Una pagina di “giallo”

Mi ricordo che era magrolino e muoveva braccia e gambe bluastre.
Tremava di freddo.
Mi dissero che era bellissimo. A me non sembrava tanto, però a guardarlo mi suscitava un forte interesse.

Con il passare dei giorni cambiò.
Da blu diventò giallo. La mia viva curiosità si trasformò in amore incondizionato e immotivato: era solo che respirava, al massimo rigurgitava.

Qualche settimana dopo si addormentava, la TV accesa e la bavetta che colava dall’angolo della bocca mezzo piena di tempestina, davanti ai culetti ballerini di “Non è la Rai” .

A quattro anni era arrabbiato con suo padre e tirava calci , aveva ragione lui, e a sei versava calde lacrime su un foglio di quaderno costretto a ricopiare la parola “giallo” in stampatello.

A sette o otto si ficcava sotto al tavolo. Piangeva nell’eventualità che io trovassi un fidanzato con cui andare lontano.

Poi è stato portato a correre dietro un pallone, successivamente messo tra i due pali per acchiapparlo, ma alla fine non gli interessava e così manifestava al mondo la prima avvisaglia di una intelligenza viva, autonoma e strutturata.

Superava l’infinita matematica dell’universo per amore della chimica.

tocco

Da oggi gli altri potranno chiamarlo “Dottore”, per il titolo.
Io penso che dottore c’è già da un po’ per il modo in cui affronta la vita e di tanto in tanto, maestro inconsapevole, per come ci insegna a farlo.

Che dire? Se avessi saputo che i nipoti erano una tale gioia, ne avrei avuti di più.

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