e riparto.

Di Barbara Cangialosi

Copyright © 2017 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.